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Primo maggio fuori tema

Se questo blog non dovesse più raccogliere i miei sfoghi non avrebbe più senso.

Mettiamola così: non mi pare un bel periodo da nessun punto di vista, né personale e men che mai collettivo. Ma è soprattutto il disagio personale che in questo momento mi fa sentire come zavorrata, pesante, malinconica e non-felice. Infelice sarebbe troppo, ma non-felice rende bene l’idea. Credo.

Come se una fase della vita si fosse chiusa, e quella nuova non fosse nemmeno allo stadio embrionale. Un certo accumularsi di pesi che non ho più il fisico per sostenere, anche perché il fisico, il corpo, ha lottato come un leone in questi tredici anni e mezzo, e ti credo che non può più ruggire come un tempo. Che a questa faccenda del corpo si aggancia quella del sesso, ne parlavamo sabato scorso con Anna, Mia e Rosie, quando ci siamo incontrate da Eataly. Ci si rassegna ad una più o meno drastica pace dei sensi, che stupidaggine chiamarla così. Non credo che i sensi possano stare in pace, caso mai sono stati messi a tacere dalle terapie, dalle preoccupazioni troppo grandi, dal cancro che ci ha strappato vitalità dagli anni che potevano essere i migliori. Ho consigliato a tutte di non rassegnarci, ma tra il dire e il fare il mare non manca mai.

Sento disarticolarsi la struttura del ruolo svolto, e il fatto che a Lula manchi pochissimo, poco più di due anni, a diventare maggiorenne (e quindi adulta), mi fa sentire orgogliosa di me, di noi e di lei, ma sempre meno indispensabile alla costruzione della sua vita. Solo tanto preoccupata che possa diventare come se la immagina ora o come cercherà di realizzarla in futuro. Sostenuta da una società migliore di quella che sta franando – che è franata – sotto ai nostri occhi.

Conosco bene il dolore che provoca il morso della depressione, conosco il buio e lo smarrimento di quel male. E so che per dire quel male non si trovano parole, almeno non mentre lo si vive. Quindi so che non si tratta di quello. Non sono depressa, se non vagamente. Come stato d’animo e non come stato psichico. E se il mio prezioso supporto che tanto tempo fa mi ha tirata fuori dal gorgo dovesse leggere queste mie parole capirà cosa intendo.

Tuttavia, buon primo maggio, lavoratrici, lavoratori, disoccupate e disoccupati, e perdonate la tirata che con il lavoro non c’azzecca niente. Ma oggi mi va così.

Due millimetri di strizza

Sto in vacanza, al mare. Non proprio sollevata come speravo. Il mio sospetto sull’espressione del radiologo Esse era fondato: la Tac ha visto una cosetta piccolissima, di due millimetri, non presente in nessuna delle precedenti. Talmente piccola che non è interpretabile in alcun modo, se non aspettando tre mesi secondo il referto, non più di due secondo Esse che ha capito subito che con questo tarlo non posso andare avanti troppo a lungo.

Mi sono presa un colpo? Sì. Ho letto quelle tre righe davanti a Sten che mi aveva accompagnata a ritirare il referto sicuro che fosse tutto ok, ho iniziato a imprecare, mi sono attaccata al telefono per cercare Esse, non l’ho trovato, allora ho chiamato Zeta.

“Eh, le Tac vedono troppo. Potrebbe essere niente, un respiro. Ma non posso farti fare un altro esame, la Pet non vede meno di 5 millimetri. Ha ragione Esse, meglio aspettare tre mesi e ricontrollare.”

“Quindi vado in vacanza… Tranquilla?”

Si è fatto una risata. Ormai mi conosce troppo bene. “Tranquilla capisco che deve essere difficile.”

“Già.”

“Però, guarda, se tutte le cose che ho visto nelle tac dei miei pazienti fossero state davvero metastasi a quest’ora, be’, sarebbero tutti morti.”

Allegria!

Più tardi sono riuscita a parlare anche con Esse, l’ho un po’ rimproverato per non avermi avvisato che aveva scritto quella roba lì sul mio referto. Ma lui dice di non avermi detto nulla perché non gli ha dato troppo peso. Anche lui ha ripetuto la storia che nelle Tac si vedono tante cose che spaventano e poi non sono niente. Come la famosa macchia nera, che mi ha fatto spaventare tempo fa, e che ormai è archiviata come angioma benigno del fegato.

Okkei. Ma state parlando con me, che le sue belle carognette ce le ha avute, esattamente sei anni dopo essere operata al seno. E quanto tempo fa mi sono operata al fegato? Sei anni e mezzo. E dove sta ‘sta cosa di due millimetri? Nello stesso punto di allora.

Quindi non c’è niente da fare. Ho strizza. Una strizza moderata dalla consapevolezza che può essere niente, o qualcosa di innocuo. E moderata anche dal fatto che se ne ho sgominate due, o forse tre, ne posso sgominare anche un’altra. Ma devo essere pronta anche a questo. Non prendiamoci per il culo. Occhei?

