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Disinibita

Ero convinta, fino a ieri, che il farmaco che inibisce la produzione di estrogeni a cui era particolarmente sensibile il tipo di cancro che ho avuto e riavuto, dovesse accompagnarmi per tutta la vita, più o meno.

Avevo pure smesso di chiedere al dottor Zeta se potessi interromperlo, e ora che è andato in pensione lo avevo interpellato solo per capire se dovessi modificare qualcosa nei controlli periodici, allungare un po’ i tempi, tagliare qualche esame radiologico, quando verificare se la recente interruzione della puntura trimestrale per indurre la menopausa sia stata corretta, perché ormai dovrebbe essere arrivata per conto suo. Così mi ha proposto di vederci per parlarne. Perché, nonostante sia in pensione, Zeta resta e resterà il mio punto di riferimento, ormai anche un amico a cui chiedere consigli, a cui affidarsi.

E la grande, inattesa notizia è arrivata subito: è ora di togliere tutto, mi ha detto. Gli ultimi studi provano che inibire l’aromatasi (l’enzima che trasforma androgeni in estrogeni) per un periodo molto lungo può provocare danni cardiaci, e visto che “sono guarita” e libera dalla malattia da oltre quattordici anni, non ha senso continuare.

Non solo, a parte un’ultima eco epatica da fare a breve, poi i miei controlli saranno in realtà come quelli di tutte le donne che fanno normale prevenzione.

E gli estrogeni nuovamente liberi dovrebbero avere un effetto di benessere generale, che forse nemmeno ero più consapevole di aver ridotto in tutti questi anni. Sì, certo, colesterolo aumentato, ossa più fragili, e tutti gli annessi e connessi legati alla menopausa anticipata. Però ero stata bravina a farmene una ragione, a non rompere le scatole più di tanto.

“Devi brindare,” ha concluso.

Ho brindato, abbiamo brindato.

Complessivamente quasi vent’anni della mia vita li ho passati sotto stretto controllo medico e farmacologico. Sarà anche per questo che non mi sono sognata di mettere in discussione le indicazioni medico scientifiche sul COVID, in particolare sulla necessità di vaccinarsi. Per me è scontato affidarmi alla medicina, integrandola con tutto quello che può farmi bene senza interferire con le cure.

“Quando attraversi un ponte non vai a mettere in discussione i calcoli dell’ingegnere che l’ha costruito, no?” mi ha detto Zeta parlando dei deliri no-vax, e di quello che ha visto nel periodo più buio, quando il vaccino non c’era.

Rispettare le competenze, affidarsi con consapevolezza e anche, perché no, con fiducia.

Grazie a Zeta per me è stato facile, ma non bisogna per forza ammalarsi di brutto per capirlo.

Adesso mi sento un po’ più libera, sempre grata alla vita, a Zeta, alle buone cure, e al mio vecchio blog cui affido ancora un’altra tappa importante del mio cammino.

Covid e prevenzione

Ho pensato spesso, e in questi giorni più di altre volte, a come sarebbero cambiate le cose per me se quindici anni fa ci fosse stata una pandemia di queste proporzioni in corso.

Se fossi stata costretta a rimandare la mia ecografia epatica di controllo, visto che in fondo dopo sei anni da una diagnosi di cancro al seno si pensa di essere fuori pericolo, e che sarà mai, meglio rimandare, meglio evitare di andare in ospedale.

Non è sufficientemente chiaro alle persone cosa significa “stressare il sistema sanitario”, non è sufficientemente chiaro cosa significa quando si ritardano o si interrompono i controlli sulle famose “patologie pregresse” e non c’è nessuno ad avvisarti, per esempio, che il cancro è ricicciato, che sono comparse metastasi, quella brutta parola che non vorresti mai sentire, figurarci scoprire che hanno iniziato a riprodursi nel tuo corpo.

Le diagnosi precoci salvano la vita. Se le diagnosi non vengono fatte, perché gli ospedali sono pieni, perché si ha paura di andare a fare dei controlli per paura di contagiarsi, i rischi di non salvarsi aumentano. Lo hanno gridato gli oncologi di tutto il mondo in questi mesi. Lo stanno dicendo nei congressi, lo scrivono, segnalando che con la pandemia, con i morti per Covid, sono diminuiti gli screening e aumentati i decessi. E lo stesso accade per altre malattie che bisogna poter curare o tenere sotto controllo.

