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Pieni, vuoti, fotografie

Prima settimana di convalescenza conclusa, tra poco andrò a togliere i pochi punti sparsi qua e là a suturare i prelievi di adipe innestati, e va tutto bene. Sono soddisfatta, sento che quel vuoto, a tratti percepito come una voragine, si è colmato. E non si tratta solo di carne, corpo, materia, aspetto. L’ho scritto e riscritto, detto e ridetto. Si tratta di me, tutta intera, non esattamente com’ero, perché le cicatrici restano, quelle visibili e quelle invisibili, e la mia ciccia non sono le mie ghiandole. Ma ora mi guardo e sorrido, perché mi riconosco.

Sto facendo quelle cose che si fanno quando si sta a casa, senza nessuno intorno, tranne la presenza muta o miagolante della gatta: con la scusa di fare un poco d’ordine riemergono frammenti di passato, sotto forma di diari, fotografie, cassette musicali, ritagli di giornale, e tanto altro.

Le fotografie – così raro di questi tempi vederle stampate e poterle maneggiare – alcune conservate alla rinfusa in una scatola, io bambina, diciottenne con i capelli lunghi, ex fidanzati o fidanzati mancati, amiche solide, amicizie fugaci, mare, scogli, tette al vento, pugni chiusi il 25 aprile 1994 a Milano sotto la pioggia, con papà in barca, un meraviglioso autoscatto (si chiamava così) di noi quattro nel 1967: io nata da poco, una buffa smorfia e lo sguardo dritto in macchina, in braccio a mamma, bella e sorridente, Cris biondissima accanto a me, appoggiata alla gamba di papà, seduto accanto a mamma, il letto a castello blu. Una bella famiglietta felice.

Giusto domani saranno cinque anni che te ne sei andato. E questo è un vuoto incolmabile.

Tre

Sono passati tre anni da quando papà se n’è andato. Tre anni è un tempo lungo e brevissimo, un tempo che ha scavato nella mia anima un solco che non ho ancora colmato, approfondito da altri dolori, da altre morti, da un senso di smarrimento che però ho iniziato ad affrontare con una determinazione nuova, per ritrovare la strada, per riprendermi ciò che che credevo di aver perduto, per capire in anticipo ciò che mi fa bene e ciò che mi fa male, ciò che voglio e ciò che non voglio, ciò che posso e ciò che non posso più fare. Il lutto è un’onda lunga che può travolgere ma che si può cavalcare, per tornare a riva e raccogliere conchiglie, messaggi arrotolati nelle bottiglie, rami secchi con i quali accendere un fuoco quando fa freddo.

Senza titolo

Oggi sarebbe stato il compleanno di papà, e quante volte lo abbiamo festeggiato al mare, o nel giardino di Roma insieme ai tanti amici che gli volevano bene. Mi manca mi manca mi manca. Tanto e ancora.

Sto per concludere il libro, domani o domenica lo mando alla editor. Non vedo l’ora di archiviare questo periodo di scrittura faticosissimo che mi auguro possa dare comunque un buon frutto, nonostante le mie resistenze e i periodici ripensamenti.

Sten è sempre a casa con il gesso e io molto a casa con lui, quando non lavoro. Soli soletti, senza figlia, un po’ reclusi. Va bene così, basta che poi si riprenda in fretta, abbiamo tante cose da fare insieme.

Sogni buoni

La notte scorsa ho sognato mio padre. Lo sto sognando spesso, recentemente. Sogni positivi, che non lasciano solo una scia di nostalgia struggente, ma una rinforzata percezione della sua presenza che mi carica e mi sostiene.  Come se continuasse a insegnarmi qualcosa, a ricordarmi come sono, e chi sono. Come se fosse tornato a riempire quel vuoto dove per due anni mi sono rifiutata di guardare, per non esserne risucchiata. Ora riesco a  guardare lo spazio della sua assenza, non mi fa più paura, perché se lo chiamo mio padre arriva, oppure si fa trovare lì, come nei sogni, e m’insegna a guidare il motorino.

Poi passa

L’altro ieri sono entrata in un loop malmostoso da cui fatico a uscire.  Natale che incombe, assenze che pesano, improvvisa e del tutto legittima ondata di rabbia per quello che  il cancro ha tolto alla mia vita. Perché se mi fermo a guardare indietro – come ho fatto l’altro ieri mentre tentavo di riposarmi un po’ per recuperare le ore del mattino sconquassate dal temporale – non posso che dire ‘fanculo, e ‘fanculo e ‘fanculo. Ogni tanto ci vuole. Vorrei avere ancora un padre fighissimo, un quarto di tetta (fighissima anch’essa), le mestruazioni, una signora libido, un figlio in più, vorrei non aver mai dovuto conoscere il dottor Zeta, eh sì, caro mio, mi dispiace, ma è così, e pure tutte voi, meravigliose creature che ho avuto la s- fortuna di conoscere perché colleghe di cancro e di blog, non sarebbe stato molto molto meglio se avessimo tutte continuato a ignorare la reciproca esistenza e seguire ognuna un normale percorso di vita oppure, meglio ancora, se ci fossimo conosciute in quanto blogger ma non cancer bloggers?

