Posts Tagged 'proteste'

Se la sinistra è minoranza

Domenica scorsa ho deciso di andare a votare per le primarie del PD, praticamente all’ultimo momento. Chi mi conosce può immaginare chi ho deciso di votare, e perché. E immagina anche che non sono contenta di com’è andata, ma sono pronta a farmi stupire (senza effetti speciali, di quelli ne abbiamo avuti fin troppi). Ho scritto una mail al candidato che ho (Ci)votato – eh eh, così chi non ha capito capisce – per spiegargli perché una non-elettrice del PD lo abbia scelto vincendo ancora una volta delusione e disillusione, per affidargli la speranza di far germogliare i semi della sinistra in un partito che di sinistra forse non è più. Oppure, se volete, che non è come intendo io la sinistra. “Visto che sono, nonostante tutto, un’inguaribile ottimista, ai limiti dell’ingenuità, sognavo il miracolo di un ribaltamento dei pronostici, e quindi che un pd “civatizzato” potesse diventare ciò che non è e che non è mai stato. Un partito democratico e di sinistra, in cui tutte le anime disperse altrove potessero ritrovarsi e riconoscersi, per restituire credibilità e dignità alla politica e alla rappresentanza, e riprovare, con ostinazione e qualche speranza in più, a trasformare radicalmente il nostro Paese, dentro e fuori le istituzioni.” So che Civati, almeno così racconta dal suo blog, sta cercando di rispondere alle migliaia di messaggi che ha sollecitato e ricevuto. Mi sembra importante riuscire a tenere aperto un canale di comunicazione e per molti di partecipazione diretta e proseguire in un tentativo a cui guardo con rispetto, anche se con disincanto.

La protesta dei “forconi”, inutile dirlo, non mi piace affatto. La comprensibile esasperazione di molti viene cavalcata da persone improbabili e con modalità più che discutibili, a tratti violente e intimidatorie. Ma quando non c’è più una sinistra forte e credibile la rabbia popolare si esprime anche così. Non ci vuole tanto a capirlo.

 

Non è stata la fine del mondo

Non è stata la fine del mondo. La terra continua a girare, e l’umanità non ha smesso di esistere a causa di un cataclisma, un’invasione aliena o per l’ennesima discesa in campo di un Berlusconi patetico e furioso. Quest’ultimo evento purtroppo è accaduto davvero, e ci toccheranno ancora due mesi che c’eravamo illusi di non dover mai più rivivere: bugie, promesse, contraddizioni, maschere di cerone e moquette rossiccia.

I Maya forse se la ridono, anzi no, i discendenti zapatisti del Chiapas sono molto incazzati, e il 21 dicembre hanno manifestato silenziosamente per ricordare il massacro di Acteal avvenuto 15 anni fa.

Il mondo avrebbe davvero tanto bisogno di un cambiamento epocale, come il nostro Paese, che per la prima volta vivrà una campagna elettorale politica d’inverno. Chissà, magari a mente fresca gli italiani voteranno meglio, senza farsi infinocchiare dalle solite promesse populiste o dal nuovo fascino del rigore montiano.

Io non sono credente e ammetto senza vergogna che il Natale lo subisco, più che viverlo. Ogni anno mi riprometto di trascorrerlo che so, magari viaggiando, o semplicemente facendo qualcosa di diverso, tanto per cambiare. Alla fine la tradizione ha il sopravvento, faccio l’albero, mi riduco all’ultimo momento per i pochi regali previsti, penso al menu della vigilia e mi preparo al pranzo del 25. Appena mi fermo arrivano gran botte di nostalgia per chi non c’è più, non c’è più, non c’è più.

L’unico augurio che mi sento di fare a chi passerà da queste parti è di poter stare accanto a chi si vuole bene e di riposarsi dalle fatiche di quest’anno che è stato duro per tutti, ma per alcuni durissimo.

