Archive for the 'Uncategorized' Category

Tirare un sospiro di sollievo, e qualcosa in più

Sono stati ventiquattro giorni complicati. Insonne a giorni alterni, paura, brutti presentimenti, scatti di ottimismo, nervosa, nervosa, preoccupata, a tratti decisamente angosciata. Però mi sono aggrappata a quel “senza fretta” del radiologo, alla consapevolezza che l’autotrapianto di ciccia per rifare la tetta qualche falso allarme può provocarlo e ho rispolverato vecchie pratiche che in sostanza si traducono nel convincerti che tutto andrà bene, anzi, che tutto è già andato bene. Me lo sono palpato in continuazione, il noduletto scemo, cercando di confrontarlo con il cancro di diciotto anni fa. Un giorno non mi sembrava tanto diverso, sebbene più piccolo. Un altro sembrava essersi rimpicciolito.

Si è rovesciato il sale, un gatto nero ha attraversato la strada, e daje con le gocce di ignatia a gogo.

Finalmente oggi è arrivato il gran giorno. Sono andata a fare l’ago aspirato nel solito ospedale,  accompagnata da Sten con lo scooter, come ai vecchi tempi. Un’attesa molto meno lunga del previsto, e via, ennesima ecografia, il radiologo capo che è sembrato subito rilassato, scherzoso, poco convinto di dover fare ‘sto prelievo di cellule. Complimenti alla tetta ricostruita, e già, sarà colpa dei colleghi plastici e del lipofilling, ma no, non sarà niente. Però l’ago alla fine lo conficca, le cellule vengono prelevate e messe nel vetrino. Tutto dura pochissimo, e dopo, mentre stesa immobile sul lettino non capisco bene che devo fare, arriva la conferma, ufficiosa, che posso andare tranquilla, e aspettare senza preoccupazione la risposta ufficiale che arriverà tra una settimana.

Ero molto agitata, ho detto al dottor M., il radiologo capo.

Pure io, fa lui. Ma non capivo se scherzava, visto il clima di cazzeggio che c’era già da un po’.

Ho dato molto all’oncologia italiana, proseguo. Adesso però basta.

Mi ha sorriso, come ho immaginato mi avrebbero sorriso lui e l’infermiera che mi conosce bene, quando la notte scorsa mi sono convinta che non avevo niente da temere.

Allora mi posso ubriacare?

No, non lo dica a me, sono astemio.

Va bene. Sono semplicemente felice, e ho voglia di festeggiare.

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Fiori di pesco

Ieri ho camminato nel parco, da sola, fino all’albero di pesco che sta per compiere un anno, ha resistito, e i suoi piccoli rami fragili sono già fioriti. Mi ero portata libro e quaderno, per passare un po’ di tempo a leggere e a scrivere lì, dove certamente aleggia l’anima bella di Silvia, amica fragile come quei rami, preziosa come i fiori rosa appena sbocciati.

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Poi mi ha raggiunta un’amica, le ho presentato l’albero, e ci siamo spostate al sole a parlare, a raccontarci un po’ della nostra vita recente, visto che ci vediamo e sentiamo poco.

La mancanza di chi non c’è più mi ricorda di quanto siano belle le relazioni, gli amori, le amicizie, gli affetti, e quanto sia importante coltivarli, averne cura, proteggerli dalle insidie, cercarli quando si perdono, e perdonarli se sbagliano.

I fiori di pesco sono fioriti, sfioriranno, rifioriranno ancora.

Le persone vanno via, ci lasciano, poi tornano, e restano. Se restiamo con loro.

Malinconiche feste

Il 2016 si è portato via Silvia, una delle mie migliori amiche, e per questo lo archivierò come anno da dimenticare, sebbene proprio per questo tristemente indimenticabile.

