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PER CHI E’ ANCORA IN BATTAGLIA

 

Dopo i baci e gli abbracci con l’infermiera Giovanna, la caposala Anna e con l’ematologo, il dottor A., mi sono messa ad aspettare fuori della stanza di Zeta, indecisa se bussare prima dal dottor Esse per salutarlo.
C’erano due signore che mi fissavano, una diceva all’altra "è lei, è lei". Allora le ho guardate meglio, una non riuscivo a riconoscerla, l’altra invece mi ha puntato due occhi inconfondibili, bellissimi, chiari. Però aveva una parrucca diversa, sempre bionda, ma più lunga. Molti, troppi, chili di meno. Ma sempre bella, curata, sorridente. 
"Rosanna!" Ho esclamato. 
Me la sono stretta forte. Ci siamo strette forte. Ho salutato la sua amica, anche lei una paziente di Zeta che però sta benone da anni, niente recidive, era lì solo per accompagnare Rosanna alla sua ennesima seduta di chemio.
Rosanna con un filo di voce, per un problema alle corde vocali. Un problema stupido, rispetto a tutti gli altri: le metastasi con cui combatte da quattro anni. Allora ai polmoni e alla spalla, poi al cervello, fermate dalla radioterapia, e poi il fegato, e poi ancora le ossa. Ma combatte, sorride, e resiste. 
Abbiamo potuto parlare poco, un po’ perché non volevo che sforzasse la voce, e poi perché è stata chiamata, toccava a lei. Un altro abbraccio, la promessa di chiamarci.
Il tempo di fare ancora qualche chiacchiera con la sua amica, e poi dentro, da Zeta. Ad aggiornare la cartella, rifare i piani terapeutici scaduti, scrivere il certificato per l’imminente visita di revisione dell’invalidità e della legge 104.
Sapeva che avevo visto e amato il film La prima cosa bella, e lui invece, da medico, ha considerato assurdo il modo di rappresentare una malata terminale (la Sandrelli). Ma sì, certo, nessuna malata terminale è così, purtroppo. Ma il film è una commedia, e il personaggio richiedeva quella vitalità, fino alla fine.

Prima di andarmene ho incontrato anche il dottor Esse, affezionato lettore (e commentatore) del blog. Da lui ho saputo che vogliono spostare la farmacia che prepara i chemioterapici all’ospedale San Camillo. Questo significa rendere ancora più complicata la vita del day hospital oncologico, quasi a volergli infliggere un colpo letale. Dell’ex San Giacomo ormai non parla più nessuno, se non per continuare a promettere riaperture in forme sempre diverse. 
Le candidate a Presidente della Regione Lazio, Bonino e Polverini, non hanno ancora speso una parola sulla questione. Ma tanto ciò che conta davvero non sono le eventuali promesse, ma quello che verrà fatto subito dopo le elezioni. Intanto però non sarebbe male se ci fosse almeno un progetto chiaro sulla disastrata sanità laziale.

 

DIECI DOMANDE SULLA CHIUSURA DELL’OSPEDALE SAN GIACOMO

Mi piacerebbe che qualcuno, magari in vista delle elezioni regionali, provasse a rispondere alle domande che si pone (e ci pone) in questo video il dottor Esse, ovvero l’oncologo Andrea Scoppola, a più di un anno della chiusura dell’ospedale romano San Giacomo.

RIDATECI IL SAN GIACOMO

Sul Fatto quotidiano di giovedì 3 dicembre un articolo  molto interessante sull’affaire ex-ospedale San Giacomo. (Il link è alla rassegna stampa del Ministero della salute. L’articolo in pdf è a p. 80)
Ora sembra tutto più chiaro, no? Peccato però che all’epoca nessuno si prese la briga di indagare a fondo sulla vicenda, sicuramente per la paura di mettere in crisi la giunta regionale. Adesso è arrivato il momento di rimettere insieme i pezzi, chiedere scusa per il danno inferto, restituire l’ospedale ai cittadini e chiudere una delle peggiori pagine della gestione Marrazzo.

OSSETTE MIE, COME VE LA PASSATE?

Oggi visita dal dottor Zeta, dopo mesi di aggiornamenti telefonici o verbali extra moenia… Prima sono stata ospitata dal dottor Esse e dalla dottoressa Bi nella loro stanza, per continuare a scambiarci opinioni sulla situazione ex-San Giacomo dopo il sit-in – piuttosto triste e inutile, se non fosse stato per il piacere di ritrovarci tutti come vecchi amici – di sabato mattina. Ma direi, visti i chilometrici commenti al post precedente, che volendo la discussione può continuare lì.

Riguardo a me, le cose vanno bene, però devo fare una MOC per vedere come stanno le mie ossa dopo tre anni di terapia ormonale. Il rischio osteoporosi è alto, ma spero proprio che la teoria di mia madre sulla tostaggine dei nostri scheletri sia corretta.

Per tutto il resto se ne riparla a gennaio, visto che Zeta sulla cartella clinica accanto al risultato dell’ultima Tac ha scritto “alla fine era un angioma!” Perciò è inutile continuare a rivoltarmi come un pedalino, possiamo serenamente tornare ai normali controlli semestrali.

