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Una bella giornata a Viareggio

Quando sono arrivata a Viareggio, giovedì sera, sola soletta, ero proprio dispiaciuta che non ci fosse nessuno con me. Me ne sono andata mestamente a cenare al ristorante dell’albergo sul lungomare, a pochi metri dal centro congressi sulla spiaggia dove si svolge il Festival della salute. Non ho osato avventurarmi alla ricerca di un posto dove mangiare, visto che ero sola. Mentre aspettavo i miei calamari, circondata da turisti stranieri piuttosto anzianotti, mi facevo un po’ tristezza, lo ammetto. Così, dopo aver concluso la mia cena e fatto due chiacchiere con le cameriere ho fatto due passi – due – sul lungomare piuttosto desolato, e sono tornata nella mia stanza, comoda, grande, a riordinare le idee su quello che avrei potuto dire il giorno dopo e a continuare il bellissimo romanzo che sto leggendo, The round house di Louise Eldrich.

La mattina dopo, a colazione, ho notato una tipa che si aggirava incerta tra i tavoli, aveva in mano il programma del Festival, ed evidentemente, come me, era da sola. Le ho offerto posto al mio tavolo, abbiamo iniziato a chiacchierare e ci siamo raccontate perché eravamo lì. Lei, con un po’ di imbarazzo, mi ha detto di essere una senatrice della Repubblica che si occupa di sanità, per questo era stata invitata come relatrice a uno degli appuntamenti del Festival, e quando ha saputo della mia “competenza”, che ve lo dico a fa’, si è aperta ancor di più, visto che anche lei, di recente, ha avuto il suo cancro al seno. Le ho regalato una copia di “Scriverne fa bene”, abbiamo scoperto altre cose in comune, soprattutto più tardi, quando abbiamo pranzato insieme.

Mentre lei si riguardava le slide del suo intervento io ho fatto un giro per il Festival e poi s’è fatta l’ora di andare al Palco della salute, a incontrare Giusy Versace e Elisa D’Ospina e iniziare il nostro incontro con i ragazzi delle scuole e con la senatrice (un’altra!) Granaiola, della Commissione sanità del Senato, moderato dal giornalista Alessandro Pellizzari.

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Credo di aver detto più o meno le stesse cose che dico in occasioni come queste, cercando di adattare le parole al pubblico certamente non avvezzo a sentir parlare di certi argomenti, aiutata anche dalle domande del giornalista.

E sono stata contenta di mescolare la mia esperienza e le mie parole a quelle di Elisa, determinatissima nell’impegno per combattere i disturbi del  comportamento alimentare e per diffondere tra le ragazze un sano amore verso il proprio corpo, e di Giusy, che fa venire i brividi quando la senti raccontare l’incidente che le ha portato via le gambe, e il modo in cui ha ricostruito se stessa, diventando una campionessa di corsa e insegnando a vivere con una disabilità così grave.

La senatrice Granaiola ha raccolto molte delle nostre sollecitazioni, e in particolare ha rassicurato Giusy sull’impegno già avviato per
l’aggiornamento del nomenclatore tariffario delle protesi, fermo al 1999.

Ad aggiungere commozione c’è stato l’intervento dal pubblico della mamma di Manuela, una delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio, che ha voluto ringraziarci perché, in qualche modo, siamo riuscite a incoraggiarla e a darle forza in un momento di rinnovato dolore, visto che sta per riprendere il processo per avere verità e fare giustizia e individuare le responsabilità di quella tragedia costata la vita a tante persone. Dopo è venuta ad abbracciarci una ad una, e quell’abbraccio è un’altra che non dimenticherò di questa bella giornata.

 

45

Ho superato indenne un compleanno di un certo peso, visto che dal prossimo sarò più vicina ai cinquanta che ai quaranta. Me li sento questi 45? Sì, me li sento. Ho meno energie, fatico un po’ a tenere le fila delle tante cose in cui sto cercando di impegnarmi, sono tentata di mollarne qualcuna, poi però la carica torna, e vado avanti.