Il Covid è anche questo: fa del male non solo a chi se lo prende, ma a tutte le persone che hanno bisogno di curarsi.

E allora basta, basta con le polemiche, con le minimizzazioni, con il cinismo sugli anziani che se muoiono non è poi così grave, con gli sproloqui sulla “dittatura sanitaria”.

Intollerabile è avere venti diversi livelli di assistenza sanitaria nello stesso Paese. Quando tutto questo sarà finito, ricordiamocelo. Non era accettabile prima del Covid – quante persone ho incontrato, pendolari della salute, in viaggio da una Regione a un’altra per fare esami e ricevere cure adeguate – lo è, drammaticamente, oggi.

Scriverne?

Mentre sfogliavo un blocco per appunti che ogni tanto utilizzo per scrivere a mano – un’abitudine che non ho perso, perché utilizzando carta e penna mi sembra che i pensieri fluiscano in modo più limpido – ho ritrovato gli appunti presi per la presentazione di Scriverne fa bene a Modena.

“La tesi del libro è che attraverso la narrazione di sé chi si ammala trova la voce giusta per descrivere l’esperienza vissuta, ritrovare l’orientamento e tracciare una nuova rotta per uscire dal naufragio.”

“La parola è un filtro che permette di esibire le proprie ferite e fragilità senza scandalo o vergogna. La parola mi protegge e mi apre al mondo. Per questo scriverne fa bene. Soprattutto attraverso un blog, in rete, in tempo reale.”

La notte prima di questo ritrovamento avevo sognato che il cancro tornava, e che il dottor Zeta, ormai in pensione (che è vero, ma per l’emergenza Covid ha ricominciato a lavorare) stavolta mi avrebbe affidato a un suo collega.

Non ero troppo spaventata, anche perché Zeta mi spiegava che la prognosi era positiva grazie al fatto che mio padre aveva avuto lo stesso tipo di patologia, e nel sogno era ancora vivo. Evidentemente ho mescolato la possibile ereditarietà di una malattia oncologica con l’immunità che si sviluppa contraendo un virus.

Non so perché sto mettendo insieme queste due cose: la funzione delle parole, e le paure che abitano i miei sogni.

Certamente in questo periodo in cui mai si è parlato e scritto così tanto di malattia, salute, cure, guarigioni, ospedali, servizio sanitario pubblico, è inevitabile per me confrontare le due condizioni, quella del cancro, che conosco, e quella di una pandemia che sta sconvolgendo e ha sconvolto il mondo intero.

Anche in questo caso le parole, la scrittura, la narrazione, potranno aiutare chi si è ammalato ad attraversare la tempesta e ridisegnare la mappa per orientare una nuova esistenza?

Un mese

Un mese fa ci siamo chiusi in casa, chi ha potuto ha iniziato a lavorare da casa, chi ha dovuto ha chiuso negozi, interrotto ogni genere di attività che non fosse tra quelle considerate necessarie e essenziali.

Abbiamo iniziato a prendere le distanze, evitare i contatti, indossare mascherine, ricostruire le nostre esistenze negli spazi domestici e nei tragitti obbligati di spostamenti consentiti: spesa, lavoro, assistenza a persone più fragili, come i genitori anziani.

La vita sociale, in tutti i suoi aspetti, da quelli lavorativi a quelli educativi, culturali e ricreativi si svolge in rete. Dalla lezione di scuola, a quella universitaria, dalle riunioni, alle lezioni di yoga, allenamenti, film, serie tv, informazione, visite virtuali a mostre e musei, aperitivi virtuali, videochiamate, singole e di gruppo. E meno male che ce l’abbiamo questa benedetta rete, a cui ci teniamo aggrappati per non affondare nei momenti più duri.

Difficile vivere nel silenzio e nell’isolamento, le pile di libri da leggere attendono la consueta ora serale, e sono rari i momenti di sconnessione.

