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Immagina. L’anno che verrà

Sono riuscita a esprimere un solo proposito per l’anno nuovo: viaggiare.

Di questi tempi sembra una sfida, più che un proposito, o un desiderio.

Avevo appena saputo dell’ennesima strage, a Istanbul, in Turchia, un paese che adoro, e che temo di non poter rivedere almeno per un bel po’.

Il proposito-sfida è il viaggio, il desiderio profondo è poter andare ovunque e vivere ovunque senza paura di essere ammazzati.

Imagine all the people

living life in peace..

You may say I’m a dreamer.

Sì, una sognatrice.

Ma cos’altro ci resta, se non la speranza racchiusa nelle strofe di una canzone immortale?

 

Sogni buoni

La notte scorsa ho sognato mio padre. Lo sto sognando spesso, recentemente. Sogni positivi, che non lasciano solo una scia di nostalgia struggente, ma una rinforzata percezione della sua presenza che mi carica e mi sostiene.  Come se continuasse a insegnarmi qualcosa, a ricordarmi come sono, e chi sono. Come se fosse tornato a riempire quel vuoto dove per due anni mi sono rifiutata di guardare, per non esserne risucchiata. Ora riesco a  guardare lo spazio della sua assenza, non mi fa più paura, perché se lo chiamo mio padre arriva, oppure si fa trovare lì, come nei sogni, e m’insegna a guidare il motorino.

LA COSTRUZIONE DI UN LUOGO DI CURA

Inizio a sentire quell’aria autunnale propizia a mettere in cantiere progetti. Sono giorni che mi frulla nella testa l’idea che questa mia condizione, status, non so bene come definirla, di vittoriosa pluricombattente contro il cancro, possa costituire una ricchezza condivisibile, da redistribuire tra altre donne che forse, almeno all’inizio, ne sono sprovviste. La vecchia associazione tra medici e pazienti del San Giacomo mi pare abbia fatto la stessa brutta fine dell’ospedale (ormai chiuso da quasi un anno), ma quello che ho in mente è qualcosa di più specifico, simile credo a quello che fanno a Modena e in rete le valorose amiche del Cesto di ciliege. Supporto, informazione, condivisione, organizzazione di una rete che possa proteggere e aiutare a far ripartire con una vita nuova, se possibile addirittura migliore. Sogno una sede luminosa, colorata, aperta in un via vai continuo di scambi e opportunità. M’immagino una nuova disciplina psicofisica ("mamma", mi dice spesso Lula quando mi vede alternare per casa posizioni e passi, respiri e movimenti, "dovresti inventarti una cosa che mescoli yoga, qi gong, pilates, e magari anche danza") che integri tutto ciò che può fare bene, attivare energia, aprire il cuore, rendere lo sguardo più luminoso e il respiro tranquillo. E che faccia divertire. Ridere. Bisogna ridere molto, si sa, perché è il miglior modo per rafforzare il sistema immunitario.

Vorrei insegnare a raccontare quello che ci accade senza avere paura e vergogna, a credere nel potere terapeutico della parola, scritta o detta, quando occorre anche urlata.

Mi sembra già di vedere il dottor Zeta che insieme alle terapie consiglia di affacciarsi in questo luogo di ri-costruzione abitato da creature dalle risorse inesauribili, capaci di danzare mentre indossano corazze e brandiscono affilate armi di difesa.

 

SOGNI, SCOSSE, TAC

Sono davvero molto fiera di me stessa. Domani ho la mia passeggiata nel tubo della Tac e – giuro – non ho la solita implacabile fottutissima strizza. La considero un eccesso di zelo dei miei due angeli custodi, Zeta e Esse (o lo chiamo Emme, anche lui per cognome?), che insieme, anche senza conoscersi – si sono solo parlati al telefono – costituiscono il mio scudo sanitario.

La notte scorsa però ho dormito male, mi sono addormentata molto tardi in un lunghissimo sogno ambientato per la maggior parte del tempo in un luogo immaginario, un localino molto trandy , una specie di bistrot in un punto inesistente tra Foro Italico e Ponte Milvio, che per entrarci bisognava arrampicarsi su un tetto. In questo posto incontravo un mucchio di gente, vecchi amici, conoscenti, parenti, si mangiava bene, si scherzava e beveva. C’era un gran via vai e a un certo punto mi trovavo fuori, a chiacchierare, appollaiata sul tetto davanti all’ingresso insieme a qualche amica. Una di queste amiche cazzeggiando troppo scivolava riuscendo ad aggrapparsi con le mani alla grondaia, il corpo a penzoloni nel vuoto. Io urlavo, terrorizzata, lei invece era tranquilla, mi sorrideva e cominciava a saltare giù restando sempre attaccata al muro, tipo spiderman. In pochi secondi era scesa in strada sana e salva.  Dopo la serata proseguiva come se non fosse successo nulla, andavo via, poi tornavo perché avevo dimenticato di salutare una persona. Quel posto era irresistibile, assurdo, con la porta d’ingresso pericolosamente affaciata sul tetto spiovente, vivace, caldo. Era un posto dove le persone stavano bene, e la mia amica invece di precipitare si trasformava in donna ragno.