Per non dimenticare Genova

Quando c’è stato il G8 a Genova, nel 2001, mi godevo il mare di luglio con Lula piccoletta. Ricordo esattamente in quale delle spiaggia che frequentavamo lessi le cronache sconvolgenti sull’irruzione alla Diaz, che mi trasportarono in un’allucinante atmosfera che in molti hanno definito da dittatura sudamericana e che Amnesty International ha denunciato come la più grave sospensione dei diritti in un paese occidentale.

Ieri, al Teatro Valle occupato, un grande esperimento di gestione democratica di un bene culturale comune, è stato proiettato il film “Diaz”, di Daniele Vicari, che ancora non avevo visto ed ero in dubbio se voler vedere, immaginando la violenza delle scene, in parte anticipata dal trailer.  Invece l’ho visto, com’era giusto fare. Perché sì, certo, già sapevo cos’era accaduto, avevo letto e sentito tante testimonianze, e le cronache giudiziarie del processo che si sta concludendo in Cassazione. Ma vedere, anche se sotto forma di ricostruzione cinematografica, quello che realmente è potuto accadere undici anni fa a un centinaio di ragazze, ragazzi, donne e uomini inermi, serve a tenere ancora alta l’attenzione su quella storia per la quale dovremmo tutti esigere giustizia. Dovremmo ribellarci alle brillanti carriere fatte dai responsabili di quella “macelleria messicana”, al fatto che delle centinaia di agenti responsabili di tanta violenza i pochi imputati rischino condanne minime e prescrittibili, visto che il reato di tortura nel nostro codice nemmeno esiste, e che, invece, dieci manifestanti sono stati condannati per devastazione e saccheggio a pene che arrivano fino a dieci anni. (Su questo processo, che arriverà il 13 luglio in Cassazione c’è un importante appello da firmare:  http://www.10×100.it)

Un film come “Diaz” raggela ma scuote, impone di non distogliere gli occhi di fronte a quella violenza fascista. Perché di violenza fascista si è trattato. E come tale dovrebbe essere perseguita e condannata.

 

Ripensamenti e pensieri di una bloggheressa inquieta

Non scrivo più come una blogger. Non mi sento più la bloggheressa di un tempo, anche se spesso vorrei ricominciare a vedere le cose che mi accadono e che accadono nel mondo in quel modo lì, con la stessa urgenza di raccontarle e condividerle.

Sono passati quasi sette anni, ma non posso imputare questo cambiamento solo al tempo passato, alla stanchezza, oppure al fatto che in questi anni non sono stata solo una blogger, ma una cancer blogger. E che questo ha cambiato un bel po’ la fisionomia di questo posto, il genere di persone che ci capita o che lo legge. Che poi, essendo  libera dalla malattia, come si dice in linguaggio medico, da molto tempo, non mi sento nemmeno più propriamente una cancer blogger. Oscillo tra l’esserlo per esperienza e non volerlo essere per scaramanzia. Mi dibatto tra la necessità di essere sempre e ancora più vicina a chi così libero non è, e l’altrettanto potente urgenza di occuparmi con più impegno di altro. In questo stallo il blog dondola, a tratti annaspa, si chiude a riccio, riemerge con fatica nei momenti più duri.

Sono successe cose sulle quali in altri tempi avrei subito scritto dei post, il primo corteo studentesco di Lula, e la dolorosa manifestazione del 15 ottobre a Roma, devastata dalla violenza di pochi violenti tra una moltitudine di indignati pacifici, arrabbiati ma pacifici, scippati anche del diritto di manifestare, pacificamente e senz’armi.  E dopo ancora Roma, la mia città, colpita da un nubifragio che ha trasformato strade in fiumi ed è costato la vita a un immigrato cingalese rimasto intrappolato dall’acqua nel seminterrato in cui viveva. E poi l’orgia d’immagini del corpo del tiranno ucciso, l’interrogativo sulla fine delle tirannìe, e sull’oltraggio a un corpo responsabile di una moltitudine di oltraggi. La vendetta.