Non uscire non solo è diventato un obbligo, ma quando si è costretti a compiere quelle attività consentite nelle quali entriamo in contatto con altre persone e mettiamo il naso fuori di casa si sta malissimo. Mascherina, guanti, avvicinamenti pericolosi, lavaggi frenetici, scaffali vuoti, lievito e farina, lievito e farina, tutti a fare il pane e la pizza, le doppie liste della spesa divise in modo scientifico, i soliti irrispettosi che arrivano in coppia e non rispettano le distanze, le polemiche per chi si sfoga correndo per la strada e portando cento volte il cane a pisciare, l’emozione di andare a buttare la spazzatura e fare il giro lungo per tornare, la strada vuota, che bello, non devi stare attenta, e però il portone ormai si apre sempre col gomito.

Una mattina, mentre lavoravo in giardino, ho visto passare un’ambulanza, e rallentare poco più avanti.

Un paio di giorni prima avevo saputo che una persona che conosco, vicina di casa, era in quarantena con tutta la famiglia perché si era ammalata.

Ho scritto subito alla moglie, in preda a un brutto presentimento. “Come va?”

“Ricoverato,” mi ha risposto lei. “Polmonite.”

Abbiamo cenato insieme, un paio di mesi fa. Forse abbiamo anche parlato di questo virus che iniziava a circolare anche in Italia. Nessuno di noi era particolarmente preoccupato.

Un’altra vicina, coperta dalla mascherina che in genere non indossava quando portava fuori il cane, mi ha detto che nella strada ci sono sicuramente altre due persone positive al virus. Una strada a senso unico, non di passaggio perché non porta da nessuna parte, se non nei palazzi di chi ci abita. Piuttosto tranquilla, prima come ora. Ora di più.

Ora si sente che viviamo un tempo sospeso, scandito dall’attesa che il contagio rallenti, rallenti, che i malati guariscano presto, che non si muoia più, che arrivi presto il vaccino, che si possa tornare un po’ per volta a fare una vita quasi normale, che non sarà la stessa, no, certo, sarà tutto diverso, ma sarà bello uscire e stare di nuovo insieme, in modo diverso forse, con i cocci da riattaccare e qualcosa di buono di cui fare tesoro per il futuro.

E come ha scritto un blogger guarito dal Covid, ricordiamoci sempre che “la sanità pubblica è una meraviglia” e chi evade le tasse è complice di un posto in rianimazione in meno.

Il muro

Immaginavo che in questo periodo avrei scritto moltissimo.

Invece no.

Il tempo sembra ancora più limitato, costretto e scandito dallo spazio dell’isolamento, riempito da una routine anomala, per alcuni più faticosa, per me più accettabile. Immagino perché vivo con altre due persone che amo, in una casa spaziosa con un piccolo giardino, da cui posso continuare a lavorare. A cinque minuti a piedi vive mia madre, che piange ogni giorno perché ancora di più di questi tempi sente la mancanza di mio padre, e perché, mi ha detto oggi, vede la sua vita fermata da un muro. Poi si riprende, capisce che la sua condizione è più fortunata di quella di molti altri.

Ma capisco che per le persone anziane questo momento è particolarmente nero, perché se noi possiamo immaginare un mondo diverso, migliore, da costruire fin d’ora e per quando l’emergenza sarà finita, per loro è più difficile guardare oltre quel muro e attraversarlo.

 

 

 

 

 

 

Io resto a casa, noi restiamo a casa, e insieme resistiamo

Ieri ho iniziato a lavorare da casa visto che il lavoro agile (versione italiana dello smart working) è diventata, in questa fase di lotta al Covid-19, la modalità ordinaria in cui svolgere il rapporto di lavoro nella pubblica amministrazione e la biblioteca è chiusa al pubblico da lunedì scorso. A parte una bella scorta di libri, la maggior parte di quello che mi serve è accessibile in formato digitale, e poi non è stato difficile proporre altri progetti da realizzare a distanza. Un bel test per una nuova organizzazione del lavoro che anche in assenza di emergenze sanitarie può aiutare i risolvere problemi di mobilità, inquinamento, gestione familiare, stress.

