Posts Tagged 'disordine'

Ora scrivo un bel post

E’ da giorni che mi dico, ora scrivo un bel post. Ora scrivo, come facevo un tempo, delle cose che mi sono successe e che ho fatto, della Sinfonie n. 4 e n. 5 di Beethoven dirette da Masur a cui sono andata con la mi’ mamma, del fatto che ovviamente abbiamo incontrato il musicalmente dottissimo dottor Zeta, e che fuori, nella cavea dell’Auditorium, si ballava il tango, della stanza di Lula dipinta di rosa – e non è male, non è affatto male – del festeggiamento per le nozze d’oro degli zii – urca! per arrivarci io e Sten dovremmo campare rispettivamente fino a 88 e 98 anni, se non si divorzia prima – e di quanto fossimo tutti felici perché c’era anche papà, che tra un paio d’anni lui sì che sarà lo sposo d’oro, del film della Coppola Somewhere, che insomma, mi ha lasciato freddina, dell’eccessivo cincischiamento su certi dettagli del mio libro, che s’intitola – anticipazione! – no, no, meglio aspettare.
Ecco, ho scritto un post. Bello no, ma non si può avere tutto dalla vita, di questi tempi.

La pretesa della felicità

Certe volte mi capita di avere la sgradevole sensazione che stia sprecando la vita e consumando il tempo. Invece d’impiegarlo in un modo virtuoso – non saprei dire come – che mi permetta a un certo punto di ritrovarmi con un bel gruzzolo da parte, mi accorgo che l’ho divorato. Non sono Proust, e il tempo che perdo non riesco a ritrovarlo.

Ti ho detto “Non sono felice” ma l’hai interpretata come un’iperbole frutto di un innocuo sbalzo umorale.
“Lo so, non sei soddisfatta del lavoro.”
Già.
“La salute, eh, ci pensi sempre a quel che hai avuto.”
Vero.
“Punture, pasticche, depressione ormonale, calo della libido.”
Non ne parliamo.
“Lula comincia ad avere le turbe adolescenziali.”
Le abbiamo avute tutti, no?
“Però, io sono qui e ti amo. ”
Caro.  Lo so.
Ma come dici spesso io non mi accontento mai. E perché dovrei? Perché non pretendere di essere felice, più felice ancora. Credo sia stata una promessa inconscia fatta a me stessa: se vinco anche questa battaglia non sprecherò mai nemmeno un istante della mia vita.
Che bella pretesa, la pretesa della felicità.
La presunzione di poterla pretendere.

A VOLTE RITORNA

Sabato mi sono svegliata presto, con un cerchio alla testa e un’ansia montante.

Avrei voluto dormire ancora, e invece i pensieri hanno cominciato ad accavallarsi, molesti.

Però non riuscivo nemmeno ad alzarmi, perché quella bestiaccia, l’ansia appunto, sembrava essersi aggrappata al cuore, e lo rendeva pesante. Un macigno.

“Perché? A cosa pensi?” Mi ha chiesto preoccupato Sten. “Stai tranquilla, va tutto bene.”

Non c’era una ragione specifica. Ma ho avuto paura. Tanto che quando lui è uscito per comprare il giornale l’ho chiamato, quasi in lacrime, per chiedergli di tornare subito a casa, dopo aver comprato l’Ignatia (scioccamente non ne ho una scorta a casa…).

Mi ha trovata così, in preda all’angoscia.

Ho preso l’Ignatia, sono rimasta a letto ancora un po’, aspettando che il rimedio omeopatico facesse effetto.

Finalmente ho avuto la forza di alzarmi, Lula si è svegliata, me la sono coccolata un po’, e come d’incanto la bestia ha mollato definitivamente la presa, ripiegando negli angoli bui dell’anima.

 

BABY BLUES

Me ne sono andata prima dell’alba. Lei finalmente dormiva dopo ore di pianti ininterrotti e tentativi di attaccarla ai seni improvvisamente vuoti. Ora non le servo più a niente. Può fare a meno di me, di una madre che non sorride e che non nutre, paralizzata dall’ansia e dal senso d’inadeguatezza.

Andare via. Andare via. Era l’unico pensiero che riuscivo a formulare con gli occhi sbarrati e il cuore impazzito. Anche lui dorme. Non l’ho voluto svegliare. Inutile. Non si capacita di vedermi così. “E’ quello che hai sempre voluto. E’ una bambina meravigliosa. Cosa c’è?” Non capisce. Nessuno capisce. Non vogliono lasciarmi mai sola. C’è tutto questo disordine nei cassetti. E fa freddo. E’ venuta una psicologa a dirmi stronzate sul trauma della maternità. L’ho lasciata parlare e dopo un po’ le ho chiesto di andarsene.

E’ venuto un medico della psiche, e mi ha chiesto cosa mi fa stare male. Mi ha ascoltata. Ha ascoltato le mie frasi un po’ sconnesse con attenzione. Mi ha fatto altre domande, e ho risposto. Non l’ho mandato via. Sapevo che ci saremmo visti ancora.

La mattina non voglio vestirmi, non voglio uscire. Il pomeriggio va un po’ meglio, il peso si alleggerisce, e la sera riesco a sorridere. La notte non dormo più, e quando arriva il mattino so che comincerà un altro giorno così. Meglio andare via, ho pensato. E lei? (Non riesco a chiamarla per nome, e nemmeno a dire mia figlia.) Scappiamo insieme, forse altrove le cose andranno meglio. Ma se non ho più latte è il segno che non sono capace ad esserle madre. Lei resta, io vado via.