Quindi, sappiatelo, non ditemi quella frase “vedrai che non sarà niente.” Perché mi girano ancora di più le palle. Sono io, da sola, a dover metabolizzare la prospettiva dell’attesa e possibilmente a elaborare quei pensieri positivi che tanto mi hanno aiutata in passato. So benissimo che se mi metto nella prospettiva giusta il male non ritorna, o se avesse provato a riaffacciarsi lo sbatto fuori dal mio corpo e estirpo le sue radici velenose dalla mia anima. Ma. Ma la strizza non non si elimina a comando, soprattutto quando è fondata.

Nel frattempo Come una funambola è diventato anche un ebook. Costa 3 euro e 49, e ve lo potete accattare più o meno in tutti i negozi online. Ancora non è stato caricato il formato epub, ma solo il pdf. E per uno strano fenomeno compare il nome Sergio accanto al mio. Aries, tu sai perché…

Post ad alto contenuto depressivo (poi passa, scialla)

Sta arrivando l’estate, Lula ha finito il primo anno di liceo, io mi avvicino ai miei ennesimi controlli semestrali e ho voglia di fare bilanci. No, niente bilanci, solo qualche riflessione per capire che direzione sta prendendo la mia vita e, soprattutto, se c’è qualcosa che posso fare per farmela piacere di più.

Sicuramente non sono stati mesi facili, e nemmeno particolarmente felici. Ho faticato tanto a fare la madre, come non immaginavo si potesse faticare con una figlia che fin dalla nascita una cara amica chiamava “la fantastica”, non mi sono piaciuta particolarmente nemmeno come moglie, visto l’indotto e temo ormai irreversibile deficit ormonale che certo non fa per niente bene alla vita sessuale e all’equilibrio emotivo. Credo anche di non essere stata sempre sufficientemente amorevole come figlia di una madre che non smette di soffrire, con rabbia e dolore, la perdita di suo marito. Il fatto è che io sto soffrendo moltissimo la perdita di mio padre. Non ne parlo mai, non ne scrivo mai. Però mi manca.

Lo so, non dovrei essere così ingenerosa e poco comprensiva nei confronti di me stessa, ma adesso mi sento così, almeno dal versante strettamente personale e familiare.

E poi ci sono state le brutte cose di cui ho già scritto, lutti pesanti, tragedie che lasciano storditi e scavano nell’anima dei solchi che si fa fatica a riempire, instillano nuove e vecchie paure, e un moto di rivolta che però si risolve in un misero sbattere d’ali.

Non chiedetemi di spiegarmi, non so farlo e non ne ho voglia.

Sono solo molto, molto stanca, molto triste, molto consapevole dei limiti che m’impediscono di dare una di quelle svolte esistenziale alla mia vita e che invece, in passato, mi hanno fatto rinascere, rifiorire. E ritrovare la mappa per uscire dal naufragio.

L’unica cosa che brilla davvero è il lavoro fatto per Annastaccatolisa, la borsa di studio bandita (a proposito fate girare voce, e ricordatevi che per presentare le domande c’è tempo fino al 31 agosto) e i 20.000 euro già raccolti. Siamo stati bravissimi, e quando qualche giorno fa la nostra preziosa tesoriera Milva, in piena emergenza terremoto, ci ha comunicato che eravamo già a questo punto, tutte le preoccupazioni anche su quel versante sono svanite. Ce la faremo, perché a muovere tutto è stata lei, Anna Lisa.

Ma per il resto no, non sono contenta, non riesco a portare avanti progetti di scrittura avviati e non mi sono più occupata di trovare un vero editore per Come una funambola, anche se continuo a pensare che se lo meriterebbe.

[Potrei fare una panoramica sulla disastrata vita pubblica, economica, politica e sociale, ma anche no. Lasciamoci con un filo di speranza, ché i periodi di crisi possono anche essere molto fecondi.]

Bene. Dopo questa pars destruens prometto che mi dedicherò a quella construens.

Terremoti e vulcani

Sono stati giorni terribili. Pessime notizie, una dopo l’altra. Mentre la terra tremava in Emilia e tanti operai rimanevano schiacciati dai capannoni industriali, venuti giù come castelli di carta, un’altra giovane donna amica è stata portata via dal maledetto cancro. Quattro anni di malattia vissuti con estrema riservatezza, tanto da aver scoperto per la prima volta che il mio approccio talvolta può infastidire, ed essere giustamente respinto, se si sceglie di percorrere una strada diversa.

Ho avuto una crisi di nervi, bruttissima, dolorosa, come lava che dopo tanto premere trova il cratere da cui eruttare.

Un battibecco che in un altro momento avrei fatto decantare è diventato quel cratere, e c’è stata l’esplosione.

Ora credo che sia stato un bene aver urlato, e poi pianto, e poi respirato in silenzio e solitudine per un po’. Ormai lo so che le lacrime devono essere piante, e la rabbia espressa e mai covata, per non dare tempo al dolore di annidarsi nel corpo, a far danni.

Ormai lo so.

So che forse dovrei proteggermi di più, e imparare a tenere i nervi coperti.

Ma io non ho mai indossato le corazze, nemmeno quando infuriava la battaglia.