Si è portato via anche Massimo, anche se lui era già come se non ci fosse più. Ma almeno ha smesso di soffrire. E Daniele, un caro amico di famiglia, come Lodovico, e Michele, un ex collega. E poi Sofia, la mamma di Alessandro e Lisa, durante il terremoto a Grisciano. Si è portato via Fabrizio, la persona che ha comprato la nostra casa al mare.

Un disastro.

Il 2016 è stato un anno pessimo anche per innumerevoli ragioni collettive, inutile elencarle, sono di questi giorni e ormai condizionano la nostra vita, la riempiono di terrore e di orrore.

Anno bisesto, anno funesto. Si dice così. Stavolta è andata proprio così.

Però. Però c’è sempre qualcosa che alleggerisce il cuore, e instilla un po’ di speranza, una riserva di felicità.

C’è, nonostante tutto.

Ci sono Lula e Sten. Amore e amore.

Le persone care, le amicizie intramontabili e calorose. Ci sono delusioni sanate, ferite che hanno smesso di dolere.

E ho ancora – ma com’è possibile? – una gran voglia di fare qualcosa perché il mondo sia un luogo migliore in cui vivere.

Buon Natale

 

 

Il nuovo blog

Ho aperto un altro blog, si chiama Il tempo invecchia in fretta.

Vi aspetto

 

Senza parole

La piccola convalescenza è finita da un po’ ed è già dimenticata.

Sono senza parole.

Momenti di grande tristezza per il destino assurdo e crudele del nipote di una mia amica, un ragazzo francese di vent’anni che ho conosciuto quando ne aveva tredici durante una bella vacanza in Corsica, in campeggio: Samuel è stato ucciso “per errore” da un cacciatore mentre passeggiava in un sentiero, normalmente percorso da camminatori e cercatori di funghi, il giorno dell’anniversario della morte di sua madre.

Da quando ho saputo di questa tragedia cerco il modo di raccontarla, cerco parole. Ma non trovo il modo di esprimere l’abisso in cui si perdono i pensieri, l’insensatezza di una vita, già duramente colpita soltanto un anno prima, spezzata in questo modo.

Al riparo del Baobab

baobabHo iniziato a dare una mano al centro di accoglienza autogestito da immigrati Baobab di Roma, grazie a un passaparola solidale che sollecita risposte, appunto accoglienti, all’emergenza migranti, risposte molto diverse da quelle respingenti e fobiche che auspicano leghisti e razzisti di casa nostra, e che purtroppo praticano anche i governanti europei.

Ieri con Sten abbiamo smistato sacchi di aiuti (alimentari, vestiario, prodotti per l’igiene, borse e zaini, giocattoli per bambini) che per fortuna arrivano in quantità straordinaria, per poter mettere a disposizione dei migranti, in particolare al Baobab sono eritrei, quello che effettivamente serve al loro soggiorno o servirà nel momento in cui dovranno ripartire per proseguire il loro viaggio.

Oggi invece abbiamo aiutato a preparare e a distribuire il pranzo, pane injera con sugo di lenticchie, pomodori, cetrioli e macedonia. Dopo due ore la fila di giovani donne, giovani uomini, qualche ragazzino, sembrava non finire mai, i pasti distribuiti sono stati circa 560. Un numero impressionante, anche secondo il coordinatore dei volontari  che, come noi, aveva la pelle d’oca quando ce lo ha comunicato.

Non avevo mai fatto qualcosa di così concretamente utile per gli altri, e mi sono resa conto che l’impegno politico deve essere alimentato anche da questo genere di impegno, civile e solidale. Ne parlavamo con un’amica che ho ritrovato nella cucina del Baobab a tagliare pomodori e frutta.

Non avevo mai visto così da vicino la realtà che ogni giorno ci viene raccontata come qualcosa, a seconda dei punti di vista, per cui indignarsi o di cui aver paura.

Ho visto cosa significa avere fame, ho guardato negli occhi le persone a cui ho tentato di regalare un sorriso insieme a un paio di mestoli di lenticchie. Nei campi libici mangiavano una manciata di pasta cruda da intingere in un bicchiere di plastica con un po’ d’acqua, ed erano costretti a stare accovacciati a testa bassa.