Come prima giornata è stata faticosa, quasi più impegnativa dei giorni precedenti, tra grandi pulizie (anche l’aiuto domestico è stato sospeso), frenetici scambi di mail e messaggi con l’ufficio per trasformare i tre giorni previsti nell’intera settimana, un pochino di lavoro, spesa (una delle attività più complicate e stressanti di questi tempi) per di più senza carrello – perché? Boh, pensavo di prendere qualcosa per noi e qualcosa per mia madre, ma alla fine un po’ di sindrome ti prende, non tanto per il timore che finiscano le scorte, ma per allontanare il giorno in cui doversi sottoporre nuovamente a quello stress – breve visita alla mamma e consegna della sua spesa, nel frattempo una fame della miseria, credevo di aver fatto la furbata andando all’ora di pranzo, ma che, Lula poveretta mi aveva aspettata, e intanto si cimentava in prove di cucina che a cena si sono rivelate una deliziosa lasagna al pistacchio, mortadella e provola, noi due però abbiamo mangiato alle  quattro del pomeriggio, più o meno. Sten invece lavorava ancora, ma quando è tornato, dopo gli opportuni lavaggi, è stato il momento del flash mob musicale, io flauto, Sten chitarra, Lula pentola e tamburello salentino. Bello, emozionante, l’inno di Mameli che risuonava dal palazzo di fronte, e per la prima volta mi ha commosso, e poi gli applausi, dalle finestre, dai balconi, noi dal giardino, dai passeggiatori con cani, i saluti, i bambini che chiedevano di farlo ancora: cantare, applaudire, salutarci. E oggi di nuovo, a mezzogiorno, neanche il tempo di affacciarmi e l’applauso e scattato, ancora più fragoroso e convinto. L’applauso per i medici e gli infermieri, i portantini, i volontari, tutti quelli che non si possono fermare, quelli che ci permettono di stare a casa e di poter presto uscire di nuovo, e ricominciare a toccarci, baciarci, abbracciarci, sfiorarci per strada senza paura.

Tra un po’ si ripete, alle 18 tutti fuori a cantare Azzurro anche se invece oggi il cielo e grigio e l’estate sembra davvero molto lontana.

C’è chi ironizza su questi gesti collettivi, ma sentirci più vicini nella distanza obbligata e nell’isolamento può solo fare bene.

La vita ai tempi del Covid-19

Nessuno di noi immaginava che in poco tempo ci saremmo trovati a vivere una situazione così estrema, un’epidemia da fronteggiare con misure drastiche che limitano fortemente le nostre libertà e cambiano radicalmente il nostro modo di vivere. Le città improvvisamente si svuotano, i corpi si allontanano, le abitudini cedono il passo a nuovi comportamenti che diventano tali dopo essere stati suggeriti, consigliati, infine imposti per legge. Il nemico invisibile si diffonde, dilaga, e ci costringe brutalmente a fare i conti con la parola contagio.

Fino a un paio di settimane fa mi rivolgevo infastidita a chi si mostrava spaventato: “ho avuto il cancro, le metastasi, quelle sì che mi facevano paura.” Come se non ci fosse una drammatica relazione tra questo virus e le altre malattie, non contagiose, proprio come il cancro.

Ora è tutto cambiato, l’epidemia proprio oggi è stata dichiarata pandemia, la velocità di trasmissione ha costretto il governo a prendere misure drastiche, sono tornata da una settimana di vacanza in montagna appena in tempo, piena di preoccupazioni e sensi di colpa. E mi sono ricordata di quando, in piena chemio e con le difese immunitarie quasi a zero mi ero dovuta ricoverare in ospedale perché avevo la febbre, che non scendeva.

Penso a tutte le persone che sono ora sotto chemio, e rischiano, rischiano moltissimo. In alcuni casi si sta consigliando di sospendere le terapie. Sapete cosa significa quando per qualche ragione sei costretta a saltare un ciclo di chemio? Che ti viene una paura ancora più fottuta, perché stai interrompendo la cura che ti salva la vita. E non vedi l’ora di poterla fare, aspetti i risultati dell’emocromo di controllo che ti dica, in sostanza “va bene, i globuli bianchi sono risaliti, si può ricominciare a bombardare il bastardo.”

E poi c’è il problema della terapia intensiva, i posti che rischiano di non esserci più, non solo per i malati di Covid-19 ma pure per tutti quelli che per molte altre ragioni hanno bisogno di essere attaccati a un respiratore, per esempio. Anche solo per morire senza sofferenza.