Per chi non l’avesse potuta seguire – di primo maggio alle 11 forse era difficile – vi segnalo il podcast di Radio3 scienza della trasmissione sul libro di Anna Lisa, blogterapia e ricerca. http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-dfa0b6bc-d0a1-45a0-b631-b1c98e95893a.html

Il 3 maggio Roberta, la mamma di Anna Lisa, è andata a Uno mattina (a partire dalle 9.33), dove è stata trasmessa anche un’intervista ad Andrea. Purtroppo non ho potuto accompagnarla e sostenerla in questo periodo così impegnativo per la promozione del libro, che culminerà sabato prossimo al Salone del libro di Torino, il cui tema conduttore quest’anno è proprio Vivere in rete. In quell’occasione invece ci sarò, ci saremo in molti, e sarà una bella occasione per incontrare vecchie e nuove conoscenze della rete.

Partirò giovedì con mia madre, che ci teneva tanto, come me, a rivedere Torino. Un viaggetto noi due da sole non l’abbiamo mai fatto, anche se da quando papà non c’è più mi ripromettevo spesso di organizzare qualcosa insieme. Adesso è arrivata l’occasione.

I RAGAZZI PERDUTI DEL SUDAN

Questa non è una recensione, questo è un accorato invito a leggere un libro che racconta una storia purtroppo vera, e che per questo tutti dovremmo conoscere. Prima di leggere Erano solo ragazzi in cammino, autobiografia di Valentino Achak Deng, di Dave Eggers (Strade Blu-Mondadori 2007), io non sapevo nulla della guerra civile sudanese, se non quel poco appreso da giornali e televisione, e confuso con il successivo e più noto genocidio del Darfur. Non sapevo che migliaia di ragazzini, come Valentino Achak, erano scappati dai loro villaggi del sud, attaccati dai murahaleen, mercenari arabi a cavallo assoldati dal governo islamico di Khartum per sterminare la tribù Dinka, e che avevano attraversato scalzi la foresta affrontando pericoli di ogni genere, in cammino verso una possibile salvezza sempre rimandata. Non sapevo che Valentino Achak, e con lui tutti i Ragazzi Perduti del Sudan, oltre a sfuggire alla guerra civile, nel corso del lungo cammino verso l’Etiopia, immaginato come una sorta di Eden prima di arriverare nel campo da cui poi sarebbero stati cacciati con violenza, e poi verso il Kenya, furono sottoposti agli attacchi dei leoni, delle iene, dei predoni, dei governativi, delle mine, della fame, del buio, della follia, dei coccodrilli affamati di esseri umani in fuga, sotto il fuoco di cecchini. E una volta in salvo, a Kakuma, in Kenya, dovevano  anche sfuggire al precoce arruolamento nell’Esercito di liberazione nazionale, che usava metodi altrettanto violenti per convincere quei Ragazzi Perduti, orfani o presunti tali, a imbracciare i fucili per diventare soldati bambini assetati di sangue. 
Valentino, dopo altri dieci anni di vita durissima nel campo profughi ONU di Kakuma, che in kenyota significa da nessuna parte, riuscì a partire per gli Stati Uniti, dove molti altri ragazzi del campo erano già stati accolti, assurdamente proprio l’11 settembre 2001. La guerra e la violenza insensata che immaginava di essersi lasciato alle spalle sembravano essergli appiccicate addosso.
Il libro inizia con un altro tipo di violenza, l’aggressione per furto subita da Valentino nella sua casa di Atlanta. Quando si sveglia dal colpo ricevuto è legato, sorvegliato da un ragazzino, forse il figlio della coppia da cui è stato aggredito, a cui immagina di raccontare la sua terribile storia. 

