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Migranti (3 ottobre 2013)

Quante volte ci siamo indignati e quante volte dovremo farlo ancora? La rabbia s’impasta allo sgomento, allo strazio per quelle morti assurde che solo in quanto morti riescono a guadagnare attenzione e diritto di cittadinanza. Chi sopravvive invece diventa criminale, reo di clandestinità, grazie a una legge che porta il nome di un ex fascista e di un razzista a tutto tondo. Quella legge va cambiata, e in fretta, e i migranti devono essere accolti vivi, tutti vivi, perché chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, non deve attraversare altri inferni ed essere inghiottito da un mare reso crudele dalla crudeltà di chi a terra non li ha voluti vedere.Non ricordo più chi l’ha detto, forse la sindaca di Lampedusa: dobbiamo essere noi ad andarli a prendere, ci devono essere mezzi di trasporto sicuri per garantire la possibilità a chi vuole lasciare il proprio paese di farlo senza rischiare la vita, senza doversi rivolgere a criminali trafficanti di esseri umani, senza rischiare, se riescono a sopravvivere a quei viaggi da incubo, di essere respinti perché clandestini, di essere criminalizzati perché migranti senza permessi, di essere privati di quei diritti che per noi sono fondamentali, per loro sogni quasi irrealizzabili: la libertà, la vita, un’esistenza dignitosa.

Perdersi

Venerdì pomeriggio. Imbocco la strada di casa, a senso unico e dopo pochi metri sono costretto a svoltare a sinistra perché le auto tornano indietro contro mano. Non mi preoccupo, è già successo in passato, per lavori, o qualcosa che ostruisce il passaggio, come un ramo. Invece una signora dal finestrino aperto dice una ragazza di 17 anni si è buttata dal quarto piano. Ma perché, cazzo? Come si fa? Perché a diciassette anni, in un quartiere “bene” di Roma, una ragazza decide di rinunciare al proprio futuro? Comincio a fare mente locale, nel mio palazzo non ci sono diciassettenni al quarto piano. Però mi s’incolla addosso la sensazione di vicinanza con la tragedia che deve essersi consumata. Riprendo la strada dalla fine, una signora mi aiuta a immettermi contromano per parcheggiare. Dopo la curva c’è l’ambulanza che blocca il passaggio, tre macchine della polizia parcheggiate, ragazzi dall’aria smarrita e con gli occhi lucidi. Casa mia è poco più avanti, dal lato opposto. “La figlia della professoressa” sento mormorare. La figlia della professoressa, la professoressa di Lula delle medie che qualche giorno fa mi ha dato un passaggio perché mi ha visto correre trafelata per fare mezz’ora di baby sitter al posto di Lula, che sarebbe arrivata un po’ in ritardo. E quante volte abbiamo chiacchierato incrociandoci davanti casa, le era piaciuto tanto il mio libro, lo aveva letto perché la riguardava direttamente. Sì, quello è il palazzo della professoressa. E la professoressa ha una figlia, Lula me l’ha indicata varie volte, con la sigaretta in mano e i capelli che cambiavano spesso colore. Può avere diciassette anni.

Col cuore in gola arrivo davanti casa, il figlio dei vicini, affacciato al balcone, mi racconta quello che ha sentito, quello che sa.

Abbraccio un’altra ragazza, anche lei ex allieva della professoressa, inizio a piangere, e faticherò a smettere.

La strada ha iniziato a riempirsi di persone, amici, allievi, ex allievi, genitori di allievi e di ex allievi. Tutto il pomeriggio, fino alla sera. Hanno iniziato a circolare spiegazioni, ricostruzioni, dinamiche, lacrime e incredulità.

Quando più tardi saliamo, insieme a Sten e a Lula, l’abbraccio e mi sussurra che noi abbiamo “quella” cosa in comune. Ma avere quella cosa in comune non mi aiuta a trovare parole che non siano prometterle che può contare su di me, abitiamo vicine, t’invito a cena. Bene, ma cucino io, risponde lei.