Poi passa

L’altro ieri sono entrata in un loop malmostoso da cui fatico a uscire.  Natale che incombe, assenze che pesano, improvvisa e del tutto legittima ondata di rabbia per quello che  il cancro ha tolto alla mia vita. Perché se mi fermo a guardare indietro – come ho fatto l’altro ieri mentre tentavo di riposarmi un po’ per recuperare le ore del mattino sconquassate dal temporale – non posso che dire ‘fanculo, e ‘fanculo e ‘fanculo. Ogni tanto ci vuole. Vorrei avere ancora un padre fighissimo, un quarto di tetta (fighissima anch’essa), le mestruazioni, una signora libido, un figlio in più, vorrei non aver mai dovuto conoscere il dottor Zeta, eh sì, caro mio, mi dispiace, ma è così, e pure tutte voi, meravigliose creature che ho avuto la s- fortuna di conoscere perché colleghe di cancro e di blog, non sarebbe stato molto molto meglio se avessimo tutte continuato a ignorare la reciproca esistenza e seguire ognuna un normale percorso di vita oppure, meglio ancora, se ci fossimo conosciute in quanto blogger ma non cancer bloggers?

Vorrei aver scritto un romanzo, e non il diario della mia storia funambolica.

Pensavo questo, l’altro ieri, rannicchiata sul letto con la gatta a ronfarmi accanto, sopra, di lato, non sapeva bene cosa fare per consolarmi, visto che piangevo, piangevo. Ero sola e potevo permettermelo. Piangevo e dicevo ‘fanculo al cancro, ti sei preso papà, ti sei preso una giovane donna come Anna Lisa, tieni in ostaggio la mia vita e il mio futuro, mi sei entrato nel cervello, scandisci il mio tempo, tra un controllo e un altro, e non è bello e non mi piace e non va bene affatto. Proprio no.

Lo so, non è con questo spirito che devo salutare la nascita imminente dell’associazione Annastaccatolisa. Anzi, sono sicura che la realizzazione di questo progetto mi aiuterà, aiuterà tutti noi, a dare un senso anche ai momenti più bui, come questo, in cui non riesco a far altro che pensare a come sarebbe stato bello se le cose fossero andate in modo diverso.  Se le cose ogni giorno andassero in modo diverso.

[Pensando anche al cancro che metastatizza nella società, e che produce assassini come quello che ha sparato all’impazzata su uomini con la pelle nera, uccidendone due, a Firenze] 

Periodica e noiosa tentazione di chiudere

Scrivo o non scrivo il post d'addio? Mi chiedevo poco fa mentre andavo a vedere le foto di un'amica esposte per il festival di fotografia organizzato in uno dei più attivi centri sociali romani.
Cercavo le parole per dire che non trovo più facilmente le parole per raccontare e raccontarmi. Che sono passati tanti anni da quando ho iniziato a fare questa cosa bellissima che però adesso mi riesce difficile continuare a fare con la naturalezza e la felicità di un tempo. Se deve diventare un obbligo, se la paginetta bianca del post da scrivere comincia a diventare uno specchio opaco che non riflette più niente, allora ciccia, basta, meglio passare ad altro.
Cercavo le parole per dire che vorrei provare a cambiare passo, sterzare, prendere un'altra strada. Insomma, fare qualcosa che mi permetta di iniziare un serio progetto di scrittura, lasciando decantare nelle mani di un paio di editori il libro della battaglia, perché devo assolutamente emanciparmi da quella storia. Dalla mia storia. Almeno per un po', almeno finché qualcuno non si decide a farne qualcosa.

Alla fine però, il post d'addio non lo scrivo, mi limito ad avvisare qual è lo stato d'animo del periodo, a confessare l'incapacità d'interrompere, e pure di proseguire convinta. Come al solito.

La pretesa della felicità

Certe volte mi capita di avere la sgradevole sensazione che stia sprecando la vita e consumando il tempo. Invece d’impiegarlo in un modo virtuoso – non saprei dire come – che mi permetta a un certo punto di ritrovarmi con un bel gruzzolo da parte, mi accorgo che l’ho divorato. Non sono Proust, e il tempo che perdo non riesco a ritrovarlo.

Ti ho detto “Non sono felice” ma l’hai interpretata come un’iperbole frutto di un innocuo sbalzo umorale.
“Lo so, non sei soddisfatta del lavoro.”
Già.
“La salute, eh, ci pensi sempre a quel che hai avuto.”
Vero.
“Punture, pasticche, depressione ormonale, calo della libido.”
Non ne parliamo.
“Lula comincia ad avere le turbe adolescenziali.”
Le abbiamo avute tutti, no?
“Però, io sono qui e ti amo. ”
Caro.  Lo so.
Ma come dici spesso io non mi accontento mai. E perché dovrei? Perché non pretendere di essere felice, più felice ancora. Credo sia stata una promessa inconscia fatta a me stessa: se vinco anche questa battaglia non sprecherò mai nemmeno un istante della mia vita.
Che bella pretesa, la pretesa della felicità.
La presunzione di poterla pretendere.


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