"Per qualche ragione sono sicuro che quel bambino seduto davanti alla mia tivù con una Fanta in mano non abbia la minima idea di quello che ho visto in Africa. Non che me lo aspetti, né gliene faccio una colpa. Io stesso ero parecchio più grande di lui quando mi resi conto la prima volta che c’era un mondo oltre al Sudan meridionale, e che esisteva l’oceano. […] Al  mio arrivo in questo paese raccontavo storie silenziose. Le raccontavo alla gente che aveva commesso un torto nei miei confronti. Se qualcuno mi passava davanti in una coda, se qualcuno mi ignorava, mi urtava o  mi spingeva, io li fissavo senza distogliere lo sguardo, sibilando storie silenziose.Tu non capisci, gli dicevo, non aggiungeresti altra sofferenza alla mia vita se sapessi che cosa ho visto io. E fino a che quella persona non spariva dalla mia vista, le raccontavo di Deng, morto dopo aver mangiato carne cruda di elefante, o di Ahok e Awach Ugieth, gemelle rapite dagli arabi a cavallo e che, se sono vive oggi, avranno messo al mondo i figli degli uomini che le hanno portate via o di quelli a cui sono state vendute. Ce l’hai una vaga idea? Quelle bambine innocenti probabilmente non si ricordano più di me o del nostro villaggio o di chi le ha messe al mondo. Queste storie emanano da me in ogni istante di vita e di respiro, e voglio che tutti le ascoltino. La parola scritta è rara nei piccoli villaggi come i miei e inviare le mie storie nel mondo, anche così silenziose e inermi, è per me un diritto e un obbligo."

Un obbligo, un dovere, è leggere la storia di Valentino Achak attraverso le limpide parole di Eggers. Per riflettere ancora una volta, perché non basta mai, sulle atrocità compiute in tempo di guerra e sulla violenza intestina che divora gli esseri umani. Per non trincerarsi dietro la scusa dell’ignoranza. Della lontananza. Valentino Achak Deng è nella foresta sudanese, nel deserto polveroso kenyota, nei fiumi bagnati di sangue al confine con l’Etiopia, negli Stati Uniti, e qui.

PERDIZIONE

Quando ti ho visto attraversare la strada, tenevi le mani in tasca e lo sguardo  distratto, arrotolato in chissà quale pensiero.

Ho provato  a intercettarlo, quasi ti ho sfiorato.  Ma tu eri già dall’ altra parte, e non avrei mai avuto il coraggio di cambiare direzione per seguire il tuo cammino.

Quel giorno avevo deciso di perdermi e scollarmi via la fatica di vivere aggrappata a una parete liscia, il corpo ammaccato dalle cadute, la mente imbizzarrita nel tentativo di superarla, quella maledetta parete.

Un dolore sordo che si spostava dallo stomaco al cuore, dal cuore alle tempie. Certe volte si piantava tra le scapole, poi, improvvisamente, partiva come una trivella a fare buchi  trapassandomi da parte a parte.

Il giorno prima avevo trovato Marlon, il mio gatto e unico essere di sesso maschile con cui fossi riuscita a mantenere un rapporto che superasse un anno striminzito, agonizzante sulle scale del giardino. Sapevo chi era stato ad avvelenarlo, ma non avevo le prove. Dopo averlo portato inutilmente dal veterinario sono tornata a casa, l’ho seppellito nel fazzoletto di prato dove il micione amava crogiolarsi, piangendo  tutte le mie lacrime, e gridando maledizioni eterne al responsabile che certamente mi stava sentendo, oh se mi sentiva! Ero rimasta sola, solissima. Avevo deciso così, domani mi perdo, brutti bastardi che mi vivete accanto, di fronte e di sopra, vicini adorabili coi sorrisetti finti e le polpette sterminatrici pronte. Domani mi perdo, stronzetto che m’hai fatto spendere l’iradiddio in depilazioni e biancheria intima super sexy, e poi ti sei dileguato dopo la prima scopata un po’ più tenera, e con la solita merdosissima scusa della ex che ancora ami – e non so che m’è successo ma ora ho capito che non posso perderla. Però è stato bello, tu sei una donna fantastica, non ti meritavo, sai…  Domani mi perdo, esco da questa casa che si sgretola solo a guardarla. Esco da questa casa che mi sta cacciando e mi perdo.

Ti ho visto attraversare la strada e mi sembravi il mio corrispondente maschile. Era la prima volta che notavo qualcuno per la strada. Forse perché giro sempre in motorino e gli anonimi caschi al semaforo non mi suscitano più alcuna emozione. Quel giorno camminavo, e ho assaporato il gusto di una bella passeggiata di perdizione. Ci siamo incrociati a quel semaforo e per un attimo la trivella ha smesso di perforarmi il cuore. Non ti ho seguito, no. Non mi sono girata a guardarti col battito sospeso. Anche tu avevi lasciato a casa qualcosa, come il cadavere di un gatto amatissimo e quella bolla di esasperazione che scoppiando aveva rischiato di farti annegare.

