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Materiali di memoria

Il tempo pandemico scorre con un andamento irregolare, anomalo, e certe volte si aggroviglia per poi dipanarsi una volta sciolti i nodi uno ad uno, con delicatezza.

Ho aperto lo sportello di una libreria, giusto per dare un’occhiata al lavoro da fare per mettere un po’ d’ordine in un ripiano dove stanno accatastati album di fotografie – quando ancora si facevano – foto mischiate di periodi diversi, forse dopo essere state attaccate sul frigo con i magneti, materiale per fare pacchetti natalizi, la tombola, scatoline vuote, nastri adesivi, e molto altro.

Sono saltate fuori cose che per un po’ ho contemplato, dopo averle disposte sul pavimento, commossa: una cartolina dell’Irlanda scritta nel 1988 da Silvia, la mia amica del cuore che non c’è più, gli appunti scritti per una lezione che ho fatto nel 2007, per la classe elementare di Lula, sul funzionamento delle biblioteche, un telegramma di congratulazioni per la laurea, gli estratti della pubblicazione della mia tesi, copie del giornale scolastico L’Aerostocco, foto, foto, foto bellissime di Lula piccola, di estati al mare, secchielli in testa, in montagna, gli anni delle chemio con i capelli in ricrescita, il matrimonio, i viaggi, la giraffa della Tanzania.

Ho deciso che l’album delle fotografie delle vacanze estive devo continuarlo, è fermo al 2003, e ci sono ancora tante pagine e tanto tempo da utilizzare.

Vent’anni di funambolismo

Sono venti.

Vent’anni dall’intervento chirurgico con cui mi è stato tolto un nodulo sospetto al seno, che poi quel giorno, sotto i ferri, si è rivelato essere cancro.

Due decenni, quasi l’intera vita di Lula, che allora aveva quasi due anni.

Vent’anni da quando abbiamo traslocato nella casa in cui ancora viviamo e che abbiamo appena – forse, ma questa è un’altra storia, uff! – finito di pagare.

In questi vent’anni sono accadute tante cose, felici e tristissime, che sarebbero potute non accadere, semplicemente perché non avrei avuto la possibilità di viverle.

Il corpo ferito e ricucito, le cure faticose, i traguardi di guarigione, Lula che cresceva e con la sua presenza luminosa mi obbligava (e mi obbliga) a restare salda su quel filo alto su cui procedo come una funambola, questo blog, il matrimonio, la ricaduta, altre cure, altra fatica, altre cicatrici, altra guarigione, altra vita. L’amore, le amicizie, la famiglia che soffre e sostiene, gli anni del coro e dello yoga, la danza, i viaggi, il lavoro non particolarmente amato, i libri, la scrittura, l’attenzione costante alle cose del mondo, purtroppo spesso motivo di rabbia e frustrazione. Raccontare, raccontare, condividere, scrivere, abbattere i tabù, incoraggiare, incontrare le tante persone che sono passate da qui, da questo blog che s’è fatto vecchio pure lui, che trascuro ma non abbandono.

Oggi un pensiero speciale lo devo al dottor Zeta, che oggi compie gli anni e ha appena iniziato a godersi una meritata pensione. “Vedrà, le porterà bene”, mi disse il giorno della prima visita, mentre compilava la mia cartella clinica e scriveva la data della quadrantectomia: 9 novembre 1999.

Mi ha portato bene, sono qui a raccontarlo, vent’anni dopo.

Sono qui, ma quanto dolore alle spalle, che fatica liberarmi dal viluppo soffocante che mi ha condizionato per tanto tempo, imparare a camminare sulla fune con più leggerezza e recuperare una dimensione esistenziale che temevo di avere irrimediabilmente perduta!

Ho dovuto accettare il fatto che affrontare il cancro non è una competenza trasmissibile e che quel che imparavo facesse parte della mia natura e del modo in cui le esperienze più profonde la stavano plasmano.

