Archive for the 'Dal vecchio blog' Category

Il lettore mancato

Il libro comincia a circolare, viene acquistato, letto, prestato, regalato. Una cosa bellissima la stanno facendo le cancer bloggheresse: hanno pensato di regalare una copia in memoria di papà ai centri oncologici che ognuna di loro frequenta. Adesso aspetto trepidante che ne pensa Anna Lisa, l'unica del gruppo a cui l'ho mandato, visto che si trova da quattro settimane in ospedale – in beauty farm, come lo chiama lei. 

Due cose mi vengono dette costantemente da chi lo legge: che prende e che ci si commuove tanto. E pure che è un vero libro. 

Mi dispiace tanto che papà non abbia potuto leggere Come una funambola, dall'inizio alla fine. L'ho visto com'era curioso quella mattina che sfogliavamo insieme a mamma la prima prova di stampa, mentre aspettavamo che lui entrasse a fare la chemio. E com'era stata acuta la sua osservazione sulla foto della copertina, che gli era piaciuta tanto, anche se mi aveva invitato a ingrandirla per renderne più visibile  il legame con il titolo. Aveva ragione, e infatti mi sono messa a navigare come una pazza per ritrovare quella foto in rete nelle dimensioni giuste. Certo, non avrebbe cambiato il corso della sua malattia, troppo cattiva e avanzata per fermarsi, ma voglio credere che sarei riuscita a trasmettergli qualcosa del mio modo di reagire. Che avrebbe compreso quello che non ero in grado di spiegargli guardandolo negli occhi e leggendovi dentro un rassegnato sgomento.
Ma ho fatto una promessa con me stessa: niente rimpianti, dietrologie, rancore verso ciò che è stato, domande inutili, imprecazioni contro un destino che ha infierito impietosamente. La parola d'ordine è: accettazione e nutrimento dei ricordi, quelli più cari e confortanti, che riempiono il cuore, e non lo scavano.

 
 

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Il lutto

Sono passate due settimane. Non so dire se mi sembra che sia passato più o meno tempo, non capisco cosa mi stia succedendo dentro. Apparentemente reggo, ho accolto l'invito della poesia di Sant'Agostino ("asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami"), e quando mi sveglio, di notte, penso a lui senza disperazione, con tenerezza, immaginando un dialogo muto e molti sorrisi. 
Le gocce omeopatiche sono sufficienti a farmi stare tranquilla, a mescolare il dolore alla vita che continua, a carezzare i ricordi senza annegarli nel rimpianto.
Almeno per ora, è così.

Il saluto e i ricordi

Ieri siamo andate a prendere le ceneri di papà. Che impressione tenere l'urna tra le braccia e realizzare che lì dentro c'era lui…  Lo abbiamo messo accanto a me, in macchina, perché dovevamo sbrigarci per andare all'altro cimitero di Roma, il Verano, dove nel Tempietto egizio si possono celebrare i funerali laici.
Naturalmente abbiamo trovato la via consolare completamente bloccata, e non c'erano altre strade alternative percorribili. Il tempo scorreva, e temevamo davvero di non fare in tempo.
Accidenti, stavamo accompagnando in ritardo papà al suo funerale.
Mentre mia sorella tentava di farsi spazio tra le macchine appena ne aveva l'opportunità, e mia madre iniziava a rimproverarsi e rimproverarci per non aver cercato una soluzione con i tempi meno contratti, io m'immaginavo, per stemperare l'ansia, di mostrare l'urna alla polizia stradale per convincerli a scortarci a sirene spiegate…

Alla fine è andata, siamo arrivate con soli cinque minuti di ritardo, trafelate, con l'urna in braccio, il collage di foto, e accolte da tante tante persone che erano già arrivate per dare l'ultimo saluto a papà.  

Che emozioni, quante lacrime, che brava Cris a prendere subito la parola, per raccontare della creatività di nostro padre, del suo ottimismo, e dell'amore che non muore mai.
E poi il suo grande amico, con la voce rotta dall'emozione a tracciarne una biografica intellettuale e umana straordinaria.
E ancora un altro caro amico, per ricordarne con commozione gli ultimi mesi durante i quali mai si dimenticava di chiedere lui, malato, come stesso l'altro.
Per il ricordo di Sten io avevo già pianto leggendolo in anteprima, ma ha avuto un effetto dirompente su tutti – e soprattutto su Lula.  
E poi le parole affettuose di una sua studentessa.
E poi è toccato a me. Credevo di non farcela. Ho tirato fuori la mia paginetta stampata e mentre parlavo – ma l'ho saputo solo dopo – un gatto si è accomodato sulla sedia che avevo lasciato vuota, accanto a mia madre. Quando ho finito mi hanno raccontato che è sceso dalla sedia e se n'è andato.
Pensavo di dover chiudere io la cerimonia, e invece c'è stato l'intervento poetico di un cugino acquisito, e quello non preparato di un collega di università che ha ricordato l'impegno di papà nella costruzione della biblioteca del dipartimento.

E dopo tutti a guardare le foto, a leggere la poesia e un brano di Sant'Agostino trascritti da Ilaria, parlare, a piangere ancora, a ricordare, a spupazzare la neonata di mia cugina, salutare persone che non mi aspettavo proprio di vedere.

E' stato bello. Più bello che triste. Dopo mi sono sentita meglio, più leggera. Dopo giorni di disperazione. Che torneranno e che sono già sono tornati.