Ecco, a proposito di vendetta, oggi che ho visto il bellissimo This must be the place, ho in mente un’idea diversa e più accettabile di questa complicatissima passione umana.

 

 

 

Adesso!

E’ iniziata così, la manifestazione di Roma, con la domanda urlata dal palco da Isabella Ragonese: “Se non ora quando?” E dal Pincio è scivolata giù la risposta, ha ondeggiato nella piazza, ha risuonato liberatoria: adesso! Adesso!

People have the power, di Patti Smith ha dato la prima scossa musicale.

In quel momento noi eravamo dietro al palco, cercando di aggirare la folla e raggiungere i vari appuntamenti, incontravamo casualmente famiglie intere, generazioni di nonne, figlie, nipoti e intanto scattavo qualche foto, guardando in su, e guardando in giù.

Dopo poco mi sono ritrovata da sola, Sten e Lula affamati sono andati al bar, i cellulari sono andati in tilt e con grande fatica mi sono guadagnata una posizione strategica, esattamente al centro della piazza, sotto all’obelisco, come mi aveva consigliato un’amica prima del black out di comunicazione.

Ma non ero preoccupata, visto che Sten avrebbe comunque dovuto accompagnare Lula da un’amica più tardi con la moto, e io volevo solo godermi quel momento straordinario, ascoltare gli interventi, sentire che finalmente stava succedendo quello che sarebbe dovuto succedere già da tempo. Non potevo sentirmi sola, né sperduta.

 

Quando Francesca Izzo, una delle organizzatrici, dal palco ha gridato commossa quel “non si torna indietro!” ho avuto la certezza che da lì, da quella meravigliosa piazza, non avremmo ceduto di un millimetro. Anzi. Proseguiremo, andremo avanti, fino a ottenere che le donne italiane conquistino quel potere che dovrebbe spettare loro, per farci essere al passo con il resto del mondo. Un potere conquistato per capacità, merito, impegno e fatica. E perché no, per essere risarcite di ciò che ci è stato sempre stato negato o tolto.  Un potere vero. Non quello fittizio che molte si sono illuse di aver ottenuto con le compravendite estetico-sessuali. Il potere che permette di rendere la vita migliore.

Alla fine la musica di Aretha Franklin con Respect ha fatto ballare l’intera piazza e tutto il palco, donne e uomini, giovani e anziane, sì, quella moltitudine eterogenea ma tanto simile che la Gelmini ha avuto la spudoratezza di definire un gruppo di radical chic…

Adesso un percorso di liberazione è iniziato, e la politica, finalmente, potrebbe tornare ad essere una cosa bella, collettiva, fatta di concretezza e di grandi idealità. Le donne in questo sono maestre.

L’Italia, allora, potrà diventare davvero un Paese per donne, per vecchi, per bambini. E anche per uomini, certo.

Ma per un po’ sarebbe bene che facessero un passo indietro, questi uomini di potere. A partire dai vertici. Dal vertice. Che andasse a farsi processare. Il 6 aprile.

Se non ora quando?

Il 13 febbraio si avvicina. Se non ora quando mobilitarsi per rivendicare la nostra dignità di donne e per dimostrare che un’altra cultura del corpo femminile e delle relazioni uomo/donna, donna/potere esiste ed è una cultura sana?

Ora. Ora. Siamo stufe, disgustate, indignate di vederci rappresentate così, come cosce culi e tette rifatte, zigomi, labbra e nasi tutti uguali, tutti ritoccati perché il corpo vero, quello che mostra il passare del tempo, le imperfezioni, i segni di una malattia, deve essere occultato. Il documentario di Lorella Zanardo (Il corpo delle donne) ci ha aperto gli occhi, ma ciò che ha svelato l’inchiesta sui festini berlusconiani è che  il modello femminile televisivo nato trent’anni fa con Drive in stava dilagando oltre il “recinto” dello spettacolo volgare, dell’intrattenimento domestico. Se sei giovane, carina e disponibile a mercificare il tuo corpo e la tua sessualità puoi arrivare a fare qualunque cosa, anche andare in Parlamento, in Consiglio regionale, fare il ministro.