Credo che ci sia stata  una scossa di terremoto, nel momento del pericolo sul tetto, in queste settimane ho sentito sempre quelle più forti, e le altre forse le percepisco, sottilmente.  E comunque sì, alle 4 e 16 c’è stata una scossa ai Colli Albani, magnitudo 2.3 e prima nell’Aquilano di magnitudo 3.

Non era preoccupazione per la Tac, quindi, ma tensione sismica che non si allenta.

INCUBI

Quanto avrò dormito? Non più di tre ore, credo. Dopo aver letto l’ultima pagina di Norwegian woods di Murakami Haruto ho spento la luce, con quella piacevole e feconda sensazione che lascia una buona lettura. Sten si era addormentato, Lula pure, dopo un’ intensa giornata estiva all’aperto per due feste di compleanno. Credevo di stare per seguirli anch’io, quando la porta si è spalancata, e la piccola sagoma di Lula è apparsa sulla porta.

"Che c’è?" le ho chiesto, sapendo che lei aspettava di capire se fossimo svegli.

"Ho fatto un incubo"

"Non si dice ho fatto un incubo, si dice ho avuto un incubo." Ha bofonchiato Sten beccandosi i miei insulti.

L’ho fatta entrare nel lettone, e le ho chiesto che cosa avesse sognato.

"Che entravano gli assassini e ci ammazzavano."

Era moltissimo tempo che non faceva incubi, così me la sono stretta forte accarezzandole i capelli. Si è addormentata subito, mentre io iniziavo la mia lunga notte di veglia. Pensavo a quando era stata l’ultima volta che Lula aveva dormito almeno un po’ con noi. Tanto tempo fa.

Pensavo, immobile tra marito e figlia, senza riuscire a prendere sonno. Dopo qualche ora si è svegliata, abituata a muoversi soffriva per lo spazio limitato. ("E poi papà russa…") Eh, Sten ha un respiro un po’ russante, a tratti. Ma quando l’ho scosso energicamente si è lamentato. "Ma se ero sveglio!" Ha sbuffato. Forse sognava, chissà. Io invece  o continuato a vegliare, a rigirarmi, ho fatto merenda alle quattro, presa dai morsi della fame. Dopo, ma dopo un bel po’, finalmente mi sono addormentata.

PERALIA

Ero persa. Pedalavo verso casa, dal luogo – un cinema o un teatro – dove mi ero incontrata con amiche e conoscenti a far cosa adesso non mi è molto chiaro. L’unica certezza è che quasi tutte avevano il cancro al seno, e si parlava di quella che ormai sembrava una vera e propria epidemia.  Tornavo pure da una settimana in montagna, e uscendo da quel posto mi preoccupava il pensiero di aver lasciato la bici per strada tutto quel tempo, distante dalla via Nomentana, dove mi trovavo in quel momento. Comunque la bici c’era ancora, ma dopo poche pedalate, distratta da vari pensieri, mi accorgevo che dovevo aver sbagliato strada perché stavo attraversando una zona desolata e irriconoscibile di Roma. In lontananza vedevo Monte Mario e le sue antenne che avrebbero potuto orientarmi. Dovevo andare in quella direzione ma i segnali stradali non mi aiutavano, e nemmeno le richieste d’informazione ai pochi automobilisti che incontravo. Era una periferia romana, senza dubbio, anonima e poco abitata. Dopo aver superato un gruppo di ragazzi vagamente bulli avevo sentito che qualcuno mi aveva puntato sotto alla nuca una pistola, ero certa che lo fosse, fredda e metallica. Ma era solo lo scherzo del momento, finte aggressioni con pistola ad acqua. Lo spruzzo infatti mi aveva inzuppato il collo, ma non mi ero voltata a guardare in faccia quel deficiente, piuttosto avevo accelerato la mia pedalata finché non mi ero trovata in un comprensorio con case graziose simili a villini di mare. Ci abitavano persone abbastanza gentili, a cui non potevo non fare la domanda che più mi urgeva:

“Ma dove siamo?”

“A Peralia.”

Peralia, Peralia, non mi diceva niente. Poco prima avevo visto il cartello che indicava Val Melaina, storica periferia romana.

Ormai scoraggiata avevo deciso di fare una telefonata per farmi venire a prendere, e intanto continuavo a pedalare disorientata…

Bip bip bip bip

La sveglia! La sveglia! Sono a casa.

Ma… Peralia?

Stanotte ho fatto un sogno. Di quelli che non serve interpretare perché dicono tutto esplicitamente. Stavo facendo un esame medico, ma si svolgeva in una stanza enorme che faceva anche da sala d’aspetto. Così mi trovavo a torso nudo davanti a decine di persone tra medici, infermieri e persone sedute in attesa del loro turno. Mi ero dovuta togliere strati di vestiti informi, magliette, maglioni, grembiuli. Come se avessi cercato di nascondere quello che poi ho dovuto mostrare senza neanche troppa vergogna. Sono evidenti due cose: l’ansia per gli esami a cui mi sono appena sottoposta e che tra due giorni passeranno al vaglio del mio oncologo, e la novità del blog con cui posso mettermi a nudo di fronte a persone del tutto sconosciute.


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