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Time is on my side?

Il tempo è così strano. Le cose cambiano, si fermano, rotolano via, ritornano, ci sono. Ci sono. Come le persone. Persone che se ne vanno, ma restano, persone che restano, ma sono via, altrove, persone che si ritrovano dopo essersi perse e scoprono di non essere mai state davvero lontane. Il tempo che si vorrebbe cancellare e quello da non fermare mai, da vivere all’infinito, da respirare a pieni polmoni. Il tempo amico, e Chronos il divoratore.

Time is on my side, cantavano i Rolling Stones. Io non lo so se il tempo è dalla mia parte.

Ma voglio crederlo.

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C’è ancora tempo

Bene. Ho superato anche questi controlli che avevano un valore simbolico molto forte, come già anticipato. Ho varcato la soglia di altri sei anni libera dalla malattia, come si usa dire, senza incappare in spiacevoli sorprese.

Oggi Esse, il radiologo, mi ha detto che ogni anno passato deve far aumentare la mia tranquillità. Che possano esserci strascichi del cancro primitivo diventa sempre meno probabile, anche se la scaramanzia non è mai troppa, e so bene che me ne potrebbe venire uno nuovo, così, con la stessa probabilità che possa venire a chiunque. Ma io sento che questo non accadrà, voglio che non accadrà. Non accadrà. È così e basta.

Continuerò a tenere le ovaie a riposo, in attesa che ci pensi naturalmente il tempo biologico, continuerò a prendere la pasticca serale di Femara, l’inibitore dell’aromatasi, finché Zeta lo riterrà opportuno, continuerò ad avere momenti di insofferenza per questa menopausa precoce, a farmi i piantarelli e a sognare di poter azzerare questi dodici anni.

Ma la cosa importante è che sono qui, il mio tempo è ancora un presente stabile, il futuro è immaginabile, nel passato mi concedo qualche incursione per non dimenticare mai di cosa è fatta la vita, nel bene e nel male.

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Al tempo è stato dedicato il Festival della scienza di Roma, concluso ieri sera, e nell’incontro Raccontare il tempo e i tempi della scienza si è parlato anche di medicina narrativa, una nuova disciplina di cui avevo scritto in questo post, sollecitata da un articolo letto durante una delle tante attese in ospedale, aspettando di fare un controllo.

Mentre  la sociologa Stefania Polvani raccontava in che modo si stanno realizzando in Italia esperienze di Medicina narrativa, è passata una slide con l’immagine del blog di Anna Lisa, e ho avuto un sussulto. Dopo è stato inevitabile che le chiedessi come immaginava una possibile integrazione tra le due esperienze, quella della blogterapia nata autonomamente e spontaneamente tra persone che hanno sentito l’esigenza di raccontare e condividere il proprio tempo di cura e convivenza con il cancro, e questa nuova attenzione alla malattia anche come vissuto (illness) e non solo come fatto meramente biologico (desease) che si realizza nella medicina basata sulla narrazione (Narrative Based Medicine).

La risposta, più breve davanti al pubblico dell’incontro, e più articolata quando dopo ci siamo conosciute, è stata anche una promessa di futuri incontri e collaborazioni.

La pretesa della felicità

Certe volte mi capita di avere la sgradevole sensazione che stia sprecando la vita e consumando il tempo. Invece d’impiegarlo in un modo virtuoso – non saprei dire come – che mi permetta a un certo punto di ritrovarmi con un bel gruzzolo da parte, mi accorgo che l’ho divorato. Non sono Proust, e il tempo che perdo non riesco a ritrovarlo.

Ti ho detto “Non sono felice” ma l’hai interpretata come un’iperbole frutto di un innocuo sbalzo umorale.
“Lo so, non sei soddisfatta del lavoro.”
Già.
“La salute, eh, ci pensi sempre a quel che hai avuto.”
Vero.
“Punture, pasticche, depressione ormonale, calo della libido.”
Non ne parliamo.
“Lula comincia ad avere le turbe adolescenziali.”
Le abbiamo avute tutti, no?
“Però, io sono qui e ti amo. ”
Caro.  Lo so.
Ma come dici spesso io non mi accontento mai. E perché dovrei? Perché non pretendere di essere felice, più felice ancora. Credo sia stata una promessa inconscia fatta a me stessa: se vinco anche questa battaglia non sprecherò mai nemmeno un istante della mia vita.
Che bella pretesa, la pretesa della felicità.
La presunzione di poterla pretendere.