Volevo perdermi e ti ho trovato. Succede sempre così. Io però ho continuato a camminare da un lato della strada, e tu dall’altro.

Devo ancora elaborare il lutto, poi ti verrò a cercare.

*Scartabellavo tra i tanti files di storie iniziate, interrotte, in decantazione. Ho trovato questa cosa qui, vecchia di un paio d’anni, di cui mi ero completamente dimenticata. E mi pare che non ci sia niente da aggiungere.

cibo

Non sentivate un languorino? Fame di parole, scritture e storie da tutto il mondo? E senza dover essere poliglotti!

E’ tornato Buràn, grazie alle inesauribili energie di Effe, Flounder e Fuoridaidenti, con un numero tutto dedicato al cibo. Non fate indigestione, mi raccomando.

OSTERIA

Sono andata all’Osteria da Amalia e mi sono ricordata di quella storia da bar che avevo scritto qui un paio d’anni fa. Visto che era in tema ho deciso di lasciarne una copia anche sui tavoli della blogosteria, che purtroppo chiuderà tra un mese (perché, mi chiedo, deve durare così poco?) Il posto è carino e accogliente, pieno di gente che ha qualcosa da raccontare. Ci vediamo lì per un caffè.

CORPO A CORPO

Mi hai sfiorato il collo con l’intenzione di stringerlo.

Lo diceva lo sguardo un po’ feroce, anche se poi con un sorriso quell’impulso ha trascolorato in tenerezza.

Ho lasciato che decidessi tu come prendermi, fingendo che fosse la prima e non l’ennesima volta che accadeva.

Ho smesso di parlare, anche se m’imploravi di farlo ancora. Non sapevo sincronizzare ai pensieri la voce, mentre il corpo andava per conto suo, svelandoti con il suo antico linguaggio quei segreti che fingi sempre d’ignorare.

La pioggia picchettava sul vetro, sbattuta dal vento teso, a tratti ululante.

Lo stesso affanno lieve riempiva la stanza, gli occhi negli occhi, quel lento ondeggiare dei miei fianchi, incollati ai tuoi, a seguire il ritmo, a battere il tempo, passo dopo passo.

 

Me lo concedi un altro ballo? Mi hai chiesto implorante quando la musica è finita.

 

Un altro, e un altro ancora, amore mio

A CACCIA DI STORIE DA FINIRE

Niente da fare, i racconti iniziati non vanno avanti. Però ho ripescato questa cosa qui, una delle tante storie abbandonate. A rileggerla non mi sembra malaccio, potrebbe uscir fuori qualcosa di avventuroso, in luoghi esotici ma surreali.  

TANAGUA

Ho ricevuto la lettera di Teresa dopo una giornata inutile trascorsa a ciondolare per la casa senza uno scopo, incapace a mantenere un’attività, o l’inattività stessa, per più di cinque minuti. Tre pagine di un libro stucchevole che non mi decido a smettere, chissà perché, tre righe del mio romanzo, fermo a pagina due, un paio di posizioni yoga, una navigata veloce per decidere dove andare in vacanza, una telefonata, cambio di stagione limitato a due ripiani dell’armadio, mezza ceretta, un po’ di musica sbracata sul divano, zapping televisivo e così via, come una di quelle palle colorate che rimbalzano senza sosta finché non vengono costrette alla quiete da una presa sicura.

Poi, verso sera, Luca torna a casa e lancia sul tavolino del salotto quella lettera per me, insieme alle bollette e alla solita cartolina di suo padre in giro per il mondo a godersi la pensione.

Fa sempre un certo effetto ricevere una lettera per posta, di questi tempi. Sapere che c’è ancora chi resiste al mordi e fuggi della comunicazione elettronica, sceglie la carta giusta, la penna più scorrevole, cerca di mantenere una certa uniformità nella grafìa e di evitare cancellature o patologiche inclinazioni delle lettere. Ma non era una sorpresa che a scrivermi fosse proprio lei. Analfabeta informatica, trapiantata dall’altra parte del pianeta, non poteva che scegliere il vecchio mezzo per riprendere i contatti con me.

