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Tornare a casa

Dopo essermi tormentata per un certo tempo ho deciso di dare retta al cuore e ai consigli di chi mi conosce bene e smetterla di inseguire possibili cambiamenti lavorativi per placare l’insoddisfazione che periodicamente mi spinge a tentare nuove strade, con un dispendio di tempo e di energie che sottraggo a quella parte di me, più profonda e antica, che amava scrivere, che voleva scrivere.

E allora devo tornare qui, al blog che è la mia casa delle parole che ho abitato per anni, con le porte sempre aperte per chi vuole curiosare, conoscermi, andare a ritroso negli anni in cui la novità della scrittura in rete si è saldata con l’urgenza del racconto personale e quotidiano, fino alla messa a nudo dei dolori più grandi, delle ferite più profonde che via via, parola dopo parola, lembo su lembo, ricucivo e lenivo.

Ci sono state anche tante parole di bellezza e di felicità, c’è stata la vita così come la vivevo, giorno dopo giorno.

Ma no, non potrò mai più scrivere come facevo allora, con la stessa necessità. Sarà piuttosto un esercizio per sbloccarmi dopo aver fatto prendere aria e luce alla casa aprendo le finestre, spalancando bene la porta, e ticche tacche, ticche tacche, riga dopo riga, a lavare via la polvere che nasconde le parole.

Com’eravamo?

Mi capita sempre più spesso di ripensare con un certo struggimento al tempo in cui scrivevo quasi ogni giorno un post, raccontavo, mettevo nero su bianco le cose che pensavo, prendevo posizione, m’indignavo, scherzavo, esprimevo paure, rabbia, condividevo (quasi) ogni cosa, perché con le parole mi sembrava di avere una forza preziosa, capace di fronteggiare ogni tempesta, e impreziosire anche la più fragile delle felicità quotidiane. La scrittura era la cartina tornasole del mio mondo, e dei mondi con cui entravo in contatto, le altre esistenze che si manifestavano con parole, commenti pubblici, messaggi privati, mail, altri blog. Leggere, commentare, mantenere una certa riservatezza nelle identità, ricorrendo ai nickname, e poi magari fare il salto, e incontrarsi dal vivo, associare alle parole i volti, riconoscere un tono in uno sguardo e costruire amicizie, legami, supporti.

Mi manca quel periodo, mi manca quel modo profondo e accurato di raccontarsi, tessere relazioni e condividere interessi e destini, scoprendo le affinità, in poche righe. Mi manca la curiosità umana che ora sembra divorata dall’ansia social di approvare o disapprovare, seguire o ignorare, mostrare o cancellare.

In questi due anni avrei scritto centinaia di post su quello che ci stava capitando, a tutti, in tutto il pianeta.

Invece ho sentito rarefarsi ogni giorno di più l’urgenza di esprimermi.

Non so bene perché, invece, stasera mi trovo qui, a non voler staccare le dita dalla tastiera, a cercare di riprendermi almeno un po’ di quel tempo e di quella vita, quando esploravamo il mondo in rete con emozione e timidezza.

Blogcompleanno n. 16

Anche sedici anni fa c’erano appena state le elezioni presidenziali USA, ma già si sapeva che aveva vinto Bush.

Oggi ancora non sappiamo se Biden ce la farà, o se l’incubo Trump imperverserà per altri quattro anni.

La piattaforma si chiamava Splinder, lo sfondo viola, il carattere comics e l’emozione per aver scritto il primo, brevissimo post. L’emozione per aver aperto un blog, che certo non immaginavo sarebbe diventato, esattamente dopo un anno, un alleato, una cura, l’ancora di salvezza per non andare alla deriva.

Sedici anni sono tanti, e almeno per una decina di anni questo blog ha raccontato buona parte di quello che mi accadeva, mi ha fatto conoscere persone che ora sono affetti, legami, punti di riferimento costanti, anche se distanti, apparentemente rarefatti.

Anche se lo trascuro, Il mio karma è una delle cose più importanti che ho avuto, che ho. Ci sono io, Lula e Sten, gli affetti, la scrittura, l’arte, la felicità, il dolore, l’amore, la malattia e la guarigione, la vita e la morte.

Buon compleanno, blogghetto mio, ti voglio bene.

Ritorno al mio karma

Ecco, l’estate arrivata già da un mese, di questo anno bisestile e funesto.

Ieri, pedalando, pensavo a quanto ne avrei scritto, di Covid, pandemia, quarantena, mascherine, politica dell’emergenza, qui, anni fa. Quante riflessioni, istantanee, parole con cui costruire un senso.

Pensavo che sono invecchiata, e però non riesco più a dare parole al tempo che passa, alla vita personale che prosegue senza scossoni, ma con una scia di rimpianti che si portano dietro l’intera sequenza di eventi provocati da scelte che se non si fossero compiute, allora… Non sarebbe successo questo, e quest’altro e quest’altro ancora. E invece, se avessi deciso altrimenti, sarebbe potuto accadere questo e quest’altro e quest’altro ancora, fino alla dolorosissima presunzione (o colpevolizzazione) che avrei potuto evitare gli accadimenti più nefasti.

