Archive for the 'ricorrenze' Category

I vent’anni di Lula (e di Esterina)

“Mamma, ho perso l’aereo”… Poi ne ha preso un altro e oggi abbiamo potuto festeggiare in famiglia i vent’anni di Lula, compiuti il 1 dicembre mentre era Londra con un’amica, lontana da noi per la prima volta da quando è nata.

A mia sorella Cris è venuta in mente la poesia Falsetto di Montale, che ha letto a sua nipote, commuovendosi, e ha poi riletto ancora per tutti noi:
 
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
 
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
 
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
 
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

Sì, tuffati nel mare del futuro, Lula, e abbatti gli ostacoli “con un crollar di spalle”. Io, più che restare a terra, voglio ridere con te mentre spicchi il volo.

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24 anni fa, nascita dell’amore

Anche quella sera pioveva. Alla mia telefonata di auguri era seguito un invito a cena, come controproposta più ardita alla mia di andare insieme al cinema.

Sten non era più il fidanzato di una cara amica, che nel frattempo aveva incontrato un altro amore, e pure io ero diventata single da oltre un anno.

Mi aspettava fuori, perché il palazzo non aveva citofono, e appena ci salutammo con un abbraccio avvertii la prima scossa.

Aveva preparato un ottimo riso al barolo, e dopo cena andammo a vedere le diapositive del suo viaggio in Madagascar (eh, le diapositive! Altro che collezione di farfalle).

Poi mi chiese se poteva corteggiarmi.

E mi baciò.

Dopo quella notte ero pazza di lui.

 

 

 

L’anniversario

L’undici giugno di dodici anni fa è stata una giornata magnifica, come sa bene chi all’epoca già leggeva questo blog, e non si è perso il post che ho scritto all’indomani.

Il giorno del mio matrimonio con Sten, arrivato dopo dodici anni di amore, dieci di convivenza, e con una figlia di otto.

Un matrimonio che prosegue, più saldo che mai, anche se ne abbiamo passate tante, più o meno comuni a tutte le coppie di lungo corso.

Anche nei momenti peggiori siamo stati in grado di superare gli ostacoli e andare avanti, abbiamo faticato per riprendere la strada comune, quando sarebbe stato più facile, e forse piacevole, in quel momento, allontanarci l’uno dall’altra. Ci siamo ogni volta scelti di nuovo. Mai per inerzia, né per paura dell’ignoto. Ci siamo scelti perché ci amiamo, e amiamo ciò che abbiamo costruito insieme, con passione, gioia, e mettiamoci pure una buona dose di dolore.

Un anniversario di matrimonio, soprattutto in una storia come la nostra, è soprattutto il ricordo di un giorno speciale e felice. Un giorno speciale dentro una vita speciale.

Tanti auguri a noi due, amore mio.

Avvicinamento

I cinquanta si avvicinano.

Mi è presa male, per tante ragioni, non semplicemente perché l’idea di aver raggiunto mezzo secolo di vita costringe a fare i conti con il tempo che sfugge. Sì, certo, questo è già un motivo per abbandonarsi alla malinconia.

La ragione più grande è che non c’è più Silvia, l’amica con cui avrei sicuramente condiviso lo stesso passaggio organizzando insieme una grande festa.

Non ho voglia di festeggiare perché accadono cose talmente brutte che la felicità scappa via a gambe levate.

Avevo pure iniziato a soffrire il fatto di non avere più la casetta sul colle maremmano, ma lo scorso fine settimana abbiamo sperimentato un modo diverso e molto piacevole di vivere quella zona tanto amata, che potremo ripetere in futuro.

Avevo sognato un grande viaggio, ma per ora ci limiteremo a una romantica tre giorni a Mantova con Sten, che non conosce la Camera degli sposi di Mantegna, Palazzo Tè, e le altre meraviglie del Rinascimento della città dei Gonzaga adagiata sul Mincio.

