Posts Tagged 'ricordi'

Avvicinamento

I cinquanta si avvicinano.

Mi è presa male, per tante ragioni, non semplicemente perché l’idea di aver raggiunto mezzo secolo di vita costringe a fare i conti con il tempo che sfugge. Sì, certo, questo è già un motivo per abbandonarsi alla malinconia.

La ragione più grande è che non c’è più Silvia, l’amica con cui avrei sicuramente condiviso lo stesso passaggio organizzando insieme una grande festa.

Non ho voglia di festeggiare perché accadono cose talmente brutte che la felicità scappa via a gambe levate.

Avevo pure iniziato a soffrire il fatto di non avere più la casetta sul colle maremmano, ma lo scorso fine settimana abbiamo sperimentato un modo diverso e molto piacevole di vivere quella zona tanto amata, che potremo ripetere in futuro.

Avevo sognato un grande viaggio, ma per ora ci limiteremo a una romantica tre giorni a Mantova con Sten, che non conosce la Camera degli sposi di Mantegna, Palazzo Tè, e le altre meraviglie del Rinascimento della città dei Gonzaga adagiata sul Mincio.

Ho rinunciato a partecipare a un convegno sulla medicina narrativa, dopo aver accettato mesi fa, perché davvero mi fa tanta fatica dover parlare ancora “della mia esperienza” e dover rimestare in quel passato che per troppo tempo ho vissuto come presente.

A quasi cinquant’anni devo imparare a non sentirmi obbligata a fare ciò che non è un obbligo.

Ma non voglio cedere completamente alla malinconia, né dimenticare i tanti motivi che ho per essere contenta di essere arrivata fin qui, anche se non è stato facile, né scontato.

Ma ci sono, e sto per compiere cinquant’anni.

L’ultimo giorno di scuola

Domani sarà l’ultimo giorno di scuola di Lula. Ultimo ultimo, visto che deve fare l’esame di maturità, e anche il liceo sarà finito.

A chi segue questo blog fin dall’inizio, quando la ragazza era una bambina di seconda elementare, farà una certa impressione. Figuratevi a me: oggi, mentre la vedevo cantare i carmi di Catullo nel coro organizzato dalla prof. di latino, ricordavo l’emozione dei saggi di fine anno quando era alla scuola materna, e poi alle elementari, alle medie, agli spettacoli del laboratorio teatrale del liceo, che poi era stato anche il mio. Adesso questo ciclo si è concluso, Lula è una persona adulta che fa le sue scelte per costruirsi il futuro e vivere la vita che vorrà, in piena autonomia anche se non le mancheranno suggerimenti e supporto da parte mia e di Sten.

Non è un’epoca facile, e confesso di essere preoccupata per lei, e per tutti noi.

Ma credo sia venuta su piuttosto bene, solida, determinata. Sono sicura che se la caverà, e qualcosa di più.

Te lo auguro Lula, figlietta mia.

Pieni, vuoti, fotografie

Prima settimana di convalescenza conclusa, tra poco andrò a togliere i pochi punti sparsi qua e là a suturare i prelievi di adipe innestati, e va tutto bene. Sono soddisfatta, sento che quel vuoto, a tratti percepito come una voragine, si è colmato. E non si tratta solo di carne, corpo, materia, aspetto. L’ho scritto e riscritto, detto e ridetto. Si tratta di me, tutta intera, non esattamente com’ero, perché le cicatrici restano, quelle visibili e quelle invisibili, e la mia ciccia non sono le mie ghiandole. Ma ora mi guardo e sorrido, perché mi riconosco.

Sto facendo quelle cose che si fanno quando si sta a casa, senza nessuno intorno, tranne la presenza muta o miagolante della gatta: con la scusa di fare un poco d’ordine riemergono frammenti di passato, sotto forma di diari, fotografie, cassette musicali, ritagli di giornale, e tanto altro.

Le fotografie – così raro di questi tempi vederle stampate e poterle maneggiare – alcune conservate alla rinfusa in una scatola, io bambina, diciottenne con i capelli lunghi, ex fidanzati o fidanzati mancati, amiche solide, amicizie fugaci, mare, scogli, tette al vento, pugni chiusi il 25 aprile 1994 a Milano sotto la pioggia, con papà in barca, un meraviglioso autoscatto (si chiamava così) di noi quattro nel 1967: io nata da poco, una buffa smorfia e lo sguardo dritto in macchina, in braccio a mamma, bella e sorridente, Cris biondissima accanto a me, appoggiata alla gamba di papà, seduto accanto a mamma, il letto a castello blu. Una bella famiglietta felice.

Giusto domani saranno cinque anni che te ne sei andato. E questo è un vuoto incolmabile.

Quest’anno s’è danzato

Domenica c’è stata la Race for the cure, e non ne ho parlato né ci sono andata. C’era il tacito accordo, tra noi romane, che quest’anno sarebbe stato troppo difficile, perché il pensiero sarebbe andato lì, alla Race del 2011, sotto al sole caldo insieme ad Anna Lisa, e ai nostri compagni, mariti, che si erano conosciuti la sera prima durante una cena indimenticabile.

Il pensiero è andato comunque lì, e ci va ora, a  un anno esatto dal post nel quale raccontavo quel fine settimana felice. Felice per noi, felice per Anna Lisa e per Andrea.

Domenica non sono andata alla Race ma ho danzato per lei e per l’associazione, che grazie alle offerte di amici e parenti che sono venuti a vedere lo spettacolo ha incassato una bella cifra.