Aprii la busta col mio sistema rozzo, strappandola con le mani, e lessi quelle poche righe frettolose, concitate, con una scrittura disordinata che a stento riconoscevo. Rimasi qualche minuto con la lettera tra le mani, lo sguardo perso nel vuoto e riacchiappato dagli occhi blu di Luca che tentava di parlarmi: “Allora, è Teresa? Che dice, come sta? Ehi, Lisa, ci sei? Ma che ti prende? Guardami, Lisa!”

“Sì. E’ Teresa.”

“Non mi dire che è nei casini, non mi dire che vuole il tuo aiuto…”

Avrei voluto non dirglielo. Invece era così. Teresa era nei casini, e stavolta sembravano casini giganteschi.

 

2.

 

Attraversavo per la prima volta il cielo sull’Atlantico, per raggiungere luoghi che avevo immaginato anche con Teresa. Ma poi, la vita, le opportunità mancate, rimandavano all’infinito questo viaggio. Qualcosa che ancora non mi era chiaro mi aveva catapultata di forza su quell’ aereo, per scoprire cosa fosse capitato a Teresa, cosa volesse da me, con quella lettera disperata, ma vaghissima. Avevo contattato sua madre, per chiederle un numero di telefono e l’indirizzo, ma lei mi spiegò tra le lacrime che sua figlia la chiamava una volta al mese e si era sempre rifiutata di darle un recapito.

Non le dissi della lettera, inventai piuttosto un fantomatico viaggio a Tanagua, durante il quale speravo di poter incontrare sua figlia.  

Luca era furibondo, non voleva lasciarmi andare così, ma io non potevo aspettare. Giungemmo al compromesso che mi avrebbe raggiunto appena si fosse liberato dalle scadenze più urgenti.

L’aereo era semivuoto, nessuno volava volentieri dopo gli ultimi allarmi sul rischio di nuovi attacchi terroristici e l’11 settembre non era così lontano. Inevitabile guardarsi intorno, esaminando i compagni di viaggio  alla ricerca di un indizio positivo, che fugasse ogni dubbio. Superarono tutti il mio esame e cominciai a leggere il corposo romanzo che avevo scelto per l’occasione, l’ultima fatica della mia scrittrice preferita, uscito in libreria solo pochi giorni prima della partenza.

Divorai le prime cinquanta pagine, poi crollai addormentata e mi svegliò la hostess per propormi uno di quei terrificanti pranzetti confezionati. Mangiai per fame, immaginando il sartù di pesce che Luca preparava quando era particolarmente ispirato.

Credo di aver fatto un sorrisetto lascivo pensando alle notti di fuoco che seguivano, allo scatenamento dei sensi che quel cibo divino provocava… Ma che ci facevo su quell’aereo?

Teresa, da lei non potevo aspettarmi niente che fosse normale, ordinario. Altre volte, in passato, ero stata a un passo dal cacciarmi nei guai per rincorrerla, o per rispondere alle sue richieste irresistibili. Quando mi rendevo conto che stava per succedere qualcosa di brutto tornavo indietro e provavo a cancellarla dalla mia esistenza, non prima di esserci fatte telefonate orribili, rabbiose, che sembravano mettere una pietra tombale sulla nostra amicizia. Silenzio per mesi, talvolta anni, poi una o l’altra si faceva viva, e come se non fosse mai accaduto nulla ricominciavamo ad essere le amiche di sempre, tanto affini quanto irrimediabilmente distanti. 

La voce del comandante mi strappò a quei pensieri: stavamo per atterrare a Neaguita, capitale di Tanagua e non avevo la più pallida idea di dove andare a cercarla. Per fortuna l’isola non è grande, pensai aprendo di nuovo la guida sulla mappa della città.

In un attimo ci trovammo sulla distesa smeraldina del mare e in lontananza, oltre la pista, si riconosceva il bianco abbagliante delle case e le macchie verdi di una natura rigogliosa. Un posto così poteva nascondere insidie, pericoli?