Adesso dobbiamo portarlo al mare.

 

Il cielo era pieno di stelle

Una bloggheressa mi ha regalato queste parole. Le ho appena lette e mi hanno fatto piangere, per fortuna.
Oggi ancora non l'avevo fatto, incalzata dalle pratiche burocratiche che impediscono di vivere il dolore del lutto come si deve.
Anche quando io e Cris siamo andate a prendere l'olio in cantina, ci siamo controllate. Abbiamo respirato profondamente prima di aprirla, poi gli abbiamo parlato, sicure che ci stesse controllando…
Perché la cantina era il suo laboratorio di falegnameria quando si dilettava a costruire librerie – tutte le mie librerie è stato lui ha costruirle – preparare mensole, tavoli e oggetti vari.
Perché in cantina c'è la sua bicicletta – e del ricordo di lui in tenuta da ciclista mi hanno scritto già due persone, mentre aspettava il suo caro amico sotto casa a pochi passi dal mio portone. "Poi ci facciamo un giro sulla ciclabile insieme, eh?" E invece quel giro non l'abbiamo fatto.
E dopo, sul tavolo del suo studio, ho maneggiato fogli scritti con la sua calligrafia piccola e ordinata, diventata più incerta, continuando a respirare profondamente. Ho consolato mamma, ho letto i telegrammi e le lettere che le continuano ad arrivare. Ho risposto alla telefonata dello studente a cui era rimasto più affezionato, ho compreso la sua difficoltà a trovare il coraggio di venirlo a trovare quando stava male.
Ho trovato le fotografie di papà in montagna mentre ci dava il cambio nel trasporto di Lula con lo zaino portabimbi mentre camminavamo al Passo delle Erbe. 
Sono tornata a casa. Ho trovato anch'io un altro telegramma. Ho prestato a Lula una cosa da mettersi per la festa che ha stasera. Ho parlato con Sten di quello che vorrà dire martedì, quando lo saluteremo prima di disperdere le sue ceneri in mare.
E poi ho vacillato, ho riconosciuto il senso di angoscia che toglie il respiro e accelera i battiti cardiaci.
Mi sono stesa sul divano, a fissare il soffitto, stordita.

Mi sono trasferita sul letto, ho acceso il computer, e ho trovato le parole della poesia – "non piangete di fronte alla mia pietra, io non ci sono, sono nel soffio di mille venti…"
E invece sì, ho pianto l'angoscia e lo smarrimento. Il dolore a cui avevo tentato di prepararmi, in tutti questi mesi. Non ho pianto di fronte a una pietra, che mai ci sarà.  
Ho pianto perché me lo sento accanto e invece non c'è.
Da bambina, quando ho avuto la varicella, abbiamo passato un pomeriggio a parlare dell'universo infinito – farò l'astrofisica, gli dissi – e di mie improbabili teorie sullo spazio.
E quando all'isola d'Elba ci fu burrasca, in barca a vela eravamo rimasti noi due soli. Avevo solo undici anni, ma lui si fidava di me, e io sapevo che accanto a lui avrei potuto attraversare il mare in tempesta senza pericoli.
Di notte il vento era calato, e il cielo pieno di stelle.

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Incasszzata

Ecco che la strada inizia a restringersi, a farsi vicolo angusto diretto dove non si vorrebbe mai arrivare. 

Da lontano monta l'ansia, ma quando entro nel vicolo divento efficiente, lucida, nessun tremito di voce, si dissolve il groppo in gola, faccio quel che serve fare, dico quel poco che mi sembra non sciocco dire, osservo, ho imparato a fare il linfodrenaggio ai piedi, ascolto il respiro affannoso, racconto com'era stato per me, leggo a voce alta gli articoli di giornale più interessanti, annuisco alle parole "mi sento in battaglia. In battaglia. Una battaglia che non finisce mai." 

"Sei troppo insaccato, ti aiuto a tirarti su."
"Incazzato?"
"Sì, incazzato e incassato."
Adesso ti tiro su.
Pure io sono incazzata. E così triste dentro da sentirmi vuota. Pure io incassata nel dolore.

Tolto il pensierino

Stamattina hanno asportato a Lula un neo che aveva sopra a un dito del piede. E' iniziata la prevenzione… E' stato molto veloce, non completamente indolore – la ragazza è terrorizzata dagli aghi e sostiene che le punture per l'anestesia locale siano state dolorosissime – e adesso dovrà rinviare ad ottobre l'inizio del suo quinto anno di danza.
Mi secca un po' l'idea di dover ritirare un esame istologico che la riguarda, ma vabbè, ci toccherà anche questa.

Non so se vi è capitato di vedere la prima puntata delle Iene, dove c'era un servizio sull'Escozul, farmaco ricavato dal veleno di scorpione, prodotto e distribuito gratuitamente a Cuba. Molto interessante, anche perché la dottoressa cubana ha chiaramente specificato che deve essere utilizzato in sinergia con i trattamenti tradizionali, e perché viene consegnato solo dopo aver esaminato la cartella clinica dell'interessato. Ha tre proprietà principali: antiinfiammatorie, analgesiche e antitumorali. 
Se qualcuno ha in progetto di andare a Cuba, e se ha parenti o amici in cura per un cancro, quasi quasi sarebbe di pensarci, eh?
 


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