Sono solo stata fortunata a nascere qui, e queste persone invece hanno avuto la grande sfortuna di vivere in luoghi tormentati dalla carestia, dalla guerra, da violenze inaudite. Adesso hanno bisogno di essere soccorse e aiutate a proseguire il proprio viaggio in sicurezza, magari per ritrovare dei parenti, o per trovare un luogo dove poter vivere dignitosamente. Invece trovano frontiere chiuse, respingimenti, muri e ostilità.

Una volontaria mi ha indicato un bambino.  È arrivato qui da solo.

Il Baobab lo ha accolto.

 

 

 

Essere Charlie

Quello che è accaduto a Parigi, la strage compiuta dai tre terroristi jihadisti nella redazione di Charlie Hebdo, e poi all’Hyper cacher, il negozio di alimentari ebraico, sta scatenando riflessioni, prese di posizione, paure, dubbi, in ciascuno di noi. Com’è giusto che sia.

Io, come tanti, appena saputo cos’era successo la mattina di mercoledì 7 gennaio, ho immediatamente sentito il dovere di identificarmi nel nome del settimanale satirico: je suis Charlie, non perché quei morti fossero più meritevoli della nostra indignazione e della nostra solidarietà delle tante altre vittime di terrorismo.

L’ho fatto, e continuo a farlo, perché con quella strage si è cercato di colpire, e nel modo più estremo e violento – l’uccisione – un valore irrinunciabile, il principio che dovrebbe discriminare in modo netto una cultura democratica e tollerante da una cultura totalitarista e intollerante, una civiltà da una inciviltà: la libertà di espressione, la libertà di criticare, irridere, disgustare, offendere, sì, anche offendere, senza per questo rischiare di morire crivellati a colpi di kalashnikov, o di essere sgozzati, o di saltare in aria.

Eppure, anche in queste ore, leggo commenti che mi lasciano sgomenta. C’è chi, per carità, senza minimamente giustificare la strage, storce il naso verso le vignette più cattive, più blasfeme, più provocatorie, e rivendica la propria estraneità a quel modo di fare satira, perché alimenterebbe i focolai del terrore, perché provocherebbe quel tipo di reazioni. Perché, in sostanza, te la sei andata a cercare. Quindi, dicono, io non sono Charlie, non mi identifico con quei disegni, con il vilipendio nei confronti di una religione, quella islamica, che conta un miliardo e passa di adepti in tutto il mondo tra i quali gruppi di fanatici armati fino ai denti.

Per inciso, lo stesso Charb (il direttore di Charlie Hebdo) in un’intervista del 2011 aveva dichiarato “Charlie Hebdo è un giornale satirico che si oppone a tutte le Chiese a a tutti i poteri”.

Dunque, se c’è qualche fanatico invasato che sente la propria religione offesa al punto da andare a sterminare una redazione dobbiamo assecondare il fanatismo e limitare una libertà che tutti i totalitarismi soffocano, e che è costata e costa la vita a milioni di persone, nel corso della nostra storia?

In questo momento, mentre scrivo, si sta svolgendo un’immensa manifestazione a Parigi, donne, uomini, bambini,  per rispondere che no, assolutamente no, non si deve arretrare, cedere alla paura, al ricatto del terrore.

Je suis Charlie per me significa questo: ribadire che la libertà di espressione e la laicità dello Stato sono strettamente correlate e irrinunciabili, e che uno Stato democratico deve proteggere chi minaccia la vita di persone che criticano, offendono,  irridono, con mezzi espressivi, con i disegni, con le parole. E che non dobbiamo arretrare di un passo, piuttosto avanzare e diffondere con più determinazione questi principi, e respingere chi li calpesta.

Se sono stata retorica perdonatemi, ma la retorica non uccide nessuno.

 


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