E’ PRIMAVERA ?

Sarebbe il primo giorno di primavera. Piove e fa freddo, mi è scoppiato il raffreddore, la pasqua maremmana va a farsi benedire. Ieri da Zeta, che non aveva ancora visto l’ultima Tac, abbiamo deciso che sono pronta per i controlli semestrali. Gli ho consegnato anche copia del mio documento d’identità e codice fiscale in attesa che il notaio ci convochi per fondare l’associazione onco-ematologica dell’ospedale. Il suo collega ematologo (medico della sua stessa specie, bravo e simpatico) ha interrotto la visita (non è stato il solo, a dir la verità, visto che ogni due minuti gli squillava il cellulare con la suoneria che fa il verso della rana, cra-cra e l’infermiera entrava per passargli altre telefonate del fisso) proprio per parlare di certi problemi che l’associazione forse potrebbe aiutare a risolvere. Non so come è uscito fuori da quanti anni sono una paziente del dottor Zeta. "Caspita!" ho detto, "l’anno prossimo faccio dieci anni." "Allora non siamo ancora alle nozze d’oro…" ha scherzato sorridendomi l’ematologo. Nemmeno a quelle d’argento, però dieci anni sarebbe un bel traguardo, se non ci fosse stata l’epatectomia di due anni fa. Adesso credo che i conti veri debbano ripartire da lì. Ma insomma, continuo a sommare giorni, mesi, anni. Il saldo è positivo.

CRESCERE

Lula ha dichiarato solennemente che questo è stato il compleanno più bello della sua vita. Il suo primo compleanno da grande, l’ultimo compleanno da bambina che va alle elementari.

L’anno prossimo inizierà le medie e questa cosa mi emoziona. Perché ricordo bene che cambiamento epocale è stato per me quel passaggio, i primi malesseri adolescenziali, il corpo che cambia, quei pianti senza motivo, i moti di ribellione, gli atteggiamenti sgraziati e polemici, il radicalismo romantico, l’amore irrimediabilmente sofferente, il gusto per le cose proibite, l’aspirazione a bruciare i tempi, perchè mi sembravano tempi ibridi, strani, vischiosi. Me la ricordo quella dolorosissima condizione d’irresolutezza, sentirsi grandi e apparire ancora goffe creature con un’identità fragile.

Mi piacerebbe ricordare quei momenti quando mi sembrerà di non capirla.

E vorrei non disperarmi se certe volte mi detesterà, come ogni figlia certe volte detesta sua madre.

DOMANI

Rispondo al richiamo di Effe, che insieme a Cybbolo e alla “grazia grafica di Blulu”,  ha messo su un  blog A-Tempo, che, come dice lui, “è iniziativa atemporale, ritmica, esplosiva e determinata”, e cercherò di scrivere qualcosa sul mio modo di percepire e misurare il tempo, che è impresa tanto ardua quanto emozionante.

Giusto poco meno di un anno fa chiedevo a Babbo Natale:

“dammi tempo, ancora tanto tempo. Un tempo pieno, per farci dentro tutto quello che ho sempre rimandato, o che ho lasciato a metà. Un tempo costruttivo, fitto, ma leggero, elastico perché possa dilatarsi e abbracciare tutto quello che amo. Un tempo colorato e ballerino, poeta e pittore, navigante, esploratore, musicale e musicante, sensuale e divertente. Il tempo più bello che esiste.”

Oggi è così che percepisco il tempo, un regalo generoso alla mia vita, che scorre, si ferma e torna indietro, costruisce ponti, scava montagne e arriva sempre un poco più in là. Più avanti.

Non c’è più rimpianto per gli attimi che passano inesorabili, né paura che ogni giorno porti via un pezzetto di esistenza. Il tempo che non smetterò di chiedere e contare ora dopo ora è il tempo della vita. Quello della memoria e dell’immaginazione, il tempo riscattato dall’arte, è pura speculazione intellettuale. Certo, i sette libri di Proust un giorno troverò il tempo di rileggerli.

Ma il tempo mio è più concreto, fatto di respiro e carne, battiti e parole, fame e sete, sono lacrime e piacere.

E’ il tempo di oggi, ma soprattutto di domani.


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