Al funerale il papà della ragazza ha invitato i tanti ragazzi presenti, disperati, e  noi genitori, sgomenti, ad amare e amarci di più, senza dimenticare che l’amore va dichiarato, manifestato. Sempre.

Continuiamo ad andare dalla professoressa, ad abbracciarla, a parlare di tutto e di niente, a riempire la casa dove altrimenti resterebbe sola, straziata da un dolore che adesso sembra solo un euforico stordimento.

E domani tornerà a scuola, dai ragazzi – almeno ci provo, ha detto.

il mare, l’isola, la nave

Concorde davanti a giglio porto (Repubblica.it)

Quella gigantesca nave rovesciata e ormai quasi inabissata davanti agli scogli dell’isola del Giglio non è una tragedia del mare. Qui non stiamo parlando di una burrasca imprevista, o imprudentemente affrontata. Qui c’è un transatlantico governato da un criminale che sfiora le coste di una piccola, splendida, isola il cui profilo inconfondibile segna la linea dell’orizzonte per chi guarda il mare dalla costa tra Argentario e Talamone, e poi a disastro avvenuto, non perché gli scogli siano apparsi magicamente dal nulla, ma perché lui gli è andato contro, in quella folle manovra spericolata e omicida, lui, il comandante della nave, non si risolve a chiedere aiuto, abbandona la sua nave mentre centinaia di passeggeri e personale aspettano di scendere, urlano, si litigano i giubbotti, alcuni muoiono, altri si buttano in acqua, disobbedisce all’ordine superiore del capo della Capitaneria di porto di tornare a bordo, e fare il suo dovere. Disobbedisce senza nemmeno avere il coraggio di dichiarare tale disobbedienza. Sì, mo’ salgo, è buio, la nave è inclinata, come faccio? Non torna a bordo, approda sull’isola, prende un taxi e se ne va in albergo. Mentre forse nelle orecchie gli risuona la voce tonante del capo della capitaneria: torni a bordo, cazzo!

Ci sono stati undici morti e 28 sono ancora dispersi, tra questi una bambina di cinque anni. C’ è un rischio ambientale gravissimo per quelle 2.400 tonnellate di olio combustibile che rischia di disperdersi a mare. C’è quell’immagine inconcepibile, una nave da oltre 4000 persone rovesciata davanti al piccolo porto del Giglio, con i suoi colori pastello, le scogliere vicine di granito, il mare di un colore che dall’alto di quei colossi non si sarebbe mai visto.

La prima volta che ho dormito con un sacco a pelo sulla spiaggia è stato lì, su quell’isola toscana. In questi giorni non riesco a non pensare all’amore che provo per quell’isola, a quale emozione possa dare arrivarci con una barca a vela, o con un gommone, anche con il traghetto, certo, dopo aver avvistato un branco di delfini. Oppure vederla dalla terraferma più o meno avvolta dalla foschia, e cercarla con apprensione quando una cappa di umidità la nasconde.

Ma quella nave gigantesca non doveva essere lì, perché lì c’era l’isola, i suoi scogli che chi va per mare conosce, e chi ce l’ha portata è stato un criminale. Folle, ubriaco, spavaldo, non so. Ma certamente un criminale.

MENO MALE CHE ESISTE LA PROVINCIA

"Adesso la festa si sposta al Campidoglio". Quando ho sentito questa cosa qui ho trattenuto a stento le lacrime.

Qualche ora prima, fuori dal seggio, comunicando al telefono i risultati pessimi del mio seggio ultradestro, avevo accanto un rappresentante di lista di Alemanno che faceva altrettanto. Lui però gridava compiaciuto "lo stiamo ammazzando! Lo stiamo proprio ammazzando!" Ecco, questo è lo stile di civile competizione democratica che ha avuto la meglio.

Sì, è stato un errore clamoroso (l’ennesimo) candidare Rutelli, e non magari proprio Zingaretti, su cui non ho sentito altro che attestati di stima e che in tanti, tantissimi (sessantamila) hanno votato con un voto disgiunto. Quante persone mi hanno detto “no, Rutelli no”, e quanto sono state poche quelle che sono riuscita faticosamente a convincere. Almeno per frenare l’ascesa di un fascista (non ex, ma fascista per davvero) sul colle capitolino, dicevo.