Questa consapevolezza credo sia stata per me una sconfitta, e la ragione per cui a un certo punto mi sono stancata di essere considerata una sorta di esperta in tecniche di sopravvivenza oncologica. Ho visto spegnersi davanti a me persone importantissime: la veloce e feroce malattia di mio padre prima, quella più subdola e altrettanto feroce di una delle mie più care amiche hanno rappresentato una battuta di arresto che mi ha fatto vacillare pericolosamente, anche se ormai ero diventata capace di accettare anche gli esiti più infausti.

Ci sono decine di persone che dovrei ringraziare per aver contribuito, ognuno in modo diverso, a farmi arrivare fin qui. Ciascuno di voi lo sa, lo può immaginare.

In coincidenza con il primo decennio ho scritto Come una funambola, oggi mi limito a queste poche righe, che di quel libro sono figlie devote e ribelli.

 

 

 

Pieni, vuoti, fotografie

Prima settimana di convalescenza conclusa, tra poco andrò a togliere i pochi punti sparsi qua e là a suturare i prelievi di adipe innestati, e va tutto bene. Sono soddisfatta, sento che quel vuoto, a tratti percepito come una voragine, si è colmato. E non si tratta solo di carne, corpo, materia, aspetto. L’ho scritto e riscritto, detto e ridetto. Si tratta di me, tutta intera, non esattamente com’ero, perché le cicatrici restano, quelle visibili e quelle invisibili, e la mia ciccia non sono le mie ghiandole. Ma ora mi guardo e sorrido, perché mi riconosco.

Sto facendo quelle cose che si fanno quando si sta a casa, senza nessuno intorno, tranne la presenza muta o miagolante della gatta: con la scusa di fare un poco d’ordine riemergono frammenti di passato, sotto forma di diari, fotografie, cassette musicali, ritagli di giornale, e tanto altro.

Le fotografie – così raro di questi tempi vederle stampate e poterle maneggiare – alcune conservate alla rinfusa in una scatola, io bambina, diciottenne con i capelli lunghi, ex fidanzati o fidanzati mancati, amiche solide, amicizie fugaci, mare, scogli, tette al vento, pugni chiusi il 25 aprile 1994 a Milano sotto la pioggia, con papà in barca, un meraviglioso autoscatto (si chiamava così) di noi quattro nel 1967: io nata da poco, una buffa smorfia e lo sguardo dritto in macchina, in braccio a mamma, bella e sorridente, Cris biondissima accanto a me, appoggiata alla gamba di papà, seduto accanto a mamma, il letto a castello blu. Una bella famiglietta felice.

Giusto domani saranno cinque anni che te ne sei andato. E questo è un vuoto incolmabile.

Ciao Anna, Widepeak, amica e blogger

All’inizio Anna mi commentava come Misshajim e ancora non aveva aperto il blog On the widepeak. I suoi commenti erano sempre preziosi, e sentivo che tra di noi c’era una grande affinità, non solo data dalla comune sventura di avere o avere avuto il cancro. Un giorno mi scrisse una mail per invitarmi all’inaugurazione del festival di fotografia che aveva organizzato per la società di eventi per la quale lavorava, qui a Roma. Visto che non ci potevo andare mi ha fatto avere due biglietti, uno anche per Sten, da utilizzare quando volevamo. Quando poi ci siamo andati le ho telefonato per ringraziarla, dalla terrazza del palazzo delle Esposizioni, e in quell’occasione ho sentito per la prima volta la sua voce.

Dopo qualche mese Anna ha aperto il blog e finalmente abbiamo deciso di conoscerci di persona.

Io ero in pausa pranzo e lei appena uscita dai controlli nell’ospedale in cui è stata in cura per tutti questi anni, a poche centinaia di metri da dove lavoro, sullo stesso lato del Tevere. Abbiamo mangiato un’insalata di gamberetti molto buona, e intanto parlavamo, parlavamo, parlavamo, guardandoci negli occhi, che lei aveva bellissimi, azzurri.

Durante quell’incontro, come scrissi tempo dopo, Anna lanciò l’idea che poi ha portato alla nascita di Oltreilcancro, trascinandomi con il suo entusiasmo nell’impresa che dopo un anno siamo riuscite a realizzare, complice un pranzo delizioso organizzato nel giardino di casa sua, con le altre blogger che avevamo coinvolto. Ma prima di tutto, quel giorno, io e Anna siamo diventate amiche.