Mi sono infilata una tuta, una giacca pesante, sciarpa e guanti. E’ inverno e fuori si gela a quest’ora.

Sono andata alla fermata e ho preso il primo autobus che è passato. Credevo fosse vuoto, a quell’ora. Invece c’era gente con l’aria assonnata, forse pendolari diretti alla stazione. Nessuno faceva caso a me, chi poteva riconoscere lo sguardo allucinato di una madre in fuga?

Arrivata al capolinea, di fronte alla stazione, non sono scesa, ma ho aspettato che ripartisse. Non è stata una scelta, avevo le gambe paralizzate e cominciavo ad avere paura di quello che stavo facendo. Mi sono lasciata trasportare da quell’autobus che attraversava il centro fino al capolinea di periferia, e poi di nuovo alla stazione. A quel punto l’autista si è accorto di me, mi ha guardata dallo specchietto prima di scendere a fumarsi una sigaretta, poi si è avvicinato.

“Va tutto bene? Non deve scendere?”

“Mi dispiace. Non ce la facevo proprio”, ho risposto.

“Forse ha bisogno di aiuto?” Insisteva l’autista, un omone con l’orecchino e lo sguardo gentile.

“Non sono capace, non sono capace.” 

“A fare cosa non è capace?” L’autista non si dava per vinto.

“C’è troppo disordine, non ho più il latte.”

L’autobus cominciava a riempirsi, e l’autista doveva farlo ripartire in orario. Forse l’omone ha pensato che fossi una svalvolata come tante, è sceso a fumarsi l’agognata sigaretta, ha scambiato qualche battuta con un collega e dopo pochi minuti è tornato alla guida, senza curarsi più di me.

Ormai la città era animata, e il traffico cominciava a congestionarla.

Quando finalmente ho riconosciuto la fermata più vicina a casa ho deciso di scendere, il cuore mi batteva all’impazzata e lei mi piangeva nella testa. Dovevo correre, correre.

Ero uscita senza chiavi, senza orologio. Senza niente. Ero uscita per andare via.

Il portone era aperto, ho suonato alla porta timidamente.

C’era silenzio, ho aspettato un po’ prima di suonare con più energia.

Finalmente ho sentito la sua voce arrochita dal sonno chiedere “chi è?”

“Sono io.”

Ha aperto e mi ha guardata senza capire.

“Ho fatto una passeggiata, non riuscivo a dormire.”

Sono corsa in camera e ho guardato mia figlia che dormiva nella culla. Respirava tranquilla, il minuscolo pollice sembrava soddisfarla e placare la fame.

Finalmente piangevo, dopo giorni di lacrime implose ed emozioni stritolate dall’angoscia.

“Sono tornata.” Ho detto piano a lei.

“Adesso devo guarire.” Ho quasi gridato a lui.

 

Altro che baby blues, di tristezze ormonali con lacrimucce. La depressione post-partum può lacerare l’anima, e l’anima non si ricuce da sola. Una madre può diventare madre con un po’ di ritardo, ma se la si lascia sola con le sue paure non lo diventerà mai.

2. I tempi del disordine

I tempi del disordine sono scanditi in modo abbastanza preciso. Il risveglio del mattino è sotto il segno dell’ansia, quella vera, che riconoscerai sempre una volta provata. E’ un nodo che stritola il cuore e pesa sullo stomaco, mentre i battiti impazziti accelerano senza pietà. Il mattino è il tempo peggiore, perché è solo l’inizio di un altro brutto giorno. E’ difficile decidere di lavarsi e di vestirsi. Difficilissimo convincersi ad uscire. Impossibile prender una qualsiasi altra decisione.

Nel tardo pomeriggio la paralisi è sbloccata, quel giorno è quasi trascorso e questa consapevolezza riesce anche a strappare un sorriso, un momento di leggerezza. Un briciolo d’interesse verso qualcosa.

 

 

 

 

La sera scivola via, verso l’incognita notturna sul numero di risvegli della piccola, che comincia a reclamare, insieme alle sacrosante poppate, una madre felice. Con i cocci dell’anima rimessi insieme. 

I luoghi del disordine

Succede così, all’improvviso. Un’altra voce prende il sopravvento, altri pensieri, un sé sconosciuto che schiaccia l’altro in un angolo dell’anima. Appropriandosi anche dell’involucro: espressioni e sguardi sono bloccati in una fissità dolente e stralunata, senza lacrime né sorrisi.                C’era una  bambina appena nata e c’era una madre precipitata nel buco nero della depressione, oppressa dal peso di quella gigantesca responsabilità che l’istinto non sempre aiuta sostenere. Al caos interiore corrispondeva la falsa percezione di un disordine materiale, quello dei cassetti dove erano riposti i vestitini della neonata. E’ tutto in disordine, diceva la madre angosciata. Allora mettiamo a posto, rispondevano le persone care, premurose e preoccupate, osservando quello sguardo fisso, sconosciuto. Non ci riesco, è inutile, replicava la mamma depressa, paralizzata nell’inazione. 

Un giorno, parlando di quei due mesi con un’amica che aveva vissuto un lungo periodo depressivo (non legato alla maternità), uscì fuori l’identica ossessione: i cassetti disordinati. Allora abbiamo riso, e ci siamo guardate con una complicità che nessuno poteva condividere. Neanche chi aveva curato le nostre anime disordinate. Quella storia dei cassetti non andava giù a nessuno. Era un segno di pazzia. Pazzia temporanea, certo. Invece per noi era la manifestazione concreta del nostro caotico stato interiore.


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