E’ stato un errore che Veltroni non terminasse il suo mandato, e che non rispettasse il patto con i 921.491 suoi elettori del 2006. Già, caro Walter, i fascisti che poco fa hanno umiliato il Campidoglio con i saluti romani ti vogliono fare santo subito. Noi invece siamo scesi dritti all’inferno.

A questo punto urge un radicale ripensamento delle scelte fatte e una valutazione seria del disastro compiuto in soli due anni. Uscite dai salotti e tornate a mettere radici per le strade,  nei luoghi di lavoro, nelle scuole, tornate a fare politica, la macroeconomia lasciatela agli economisti, siate sinistra più che centro, che di centro ce n’è già, di destra non ne parliamo. Lasciate Obama agli americani e smettetela di farvi e farci del male. Il cilicio lasciatelo alla Binetti, possibilmente fuori dal partito che se deve risollevarsi da quest’ultima mazzata ha bisogno di altra linfa. Se la strada sarà questa, ci sto pure io a rimettere insieme i pezzi e a lavorare perché questa dell’alemanno celtico sia solo una brutta breve parentesi.

QUALCUNO DEVE PAGARE

E’ da tempo che mi arrovello su cosa scrivere a proposito di attacco alla legge 194, dalla follia della “moratoria sull’aborto” al documento dei medici sui feti prematuri.  Mi sentivo afona, un po’ come molte altre donne. In giro nei blog che leggo forse ho letto più interventi indignati da parte di uomini che di donne, quasi a riequilibrare il peso maschile degli attacchi. Ma quello che è successo a Napoli, il blitz della polizia dentro l’ospedale dove una donna era stata appena sottoposta ad aborto terapeutico, mi ha fatto venir voglia di urlare. Una denuncia anonima. Una denuncia anonima del cazzo ha fatto sì che una donna sia stata costretta a vivere un secondo dramma, subendo un interrogatorio quando ancora era sotto l’effetto dell’anestesia. Questo è il risultato della campagna scellerata di Ferrara, Vaticano e co.

Io ho due amiche che hanno dovuto sottoporsi ad un aborto terapeutico, e so che impatto devastante ha avuto sulla loro vita. Nessuno dice o spiega che l’aborto terapeutico è un parto vero e proprio, con induzione delle contrazioni, contrazioni, dolore, dolore, dolore.  Che solo pochissimi ginecologi illuminati preferiscono praticare un cesareo con anestesia totale, evitando così alla donna l’orribile “partecipazione” all’evento abortivo. Una delle due amiche infatti è riuscita a trovare quel ginecologo, che dopo l’ha seguita nella sua successiva (e fortunatamente felice) gravidanza, sottoponendola però non più all’amniocentesi, che diagnostica troppo tardi le eventuali patologie e malformazioni, ma al prelievo dei villi coriali, che si può effettuare molto prima, quando, se sciaguratamente si dovesse interrompere la gravidanza, questa  sarebbe comunque allo stadio iniziale. Con evidenti benefici fisici e psicologici per la donna. L’altra amica invece mi ha raccontato sconvolta lo strazio del parto con cui è stato espulso dal suo corpo un esserino malformato, mi ha raccontato di essere stata trattata male, e di aver sofferto come un cane per essere stata ricoverata accanto a mamme felici (com’era stata lei col primo figlio) di neonati sani. La cultura della colpevolizzazione verso la donna che abortisce è sempre piuttosto diffusa, e ha impedito che le nuove tecniche di diagnosi prenatale venissero diffuse e applicate ovunque, sperando di scoraggiare gli aborti terapeutici oppure punendo doppiamente, con la sofferenza fisica del parto, la donna che osa opporsi al “dono” di un dio che se è così crudele non si capisce proprio perché lo si debba amare e venerare.

Spero che la donna di Napoli abbia la forza di sporgere denuncia per quello che ha subito, e che tutti i responsabili di questa storia la paghino.

Ora basta. Davvero adesso non posso stare a guardare e a soffrire in silenzio per tutte noi. 