Da quel giorno sono passati quattro anni, durante i quali la mia malattia si è allontanata sempre di più mentre la sua peggiorava. Io non accettavo facilmente la sua accettazione, la sua consapevolezza di non poter guarire, di poter aspirare solo a qualche anno in più di vita, di non poter vedere le sue figlie diventare delle ragazze. Eppure è stato proprio grazie a lei, a quel lavoro difficile e profondo che faceva su di sé e cercava di comunicare agli altri, magari scrivendolo sul blog, commentando il mio, o parlandone a voce, o nelle decine e decine di mail che ancora conservo, se ho iniziato ad usare un linguaggio diverso per parlare del cancro. Quando ho scritto Come una funambola lei ha approvato il titolo, le piaceva tantissimo, mi ricordo bene il giorno che era passata a trovarmi in ufficio per parlarne, come al solito dopo aver fatto un emocromo di controllo. Mi ha accompagnata quando ho portato qualche copia del libro in ospedale dal dottor Zeta, poco tempo dopo la morte di mio padre, e in quell’occasione ne ho regalata una anche a lei. “Scusa, però non so se lo leggerò subito”, mi ha avvisata, mentre facevamo colazione in un bar di Trastevere.

Poi, un giorno, ha scritto questo post, la sua recensione. Ecco, anche ora, a rileggerla, piango come una fontana, e vorrei abbracciarla forte, accarezzarle il viso come l’ultima volta che l’ho vista, a casa sua, un mese fa, sapendo che sarebbe stata l’ultima, mentre guardavo con tenerezza le bambine appena tornate da scuola saltellare accanto alla mamma, ormai bloccata in un letto e attaccata all’ossigeno.

Ciao Wide, adesso, ogni mattina, quando farò la pratica dei Cinque tibetani penserò a te, perché sei stata tu a parlarmene e raccontarmi di quanto ti avevano fatto stare bene, e quanto ti dispiacesse aver smesso di praticarli. Volevi anche convincermi a iniziare il corso di meditazione, e invece ti ho disobbedito, facendoti arrabbiare un po’. Ci tenevi tantissimo, perché volevi il mio bene, e per te la meditazione è stato un bene immenso. Ora lo capisco ancora meglio. Scusami, vedrai che un giorno lo farò.

Mi manchi già tanto, ma è ancora più quello che mi hai lasciato. Grazie, indimenticabile amica.

Otto anni fa – blogcompleanno

Da molto tempo dimentico o evito di ricordare la data di nascita del mio blog, oppure lo faccio sotto tono, anche perché dopo un anno ha coinciso con il giorno della scoperta che mi era tornato il cancro, anche se mi rendo conto solo ora che spesso ho fatto confusione, e pure nel libro il giorno della maledetta ecografia l’ho datato 5 novembre 2005, chissà, forse proprio per non “sporcare” la data che aveva segnato il mio ingresso in quella che, all’epoca, veniva chiamata blogosfera.

Insomma, era il 4 novembre 2004,  e stavo vivendo una fase di rinascita e ricostruzione dopo la deflagrazione del 1999: avevo interrotto la terapia ormonale e mi sentivo fuori pericolo, mi ero data un’aggiustata al seno operato e iniziavo a piacermi di più, aiutata anche dallo yoga che praticavo con costanza. E poi cantavo in un coro, Sten aveva capitolato e stavamo decidendo la data del matrimonio e Lula faceva il tifo. Era decisamente un periodo bellissimo, che l’apertura del blog, ispirata dalla mia amica Alessandra, mi aiutò a raccontare. Oggi molti dei blog che seguivo all’epoca non vengono più aggiornati, la piattaforma Splinder che aveva ospitato i primi anni de Il mio karma ha chiuso e, come sa bene chi continua affettuosamente a seguirmi, anche io vengo spesso presa dalla tentazione di concludere quest’esperienza. Non solo perché, per mia fortuna, l’impronta di cancer blog non è più quella prevalente, ma soprattutto perché ho perduto da tempo quel furor postaiolo che mi spingeva a scrivere quotidianamente, tracciando quasi inconsapevolmente un percorso narrativo che, lo ammetto immodestamente, aveva un suo appeal.