Nonostante il dolore per tutto quello che è successo in questo terribile fine settimana è stato bello vivere un’esperienza che avevo vissuto solo una volta, e tanto tempo fa. L’emozione di ballare su un palco, la confusione del dietro le quinte tanto da farmi dimenticare, a un certo punto, di rientrare in scena (eh, eh, meno male che il pubblico non poteva notarlo), la tensione del giorno prima, le prove generali, i camerini, l’attacco con Aretha Franklin, il gospel di Revelations, la coreografia scandita dalla voce roca del Boss, sbirciare in platea per riuscire a vedere parte dello spettacolo, tanti Beatles, Piazzolla, Duke Ellington, Frank Zappa, Benny Moré, Aquarius, Nina Simone e pure Don Backy. Bello, bellissimo.

Qualche giorno prima mi ero detta, ma chi me l’ha fatto fare? Troppa fatica, troppe prove, sarò ridicola. Ma come mi è venuto in mente di farmi coinvolgere?

Ora lo so. Perché fa bene al cuore.

[Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti… Pina Bausch]

Ciao Lucio, adesso spengo la luce, e così sia

La morte di Lucio Dalla mi ha rattristato moltissimo, anche se da anni non lo seguivo più e detestavo quel ridicolo parrucchino che aveva sostituito lo zuccotto.

Poi ho cominciato a riascoltare le sue canzoni più belle, che ricordo ancora a memoria, e adesso non riesco più a smettere di cantarle. Mi sono resa conto di quante volte abbiano fatto da colonna sonora a pezzi della mia vita di adolescente, quei testi che ispiravano una pagina di diario, una lettera d’amore, scritta o ricevuta, e addirittura il nome del giornale dei giovani comunisti (si chiamerà Futura). Momenti profondamente intrecciati l’uno con l’altro, l’amore con l’amicizia, la politica con l’amore, e con l’amicizia, l’amore con la scoperta del sesso, i primi dolori, le prime trasgressioni. In molte canzoni di Dalla c’era tutto questo, insieme.

Anche se adesso è Cara quella che più mi fa vibrare il cuore

Cosa ho davanti, non riesco più a parlare 
dimmi cosa ti piace, non riesco a capire, dove vorresti andare 
vuoi andare a dormire. 
Quanti capelli che hai, non si riesce a contare 
sposta la bottiglia e lasciami guardare 
se di tanti capelli, ci si può fidare. 

Conosco un posto nel mio cuore 
dove tira sempre il vento 
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento 
non c’è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare. 
Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento 
e debbo stare attento a non cadere nel vino 
o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino

La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro 
che non ti vede nessuno 
ma per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano 
e cascare dentro un letto….. 
che pena…che nostalgia 
non guardarti negli occhi e dirti un’altra bugia 
Almeno non ti avessi incontrato 
io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato. 

Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla 
e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla 
se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano 
ma so già cosa pensi, tu vorresti partire 
come se andare lontano fosse uguale a morire 
e non c’è niente di strano ma non posso venire 

Così come una farfalla ti sei alzata per scappare 
ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare 
se non fossi uscito fuori per provare anch’io a volare 
e la notte cominciava a gelare la mia pelle 
una notte madre che cercava di contare le sue stelle 
io lì sotto ero uno sputo e ho detto “OLE'” sono perduto. 

La notte sta morendo 
ed è cretino cercare di fermare le lacrime ridendo 
ma per uno come me l’ ho gia detto 
che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto. 

Lontano si ferma un treno 
ma che bella mattina, il cielo è sereno 
Buonanotte, anima mia 
adesso spengo la luce e così sia

Dopo trent’anni

Non vi ho fatto gli auguri di Natale, ma quei giorni lì, quando arrivano, mi fanno stare sempre così male che preferisco farli passare senza calcare la mano.

Adesso sono davvero in vacanza, anche se buona parte del tempo libero per ora l’ho passato a lavorare per l’associazione, e questo mi piace, mi fa bene. Ho coinvolto formalmente anche il dottor Zeta, e un compagno di liceo che ho rivisto dopo trent’anni una settimana fa e che si occupa di oncologia molecolare.

La cosa molto carina accaduta in questo periodo è proprio l’evento del 21 dicembre: il trentennale del quarto ginnasio, organizzato da me a settembre quando ho realizzato che Lula stava iniziando il suo primo anno di liceo classico esattamente trent’anni dopo il mio (e nella stessa scuola). Poteva essere uno di quegli eventi squallidi, da dimenticare, poteva non provocare l’entusiasmo che invece ha suscitato tra i tantissimi che hanno risposto alla chiamata e anche tra chi non è riuscito materialmente ad essere presente. Invece è stato proprio bello, e anche se molte di quelle persone non ho mai smesso di frequentarle, è stata una piacevole scoperta ritrovare chi non vedevo da decenni e riconoscere in tutti i segni della passata adolescenza ben amalgamati in quelli dell’attuale maturità.

Alla fine il fotografo del gruppo ci ha immortalato riuscendo a cogliere esattamente il clima felice che ha riscaldato quella serata così speciale.

Quattordici anni fa

Quattordici anni fa a quest’ora ero in sala parto, e spingevo, spingevo, stritolavo la mano di Sten, urlavo con dei suoni che in quel momento non riconoscevo come miei, piangevo, e poi, alla fine, alle 18.20, dopo aver fissato gli occhi incredibilmente vigili dell’esserino bagnato avvolto in un panno verde che mi avevano deposto sulla pancia, sorridevo alla nascita di Lula. Sarà retorico, banale, ma sì, diciamolo, è stata l’emozione più forte e bella della mia vita, e ancora adesso, a ripensarci, mi viene un groppo in gola di felicità assoluta e incontenibile, e mi verrebbe voglia di andare di là, strappare Lula allo studio del greco, e cullarla tra le mie braccia, regredire a quel momento in cui ci siamo conosciute.

Tanti auguri alla mia bambina che non è più bambina, ma una ragazza di quattordici anni.

 


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