AGGIORNAMENTO: SI SCENDE IN PIAZZA, A ROMA E IN ALTRE CITTA’ 

Andate qui: Silenzio: si brucia

IN-SICUREZZA

Appena sentita la notizia alla radio, e riconosciuto il luogo, a poche centinaia di metri da casa, ho provato una fitta di dolore straziante, mentre immaginavano la scena, l’aggressione, la violenza, il corpo buttato nella scarpata, tra i pratoni che portano ancora i segni di un recente incendio.  Mille volte mi sono detta che peccato non poter utilizzare il treno Roma Nord per andare in centro, visto che la stazione è così vicina ma irraggiungibile, separata da un cavalcavia, una rotonda desolata, e quella stretta stradina di campagna che bisogna avere una forte dose di coraggio ad attraversare a qualunque ora del giorno e, figuriamoci, della sera.  Mio padre una volta mi raccontò di aver scritto al Comune proponendo l’istituzione di una navetta che dalla stazione Tor di Quinto attraversasse il quartiere, ma nessuno gli ha mai risposto. Una signora inglese, amica di famiglia, alla stazione ci arrivava in bicicletta, poi ha cominciato ad avere paura e ha lasciato perdere. Quando con Sten e Lula andiamo sulla ciclabile attraversiamo quel vialone schizofrenico, da un lato la caserma dei carabinieri sorta dopo le inutili battaglie degli anni ’70 per destinare l’area a verde pubblico, il mio ex asilo divenuto sede di un Gruppo della Polizia Municipale, e gli alloggi della Marina, dove viveva Giovanna Reggiani, dall’altro gli insediamenti che adesso, sull’onda dell’emozione, verranno smantellati. Ieri sera ho quasi litigato con un paio di amici che si preoccupavano più delle reazioni xenofobe e razziste e dei provvedimenti  d’espulsione che del significato di questa ondata di violenza brutale e del crescente senso d’insicurezza che vive anche chi, come me, ha sempre sbuffato di fronte ai discorsi dei vicini “borghesi e benpensanti”, che portano a spasso il cane e guardano con disgusto gli zingari che svuotano i cassonetti della spazzatura.  Però da quando c’è stata l’aggressione mortale al ciclista sulla pista che ho percorso tante volte ho iniziato a provare davvero una paura profonda, ad avvertire quel senso di pericolo che ti condiziona la vita, e che te la può togliere, come è accaduto martedì sera. Comincio a ripensare se sia il caso che Lula cominci a  fare dei  giretti da sola, andare a comprare il latte o il giornale, raggiungere la vicina casa dei nonni. Questa è l’insicurezza, la paura, la mancanza di libertà. Non posso andare da sola a fare una passeggiata in bici sulla ciclabile, non posso far crescere mia figlia come vorrei, non posso andare in centro con il treno della ferrovia Roma Nord. O magari potrò farlo tra un mese, visto che la sfortunata fatalità ha voluto che tra qualche giorno la stazione da cui è scesa la signora Reggiani chiuderà per lavori. E certamente dopo diventerà il luogo più sicuro del mondo. C’è voluta la morte di una donna. Potevo essere io, o la mia vicina, mia madre, una conoscente. Questa è la “questione sicurezza” che dalle parti della sinistra si fa tanto fatica a riconoscere e si continua a considerare un falso problema, perché i veri problemi sono ciò che origina questi fenomeni. Invece è una questione di vita o di morte. Non mi pare cosa da poco.

POST SCRIPTUM del 4 novembre: Sì, l’ondata xenofoba e razzista ovviamente c’è stata, anzi c’è. I picchiatori fascisti a caccia di rumeni, le ronde. E le ributtanti speculazioni politiche, figuriamoci. Che follia aver lasciato che si arrivasse a questo punto.

Ieri pomeriggio, tornando a casa che era già buio, abbiamo visto una donna giovane attraversare sola, a piedi, il cavalcavia della stazione Tor di Quinto. Era quasi arrivata alla fermata dell’autobus, la pensilina illuminata e una panchina già occupata da un’altra persona. E’ salva, mi è venuto spontaneo pensare.  


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