Eppure. Eppure sento che questo spazio, sottotitolato nella sua prima versione Il magazzino dell’anima, non è ancora pieno e continua ad offrirsi generosamente alle mie riflessioni, anche se potrei cambiare un’altra volta sottotitolo – diari di una funambola potrebbe andare, no?

Non si è esaurita completamente la voglia di raccontare qualcosa di me, del mio essere protagonista e testimone di un mondo spesso troppo cattivo e ingiusto, talvolta meraviglioso, un mondo che non è solo mio, ma di tutti, e che non smetterò mai di voler rendere migliore, anche solo con le parole che talvolta a qualcuno hanno dato sollievo. Visto che quello che un po’ so fare è scrivere – scrivere così, in questo modo flagrante e frammentario – il mio contributo alla trasformazione dello stato delle cose cercherò di darlo – anche, ma non solo – ancora così.

 

 

Gli ultimi auguri

Ieri ho approfittato dell’assenza di Lula, in Umbria con un gruppo di amiche per festeggiare Halloween, del brutto tempo e del freddo casalingo per abbandonarmi completamente alla tristezza e alla contemplazione dell’assenza, della nostalgia, della mancanza. Non mi sono alzata del letto per tutto il pomeriggio, avevo il pc, i libri che sto leggendo  – “The girl of via Flaminia” di Alfred Hayes e “Il cuore cucito” di Carole Martinez – la gatta che ronfava sonoramente, il quaderno con gli appunti di scrittura che prendo in modo disordinato e in luoghi diversi (agende, quaderni, pc, fogli volanti), con il risultato che mi perdo i pezzi delle storie che inizio.
Poi ho lasciato perdere tutto, ho spento la luce pensando di voler dormire un po’, e invece ho iniziato a piangere e a singhiozzare.
Più tardi, dopo essere stata coccolata da Sten, dal quaderno è saltato fuori il biglietto di auguri per il mio compleanno dei miei. Era il 2 maggio scorso, pochi giorni dopo i primi infausti esami di papà. Con la sua bella calligrafia, allora ancora ferma, scherzava sul fatto che quest’anno avevo dei genitori più “bacucchi” del solito…
E mi auguravano, lui e mamma, 100 di quei giorni.
Ho frenato un nuovo fiume di lacrime, limitandomi a carezzare il biglietto, a lungo, scuotendo la testa.

POMERIGGIO CASALINGO

Sono in camera di Lula a guardarla mentre fa opera di bonifica nel suo cassetto del comodino. Anche lei comincia ad avere i cassetti delle memorie, pezzetti di tempo passato, vita vissuta, cose da buttare, altre da conservare, bigliettini, letterine della befana di babbo natale del topolino (per fortuna non nota che hanno tutte più o meno la stessa – mia – calligrafia). Quella della befana effettivamente l’ha insospettita (anche perché la vecchietta ancora resiste…): "mmmh, questa befana mi sembra che abbia una scrittura simile alla tua…" "macchè, non è vero per niente, io non scrivo così!" protesto io, convinta. Che poi è vero, ma lei ha solo trovato la scusa per demolire l’ultimo residuo di credenza infantile. "Questo non l’avevo mai letto!" esclama sfogliando un piccolo taccuino di viaggio. E’ il diario che io e Sten le avevamo scritto in Tanzania, durante il viaggio di nozze. Non se lo ricorda più. Ora lo ha messo da parte per leggerselo, io sono uscita dalla stanza, col mio pc al seguito, e me ne sono andata in camera mia, visto che lo studio è occupato da Sten. Mi sono ricordata di questa meraviglia (segnalata da A day in the life) e ho fatto partire With or without you degli U2. Oggi ha cucinato il maritino, ma i funghi stavano per bruciare mentre io stavo al telefono con Marco per dirgli che finalmente, dopo più di due mesi, ho trovato il suo libro, Zuppa inglese, nella cassetta delle poste. Mi era piaciuto molto (visto che non arrivava mi ha mandato il file), ma averlo nella sua originale e minuscola veste editoriale, autografato dall’autore, è sempre un piacere.

Vabbuò, è ora di mangiare.


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