Penso alle persone anziane che rischiano pure moltissimo, e poco fa, quando sono passata a salutare mia madre e a portarle qualcosa di cui aveva bisogno mi è salito un groppo alla gola mentre m’infilavo i guanti monouso per trafficare con il suo tablet per spiegarle come usare Facebook, lontana un metro da lei, e sfuggendo ai suoi avvicinamenti involontari. Perché lei ancora non ha imparato, come molti di noi, a vivere a un metro di distanza dagli altri, toccare le maniglie con un fazzoletto, con la manica di un maglione, a lavare ‘ste cazzo di mani in continuazione. Lei non vede i ragazzi del bar con le mascherine, il metro attaccato al bancone, il dispenser di amuchina (no, l’amuchina è diventata oro, gel disinfettante fatto in casa), la città deserta, i negozi chiusi. Lei resta a casa, prende aria in giardino, per fortuna ce l’ha, e si dispera per noi. “Be’, sembra proprio come quando c’era la guerra,” mi ha detto. No, per fortuna non è come la guerra. Non c’è nessuno che volontariamente abbia provocato tutto questo. Non è una guerra, ma un’emergenza sanitaria.

Il lato positivo è che da tutta questa storia, dalla quarantena, questo isolamento forzato che deve aiutare a rallentare e poi fermare il contagio, le persone riescono a tirare fuori anche tanta creatività: Lula e altre 9 amiche e amici hanno organizzato un Decameron 2.0, ognuno rappresenta un personaggio di Boccaccio e nel corso delle dieci giornate previste registra un video dove racconta una delle novelle rivisitate in chiave moderna, che viene pubblicato sui social (Facebook e Instagram)

e fatta lor brigata, da ogni lato separati viveano

 

il virus influenzale del duemiladiciotto

L’anno nuovo è iniziato con un bacio a Sten davanti al Circo Massimo in festa, un brindisi tardivo a casa e il risveglio con una brutta influenza fatta di febbre, tosse e spossatezza.

Notti insonni, affollate di pensieri allucinogeni e montagne di fazzoletti usati, combattute tra medicine, rimedi omeopatici, sciroppi al miele, risvegli ogni giorno più stremati per le ore accumulate di non riposo.

Oddio come la faccio lunga, solo per un’influenza!

E però l’ultima volta che ricordo di essere stata tanto male ero immunodepressa e spelacchiata, ricoverata postchemio al San Giacomo, e perciò questo episodio, dopo anni da wonderwoman, mi ha destabilizzata molto.

Il mio amico omeopata, che ho consultato quotidianamente per trovare il rimedio giusto a secondo dell’andamento della malattia, mi ha assicurato che dopo un’influenza così sconquassante poi sarei stata molto molto meglio. Un resettaggio che ogni organismo sano ogni tanto richiede.

Quando la febbre è scesa definitivamente ed è tornata una tosse canina ho chiesto all’ex medico di famiglia in pensione di venirmi a visitare. Laringotracheobronchite post influenzale, capitolazione agli antibiotici e necessità di restare ancora a casa per evitare rischi polmonari.

Ma oggi, oggi finalmente mi sento bene. La notte è passata tranquilla, con sporadici e brevi risvegli, e se non fosse stato per i rumorosissimi lavori in corso nell’appartamento al piano di sopra avrei continuato a recuperare il sonno perduto.

Dopo dieci giorni di pausa obbligata sono riuscita a fare di nuovo i Cinque tibetani e l’energia ha ripreso a circolare.

Anche prendersi un banale virus influenzale può essere interpretato come un segnale di ribellione del corpo e della mente, l’invito brusco a fermarsi e aspettare.

Ho ripensato, nelle notti senza sonno e quasi senza respiro, a quanto mi stesse mancando la scrittura, lasciata appassire in un orticello abbandonato, a quanto mi sentissi priva di un valvola di sfogo intellettuale e creativa.

Ho ripensato al 2017 come l’anno dei cinquanta arrivati con un carico di dolore da elaborare, di vuoti incolmabili e nuove preoccupazioni che hanno reso più fragile la mia resilienza.

Il 2018 è iniziato, ma è come se non lo fosse ancora, come si fosse fermato il 1 gennaio per strapazzarmi, interrogarmi e rimettermi in piedi.

Ecco, adesso possiamo cominciare.

 

Biotestamento, libertà e autodeterminazione otto anni dopo Eluana

“Il testamento biologico non è un atto individuale che separa chi lo scrive da tutti gli altri, i medici, gli infermieri, i familiari. Non è la rivendicazione di un destino particolare. […] E’ un biglietto d’invito perché ognuno, durante la festa e in previsione della fine della festa, sappia apprezzare gli amori, i balli, lo spegnersi delle luci, la malinconia dei saluti.”