E invece no, reagisce con orgoglio la parte di me più sana, osservando amorevolmente ciò che ha di più caro. Le scelte compiute hanno determinato anche questo, che non cambierei mai. E poi non è ancora troppo tardi per rimettersi in gioco, percorrere strade nuove, rispolverare vecchi desideri, rianimarli, farli risplendere al sole di luglio.

 

Scriverne?

Mentre sfogliavo un blocco per appunti che ogni tanto utilizzo per scrivere a mano – un’abitudine che non ho perso, perché utilizzando carta e penna mi sembra che i pensieri fluiscano in modo più limpido – ho ritrovato gli appunti presi per la presentazione di Scriverne fa bene a Modena.

“La tesi del libro è che attraverso la narrazione di sé chi si ammala trova la voce giusta per descrivere l’esperienza vissuta, ritrovare l’orientamento e tracciare una nuova rotta per uscire dal naufragio.”

“La parola è un filtro che permette di esibire le proprie ferite e fragilità senza scandalo o vergogna. La parola mi protegge e mi apre al mondo. Per questo scriverne fa bene. Soprattutto attraverso un blog, in rete, in tempo reale.”

La notte prima di questo ritrovamento avevo sognato che il cancro tornava, e che il dottor Zeta, ormai in pensione (che è vero, ma per l’emergenza Covid ha ricominciato a lavorare) stavolta mi avrebbe affidato a un suo collega.

Non ero troppo spaventata, anche perché Zeta mi spiegava che la prognosi era positiva grazie al fatto che mio padre aveva avuto lo stesso tipo di patologia, e nel sogno era ancora vivo. Evidentemente ho mescolato la possibile ereditarietà di una malattia oncologica con l’immunità che si sviluppa contraendo un virus.

Non so perché sto mettendo insieme queste due cose: la funzione delle parole, e le paure che abitano i miei sogni.

Certamente in questo periodo in cui mai si è parlato e scritto così tanto di malattia, salute, cure, guarigioni, ospedali, servizio sanitario pubblico, è inevitabile per me confrontare le due condizioni, quella del cancro, che conosco, e quella di una pandemia che sta sconvolgendo e ha sconvolto il mondo intero.

Anche in questo caso le parole, la scrittura, la narrazione, potranno aiutare chi si è ammalato ad attraversare la tempesta e ridisegnare la mappa per orientare una nuova esistenza?

Ho bisogno di poesia

“[…]Ho bisogno di sentimenti,

di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori detti pensieri,

di rose dette presenze,

di sogni che abitino gli alberi,

di canzoni che facciano danzare le statue,

di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.

ho bisogno di poesia,

questa magia che brucia la pesantezza delle parole,

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi. […]

Alda Merini (da La volpe e il sipario)

Ho nostalgia di questo luogo, della consuetudine svanita a raccontare di me e assecondare il bisogno profondo di specchiarmi nelle parole e da qui ripercorre poi i fili intrecciati nella trama dell’esistenza.

Un modo allora inconsueto di trovare conforto e nutrimento per l’anima, esibire e nascondere con il giusto equilibrio, provare la sensazione nuova di essere compresa e conosciuta da estranei, lettrici e lettori che grazie a questa magia, sì, la magia che ci permette di raccontare al mondo intero quello che vogliamo, leggeranno tra poco queste parole.

Come ora, che la gatta è accoccolata su di me, il muso poggiato sull’avambraccio sinistro, mentre scrivo. E scrivendo avverto la vibrazione delle fusa, mentre le dita sfiorano i tasti con un tocco leggero per comporre queste frasi.

Un pomeriggio tranquillo, dopo il pranzo domenicale di famiglia, il cambio di stagione, se è vero che la stagione è cambiata dopo una lunga estate che pareva non finire mai.

Tra pochi giorni un viaggio a Budapest per festeggiare un compleanno importante di Sten, anche lui una cifra tonda, com’è stata la mia a maggio, come sarà quella di Lula a dicembre.

Anche per lei un viaggio, anche lei, la mia Lula ormai grande e diversa da come la raccontavo qui, Lula bambina.

 

 

Questo è il mio karma

 

Questo luogo mi manca. Il tentativo di aprire un altro blog, che fosse diverso da questo e che potesse rappresentare un nuovo inizio è stato del tutto fallimentare.

Anche lì scrivevo saltuariamente, e niente di così diverso da giustificare la decisione di smettere definitivamente di aggiornare Il mio karma. Piuttosto, l’imperativo categorico di non affrontare certi temi mi ha bloccata. Non ho raccontato niente della morte della mia amica Silvia e di quanto mi stia mancando. Non ho raccontato che ho avuto di nuovo paura per me, e invece la paura è passata, non avevo niente, solo l’eccesso di zelo di chi mi ha esaminato al posto di Esse, il radiologo che mi controlla da quasi diciassette anni, anzi, da diciannove, se contiamo pure le ecografie di Lula.