Vorrei aver scritto un romanzo, e non il diario della mia storia funambolica.

Pensavo questo, l’altro ieri, rannicchiata sul letto con la gatta a ronfarmi accanto, sopra, di lato, non sapeva bene cosa fare per consolarmi, visto che piangevo, piangevo. Ero sola e potevo permettermelo. Piangevo e dicevo ‘fanculo al cancro, ti sei preso papà, ti sei preso una giovane donna come Anna Lisa, tieni in ostaggio la mia vita e il mio futuro, mi sei entrato nel cervello, scandisci il mio tempo, tra un controllo e un altro, e non è bello e non mi piace e non va bene affatto. Proprio no.

Lo so, non è con questo spirito che devo salutare la nascita imminente dell’associazione Annastaccatolisa. Anzi, sono sicura che la realizzazione di questo progetto mi aiuterà, aiuterà tutti noi, a dare un senso anche ai momenti più bui, come questo, in cui non riesco a far altro che pensare a come sarebbe stato bello se le cose fossero andate in modo diverso.  Se le cose ogni giorno andassero in modo diverso.

[Pensando anche al cancro che metastatizza nella società, e che produce assassini come quello che ha sparato all’impazzata su uomini con la pelle nera, uccidendone due, a Firenze] 

Dissesto

Un anno fa era una giornata bellissima, con il mare calmo, e il dolore fresco.

Oggi piove, una pioggia di lacrime che non riesco più a piangere come vorrei.

In queste ore di disastri idrogeologici non ho fatto altro che pensare a lui, a quello che avrebbe detto, a quanto si sarebbe arrabbiato per l’incuria verso il territorio di questo nostro paese così a rischio, così bello, e così maltrattato.

Quando ero ancora una studentessa universitaria di storia dell’arte e mi preoccupavo del mio futuro professionale papà mi diceva sempre che l’Italia potrebbe essere un paese meraviglioso, pieno di lavoro e di ricchezza, se solo ci si occupasse come si deve del nostro patrimonio artistico e del nostro ambiente naturale.

Arte e natura.

Pompei si sbriciola, le cinque terre smottano, un ponte inutile e mai realizzato (e che per fortuna mai si realizzerà) si è divorato milioni di euro che sarebbero dovuti andare alla manutenzione dei fiumi, dei torrenti, dei siti archeologici, delle reti fognarie, donne e bambine muoiono a Genova travolte dall’acqua, i condoni assecondano lo scempio edilizio, i palazzi fatti di sabbia uccidono gli studenti dell’Aquila.

Bisognerà ripartire da lì, non appena riusciremo a liberarci di chi ci ha portato fin qui. Non si può che ripartire dalla cura del pezzo di pianeta che abitiamo e delle cose belle fatte da chi lo ha abitato prima di noi. Senza il rispetto per il passato, il presente e il futuro non possono che impantanarsi nel fango. Se siamo costretti a fronteggiare continue distruzioni, come sarà possibile occuparsi di nuove creazioni, di lasciare segni e non sfregi a chi verrà dopo di noi?

Mi mancano le sue parole sagge, quelle nostre chiacchierate piene di sdegno e di pena per la nostra povera patria.

Luna piena

Mi piacerebbe poter tornare a raccontare con leggerezza le cose della vita. Quelle cose lievi che, per fortuna, non smettono di capitare, strappando un sorriso e massaggiando le contratture della vita.

Ora però il pensiero corre esclusivamente a come costruire qualcosa d’importante per ricordare Anna Lisa, a non fermare quella straordinaria onda di affetto da cui è stata accompagnata in questi mesi durissimi.

Oggi mi sento più sollevata, dopo aver parlato con suo marito, che lei nel blog chiamava Qualcuno, e aver condiviso con lui idee e progetti partoriti in questi dieci giorni. Idee e progetti che, mi ha assicurato, sarebbero stati gli stessi della sua Anna Lisa.

Ieri, mentre andavo a danza, guidando nella tangenziale est miracolosamente decongestionata, è apparsa improvvisamente la luna piena, enorme, stagliata sul cielo ancora chiaro, proprio davanti a me, bassa sul filo dell’orizzonte stradale.

Ho immaginato che in quell’istante tutti noi che eravamo su quella strada la stessimo guardando, con lo stesso incanto e con un’ identica commozione. In quella visione magnifica ho cercato mio padre e Anna Lisa, ho lasciato andare via gli umori melanconici, impastati a rabbia, e ritrovato una traccia di senso, un barlume di speranza, la poesia di cui talvolta il mondo ci fa dono.


Scriverne fa bene

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