 

Ero l’unica passeggera del volo a non avere un alloggio prenotato, così venni circondata da ragazzini che mi offrivano stanze, pensioni, servigi di ogni genere. Mi affidai all’istinto e scelsi Pedro, che aveva uno sguardo intelligente e il sorriso gentile. Insistette per portare il mio zaino sulle sue spalle gracili, sembrava entusiasta e camminava a passo spedito. Io lo seguivo a fatica, già provata dal gran caldo. Fuori dell’aeroporto ci aspettava un furgoncino a tre ruote, tipo Ape, guidato da un uomo piuttosto anziano che doveva essere il nonno di Pedro. Mi salutò calorosamente, ma cominciò a tempestarmi di domande che capivo a stento quando si rese conto che viaggiavo da sola. Tentai di spiegargli che ero alla ricerca di un’amica, e che forse mi avrebbero potuto aiutare a trovarla, ma non capiva o faceva finta di non capire.

Dopo aver attraversato la città semideserta, forse perché era l’ora della siesta, ci fermammo in una piazzetta, davanti a una casa bianca con l’insegna “Pensiòn” dipinta a mano. Una bella signora con un neonato in braccio ci accolse sul portone, mi diede il benvenuto e mi fece accomodare nel patio che affacciava sul cortile interno, con il pozzo, alberi di arance, panche e tavolini maiolicati dove veniva servito il caffè. Mi sembrava il posto più bello del mondo.

 

INSOSTENIBILE PESANTEZZA

Quando piove così, da far notte, non c’è niente di meglio da fare che restare a casa a sentire il ticchettio della pioggia e il rombo dei tuoni. Ho da finire Romanzo criminale e scegliere se continuare a buttar giù una storia ispirata a un fatto di cronaca di sei anni fa: due bambine scambiate alla nascita che il primo giorno d’asilo si trovano in classe insieme, e l’impressionante somiglianza di una con la madre dell’altra mette in moto la scoperta del tragico errore. Dopo un certo periodo di frequentazione quasi da famiglia allargata ognuna è tornata dai suoi genitori naturali. Quella storia mi colpì moltissimo, le bambine avevano la stessa età di Lula e io mi sentivo dilaniata come sicuramente lo erano i quattro genitori coinvolti. Sì, certo, io Lula l’avevo avuta sulla pancia subito, appena nata, guardandola negli occhi mentre mi succhiava il seno dopo che Sten aveva aiutato l’osterica a lavarla. E dopo qualche ora di sonno me l’avevano riportata nella stanza, ed era sempre lei, con lo stesso nasino e gli stessi occhi profondi, che mi sembrava identica a Sten, come ai miei sembrava identica a me da neonata. Era figlia nostra. Ma, se le cose fossero andate diversamente, che so, un cesareo per cui ti risvegli e ti trovi questo frugoletto accanto che dicono essere tuo, oppure, come successo a quelle madri, abiti in un piccolo centro, e nell’ospedale c’è confusione perché è Capodanno, manca personale e non succede mai che ci sia più di un parto nello stesso momento… Un errore ignorato per tre anni, la perplessità per l’assenza di qualunque somiglianza con almeno un membro della famiglia, che lascia rapidamente il posto all’amore e alle cure genitoriali. Come si fa, come si fa poi ad accettare di ristabilire l’ordine naturale, consegnare quella che per tre anni è stata tua figlia ai suoi legittimi genitori, e prenderti quella bambina che sì, ti somiglia, ma non hai mai visto da quando l’hai partorita? Mi sembra talmente inconcepibile che mentre scrivo poi mi prende male.

Ieri infatti, mentre aspettavo Lula a danza, ho lasciato perdere e nel mio quadernino ho iniziato a scrivere di una tizia che per lavoro risponde alle chiamate di una hot line.

Ora che il tempo è cambiato ho smesso di sentirmi così precaria, e dopo le domande preoccupate di Sten, "ma c’è qualcosa che non va? Ti senti qualcosa che non mi hai detto? Perché vorresti fare altri esami oltre ai soliti?", ho deciso che la devo smettere, perché non c’è niente, niente di niente. ‘Fanculo.

C’E’ BURAN

E’ online un nuovo numero di Buràn. Presentato con la consueta passione da Effe e da Flounder. Io mi sono stampata e letta subito il primo racconto, Rusalka e ho intenzione di leggermeli tutti. Parole e storie da mondi lontani e vicini, che abitano in rete e che possiamo leggere grazie alla caccia attenta e all’amore per le scritture  degli straordinari Buraniani (posso chiamarvi così?)


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