Non ho raccontato il sollievo di essere stata bonariamente cacciata dal reparto di oncologia, da Zeta e dagli altri oncologi che mi conoscono.

Mi sentivo un po’ meno me. Troppo controllata. Costretta a tenermi dentro quello che sono abituata a buttar fuori.

Questo è il mio karma. Ho fatto un piccolo viaggio altrove, che mi è servito a rafforzare la consapevolezza di essere una creatura abitudinaria, radicata nello spazio che abita, innamorata dei ritorni, agitata dalle partenze.

Sono tornata.

 

Il nuovo blog

Ho aperto un altro blog, si chiama Il tempo invecchia in fretta.

Vi aspetto

 

Il mio 4 novembre, e l’ultima pagina di un lungo diario

[Il 4 novembre 1918 l’armistizio sanciva la fine della Prima guerra mondiale]

Il mio karma ha compiuto oggi, 4 novembre 2015, undici anni.

Credo sia il giorno giusto per salutarci e chiudere così questa lunghissima avventura. Tutti i diari a un certo punto finiscono le pagine, e bisogna iniziarne un altro, se si vuole continuare a scrivere.

Non sono riuscita a trasformare questo blog in qualcosa di diverso da ciò che è diventato il giorno del suo primo compleanno, quando ho scoperto di avere una metastasi al fegato e ho iniziato a raccontare quella che allora definivo una battaglia. Anche se è passato tanto tempo, sto bene, il dottor Zeta è diventato un amico che m’invita a brindare alla mia salute, e vorrei scrivere di mille cose che mi stanno a cuore, questo resta un blog letto prevalentemente da persone che cercano informazioni sul cancro, in particolare sul cancro al seno, ovviamente.

Non sento più la necessità di esprimere qui il mio punto di vista sulle cose, come se non mi trovassi più a mio agio in uno spazio di scrittura così caratterizzato da una condizione che non è più la mia.

Forse si tratta solo di cambiare casa, senza svuotarla però: perché qui, in questi 1169 post, ci sono undici anni della mia vita, importantissimi. Ho iniziato che Lula aveva sette anni, ora ne sta per compiere diciotto, io e Sten ancora non eravamo sposati, ma ho raccontato tutti i preparativi e poi quel giorno di felicità assoluta; praticavo Iyengar yoga e cantavo in un coro, ora faccio danza; avevo un papà meraviglioso che ora non c’è più, non ci sono più altre persone care, alcune che ho conosciuto grazie a questo blog, come Anna e Anna Lisa. E ci sono tante altre nuove amicizie diventate irrinunciabili. Abbiamo costruito cose importanti, che restano, come Oltreilcancro e Annastaccatolisa. Restano i libri che ho scritto, Come una funambola e Scriverne fa bene, nati qui, dall’esperienza pionieristica del cancer blogging.

Ma io non sono (più) il mio cancro, per riprendere e adattare la dichiarazione di Emma Bonino.

Voglio scoprire se sono ancora una blogger senza aggettivi, e per farlo proverò a ricominciare da capo, da un’altra parte.

Il mio karma saprà guidarmi.

E quando avrò trovato il posto giusto, tornerò qui a dirvi come fare a trovarmi.

Blogger de mamma sua

Lula ha aperto un blog. O meglio, lo ha aperto ma ancora lo tiene chiuso, in modalità privata, per prendere confidenza col mezzo e forse per capire se le serve per fare palestra di scrittura.

Non mi ha voluto dire nemmeno che titolo ha scelto, ma ovviamente sono tra le persone che l’ha più incoraggiata a compiere il passo, visto che tra le varie cose che si affacciano nella sua giovane mente quando pensa al futuro c’è anche il giornalismo. E sono convinta che scrivere un blog è un mezzo straordinario – economico, facile, libero – per fare una sorta di autopraticantato e abituarsi a osservare le cose del mondo e, in caso, le proprie, con l’intenzione di raccontarle usando la parola scritta.

Con il tempo ho smesso di scrivere Il mio karma con questa attitudine mentale, e per questo mi sento sempre meno una blogger e più una persona che si ostina da quasi dieci anni a tenere aperto un blog, dove scrivere di tanto in tanto, senza provare più quella necessità quotidiana di trasformare un episodio di vita in un post.

Ma all’inizio invece bisogna sentire il blog come una nostra estensione, una risorsa inesauribile e un magazzino che conserverà i nostri sguardi sul mondo, descritti con parole che giorno dopo giorno saranno più precise ed espressive, con uno stile inconfondibile. Scrivere diventerà così una piacevole necessità.

Auguri Lula, e lunga vita ai blog!

 

 

 


Come una funambola

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