Difendiamo la nostra dignità, indignamoci. Non c’entra nulla il moralismo, o la violazione della privacy. Solo la sua corte di stipendiati o gli ottenebrati dalle minzolinate quotidiane possono credere davvero che si tratta di questo.

Se non ora quando mostrarci come siamo? Belle e brutte, giovani e anziane, grasse e magre, coi nasi grossi e le labbra sottili, oppure con labbra carnose, e il nasino all’insù, tutto naturale, perché la bellezza esiste in natura, e perché insieme alla bellezza e al corpo c’è dell’altro. Ci sono intelligenze, pensieri, cultura, passioni, valori, e molto molto altro.

Dignità e indizione. Molta rabbia, ma una crescente consapevolezza che questa volta ce la possiamo fare.

Domenica 13 febbraio, io ci sarò. Se non ora, quando?

Buona vita

E così ci siamo. Il primo Natale senza papà, il dolore che scava sempre più, alimentando la nostalgia, la mancanza. Continuamente mi scopro a cercarlo, chiamarlo, mentre guido immagino che sia lì accanto a me, lo imploro di tornare – mamma ha un disperato bisogno di te, e anche io, anche Cris, Lula, Sten, tutti abbiamo perso qualcosa che ci fa sentire mutilati – spero di perdere conoscenza e risvegliarmi grazie alla sua voce che mi chiama e al profumo del caffè che mi portava quando andavo ancora a scuola. Mi concentro. Voglio un miracolo, la reversibilità, quelle ceneri mescolate al mare ricostituirsi in corpo, anima, voce, sguardo, odore. Rivoglio mio padre.

E piango insieme a Mia, che ha perso stanotte sua madre, e a lei, che l’ha persa una settimana fa. Piango e maledico il cancro che continua a distruggere vite, accanendosi su chi già vive in un equilibrio precario. Come se il vento soffiasse più forte su noi funambole.

Come faccio a fare gli auguri, come li faccio questi auguri?

Ci sono le cose belle, sì, certo. Ancora accadono, nonostante tutto. Accade che la prof. d’italiano mi scrive un biglietto con allegata copia del tema di Lula sulla felicità, per dirmi che le si è aperto il cuore, e che c’è ancora speranza se una ragazza di 13 anni scrive certe cose.

Accade che sto facendo danza contemporanea, e mi piace, mi piace tanto.

Accade che ieri i ragazzi hanno fatto una manifestazione bellissima che dimostra quanto siano forti e intelligenti. E sì, che c’è ancora speranza in questo paese disastrato.

Accade che il 13 gennaio farò la presentazione del libro con tanta bella gente, incrociando le dita mentre un editore valuta seriamente l’idea di pubblicarlo.

Accade che vedo arrivare l’amore a chi lo stava aspettando da tanto.

Li faccio così, gli auguri: che possano germogliare i fiori, e maturare i frutti. Che le foglie morte fertilizzino il terreno. La vita.

 

 


Scriverne fa bene

Come una funambola

Clicca per ordinarlo

Oltreilcancro.it

Associazione Annastaccatolisa

wordpress visitors

Archivio

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 184 follower

Cookie e privacy

Questo sito web è ospitato sulla piattaforma WordPress.com con sede e giurisdizione legale negli USA. La piattaforma fa uso di cookie per fini statistici e di miglioramento del servizio. I dati sono raccolti in forma anonima e aggregata da WordPress.com e io non ho accesso a dettagli specifici (IP di provenienza, o altro) dei visitatori di questo blog. È una tua libertà / scelta / compito bloccare tutti i cookie (di qualunque sito web) tramite opportuna configurazione del tuo browser. Il mio blog è soggetto alle Privacy Policy della piattaforma WordPress.com.