[Corrado Sannucci, A parte il cancro tutto bene, Milano : Mondadori, 2008, pp. 146-147]

 

Oggi, finalmente, è stata approvata la legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, meglio nota come legge sul biotestamento.

In questo blog ho affrontato in diverse occasioni la questione delle scelte sul fine vita e del testamento biologico.

In particolare, otto anni fa, il 10 febbraio 2009, il giorno dopo la morte di Eluana Englaro, scrivevo “Mi sembra chiaro che ora sia doveroso che il Parlamento voti una legge che comprenda anche nutrizione e idratazione tra quei trattamenti che ognuno di noi può decidere che gli siano interrotti nei casi in cui questi si configurino, appunto, come terapie mediche attuate senza un risultato accettabile di cura. Mai come in questo momento ho desiderato essere una parlamentare, poter essere io, in prima persona, a decidere di poter ampliare il concetto di libertà personale includendovi anche la libertà di morire, e contrastare chi vorrebbe imporre quella che sempre più mi appare come una totalitaria concezione del vivere.”

Ecco, ora questa legge esiste, e, all’articolo 1, “stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata” all’articolo 5 stabilisce che sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.” 

Ci sono voluti tanti anni per arrivare a questo risultato, anni di sofferenze inutili, di accanimenti terapeutici non richiesti, di sentenze favorevoli e leggi incostituzionali, di parole vergognose pronunciate in difesa di un’ipocrita difesa della vita, contro la libertà di scelta terapeutica, contro l’autodeterminazione delle persone.

Oggi nell’aula del Senato è stata una bella giornata di bella politica e di civiltà, come accade di rado.

Foto da La Repubblica

 

 

Tirare un sospiro di sollievo, e qualcosa in più

Sono stati ventiquattro giorni complicati. Insonne a giorni alterni, paura, brutti presentimenti, scatti di ottimismo, nervosa, nervosa, preoccupata, a tratti decisamente angosciata. Però mi sono aggrappata a quel “senza fretta” del radiologo, alla consapevolezza che l’autotrapianto di ciccia per rifare la tetta qualche falso allarme può provocarlo e ho rispolverato vecchie pratiche che in sostanza si traducono nel convincerti che tutto andrà bene, anzi, che tutto è già andato bene. Me lo sono palpato in continuazione, il noduletto scemo, cercando di confrontarlo con il cancro di diciotto anni fa. Un giorno non mi sembrava tanto diverso, sebbene più piccolo. Un altro sembrava essersi rimpicciolito.

Si è rovesciato il sale, un gatto nero ha attraversato la strada, e daje con le gocce di ignatia a gogo.

Finalmente oggi è arrivato il gran giorno. Sono andata a fare l’ago aspirato nel solito ospedale,  accompagnata da Sten con lo scooter, come ai vecchi tempi. Un’attesa molto meno lunga del previsto, e via, ennesima ecografia, il radiologo capo che è sembrato subito rilassato, scherzoso, poco convinto di dover fare ‘sto prelievo di cellule. Complimenti alla tetta ricostruita, e già, sarà colpa dei colleghi plastici e del lipofilling, ma no, non sarà niente. Però l’ago alla fine lo conficca, le cellule vengono prelevate e messe nel vetrino. Tutto dura pochissimo, e dopo, mentre stesa immobile sul lettino non capisco bene che devo fare, arriva la conferma, ufficiosa, che posso andare tranquilla, e aspettare senza preoccupazione la risposta ufficiale che arriverà tra una settimana.

Ero molto agitata, ho detto al dottor M., il radiologo capo.

Pure io, fa lui. Ma non capivo se scherzava, visto il clima di cazzeggio che c’era già da un po’.

Ho dato molto all’oncologia italiana, proseguo. Adesso però basta.

Mi ha sorriso, come ho immaginato mi avrebbero sorriso lui e l’infermiera che mi conosce bene, quando la notte scorsa mi sono convinta che non avevo niente da temere.

Allora mi posso ubriacare?

No, non lo dica a me, sono astemio.

Va bene. Sono semplicemente felice, e ho voglia di festeggiare.


Come una funambola

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