Prima di andarmene e lasciarlo al delirio di viste consueto gli ho ricordato che aspetto sempre i suoi preziosi scritti per il libro in progress. Tra un concorso per il dottorato in filosofia, e altre questioni importanti che riguardano il suo futuro professionale, mi ha promesso di farmi avere al più presto altro materiale.

SULLA SCRITTURA COME TERAPIA (E NUOVE NOTIZIE DAL SAN GIACOMO)

A proposito di quello che ho scritto nel post precedente, oggi aprendo Repubblica mi sono imbattuta nell’articolo di Corrado Sannucci (di cui ho parlato qui, a proposito del suo libro A parte il cancro tutto bene) che s’intitola proprio "La scrittura come arma per guarire", anche se poi, leggendolo attentamente e considerando anche l’interrogativo con cui si conclude ("ma davvero chi scrive ha voglia di un lettore?"), mi pare piuttosto scettico sul valore della scrittura di sé come atto anche terapeutico. ("E’ triste dirlo, ma le malattie sono duramente ripetitive e ripetitive sono le narrazioni che la riguardano, anche quando vogliono denunciare disservizi o mancanze dell’assistenza sanitaria […]") In fondo era la stessa cosa che mi scrisse rispondendo a una mia mail, l’inverno scorso ("ma davvero hai ancora voglia di raccontare la tua prima battaglia?") e che mi lasciò un poco perplessa, visto il libro che aveva scritto. Nell’articolo di oggi (pp. 47-48 Le guide di Repubblica, sul Festival della salute di Viareggio) Sannucci scrive: "Tanti di coloro che hanno risposto alle sollecitazioni del mio libro […] esprimevano il desiderio di voler raccontare la loro storia. A volte però sembrava una pulsione originata da quest’età nella quale ognuno si sente titolare di un blog od obbligato ad un outing." Quello che intende dire Sannucci, almeno nell’articolo, è che scrivere autobiografie sul cancro non deve diventare un luogo comune. Piuttosto la malattia deve aiutare ad "assecondare meglio la propria natura", che non sempre è quella di scrittore/scrittrice.

E’ vero, oggi si sono moltiplicati i blog di chi fa outing sul proprio stato di salute e decide di condividere con altri il percorso accidentato che si sta facendo, o che si è appena fatto per vincere una battaglia che un tempo nessuno osava raccontare. Sono blog straordinari, che hanno permesso a chi li ha aperti di scoprire di avere un talento narrativo, una capacità di autoanalisi rara e, soprattutto, di non dover affrontare in solitudine e silenzio la propria condizione.

Oggi c’è anche questa notizia, che riguarda il San Giacomo e una sua probabile riapertura. Io non mi fido più, non mi bastano gli annunci, e mi sembra tanto una sporca manovra pre elettorale.

E IL SAN GIACOMO?

Sono passati quasi sette mesi dalla chiusura dell’ospedale San Giacomo di Roma e la struttura che occupa un isolato tra via del Corso, via di San Giacomo e via Ripetta, ad oggi è in stato di abbandono e ancora non è chiaro che cosa ne sarà. Si parla di trasformarla in residenza per malati di Alzheimer e più in generale in una RSA, (Residenza sanitario-assistenziale). Ma è chiaro che non essendo riuscito il colpaccio della vendita a privati, l’unica cosa sensata sarebbe quella di riaprirlo, magari con un numero limitato di reparti, quelli che funzionavano meglio, che contribuivano a snellire le liste di attesa della Regione, e che non renderebbero vani i soldi spesi in macchinari e ristrutturazioni avvenute negli ultimi anni.

Per chi non avesse seguito l’autunno scorso questa vicenda (qui e sulle cronache locali dei giornali) è molto interessante il sito di Oliva Salviati, erede del cardinale che aveva destinato alla gestione dell’ospedale parte dei suoi beni.

Lei, giustamente, non ha nessuna intenzione di interrompere la battaglia per la riapertura del San Giacomo. E nemmeno io.

Nell’intervista a Red TV fa notare come in un paese lento a decidere come l’Italia, in due mesi si sia riuscito a chiudere un ospedale che aveva 700 ani di vita.

LA MALINCONIA DELLE SCONFITTE

E’ la quarta volta oggi che che cerco di scrivere un post. Per tutto il giorno ho ripensato alla mail che mi ha scritto il dottor Esse, il collega di Zeta, che è un ennesimo grido di dolore e di rabbia per il San Giacomo che non c’è più.

"Il Nuovo Regina Margherita è un ibrido a metà fra un ospedale e un presidio ambulatoriale; non è né carne né pesce. Dopo le quattro del pomeriggio diventa un luogo triste e spettrale. Senza vita."

Quando ci sono andata, a gennaio, era proprio così. Triste e spettrale. Dopo la prossima Tac, che si avvicina a passo di carica – tre mesi passano in fretta – vorrei andarci di mattina, per poter salutare Esse, le infermiere, e magari vedere Zeta in piena attività, con la pila di cartelle cliniche sulla scrivania e decine di pazienti in attesa.


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