Ho rinunciato a partecipare a un convegno sulla medicina narrativa, dopo aver accettato mesi fa, perché davvero mi fa tanta fatica dover parlare ancora “della mia esperienza” e dover rimestare in quel passato che per troppo tempo ho vissuto come presente.

A quasi cinquant’anni devo imparare a non sentirmi obbligata a fare ciò che non è un obbligo.

Ma non voglio cedere completamente alla malinconia, né dimenticare i tanti motivi che ho per essere contenta di essere arrivata fin qui, anche se non è stato facile, né scontato.

Ma ci sono, e sto per compiere cinquant’anni.

Il mio 4 novembre, e l’ultima pagina di un lungo diario

[Il 4 novembre 1918 l’armistizio sanciva la fine della Prima guerra mondiale]

Il mio karma ha compiuto oggi, 4 novembre 2015, undici anni.

Credo sia il giorno giusto per salutarci e chiudere così questa lunghissima avventura. Tutti i diari a un certo punto finiscono le pagine, e bisogna iniziarne un altro, se si vuole continuare a scrivere.

Non sono riuscita a trasformare questo blog in qualcosa di diverso da ciò che è diventato il giorno del suo primo compleanno, quando ho scoperto di avere una metastasi al fegato e ho iniziato a raccontare quella che allora definivo una battaglia. Anche se è passato tanto tempo, sto bene, il dottor Zeta è diventato un amico che m’invita a brindare alla mia salute, e vorrei scrivere di mille cose che mi stanno a cuore, questo resta un blog letto prevalentemente da persone che cercano informazioni sul cancro, in particolare sul cancro al seno, ovviamente.

Non sento più la necessità di esprimere qui il mio punto di vista sulle cose, come se non mi trovassi più a mio agio in uno spazio di scrittura così caratterizzato da una condizione che non è più la mia.

Forse si tratta solo di cambiare casa, senza svuotarla però: perché qui, in questi 1169 post, ci sono undici anni della mia vita, importantissimi. Ho iniziato che Lula aveva sette anni, ora ne sta per compiere diciotto, io e Sten ancora non eravamo sposati, ma ho raccontato tutti i preparativi e poi quel giorno di felicità assoluta; praticavo Iyengar yoga e cantavo in un coro, ora faccio danza; avevo un papà meraviglioso che ora non c’è più, non ci sono più altre persone care, alcune che ho conosciuto grazie a questo blog, come Anna e Anna Lisa. E ci sono tante altre nuove amicizie diventate irrinunciabili. Abbiamo costruito cose importanti, che restano, come Oltreilcancro e Annastaccatolisa. Restano i libri che ho scritto, Come una funambola e Scriverne fa bene, nati qui, dall’esperienza pionieristica del cancer blogging.

Ma io non sono (più) il mio cancro, per riprendere e adattare la dichiarazione di Emma Bonino.

Voglio scoprire se sono ancora una blogger senza aggettivi, e per farlo proverò a ricominciare da capo, da un’altra parte.

Il mio karma saprà guidarmi.

E quando avrò trovato il posto giusto, tornerò qui a dirvi come fare a trovarmi.

10 a Palermo (e Favignana)

Abbiamo festeggiato il primo decennio di matrimonio a Palermo, una città che desideravo conoscere fin dai tempi dell’università, quando studiavo la sua arte, la particolare architettura e la decorazione musiva delle sue chiese normanne e, più tardi, il barocco e gli stucchi di Serpotta.

Come immaginavo sono rimasta affascinata subito dalla bellezza impreziosita dall’aria di mare, dal sole che improvvisamente abbacina negli spazi vasti di una piazza che ospita un gigantesco ficus, dalla natura rigogliosa accanto a un palazzo fatiscente, e più in là la facciata di una chiesa restaurata, la sorpresa di un palazzo nobiliare restaurato e visitabile, il polpo bollito da mangiare in piedi al mercato, l’antica focacceria di san Francesco che resiste al pizzo, il corteo nuziale tra i vicoli della Vuccirìa, la fuitina del cameriere di una trattoria di pesce, la cameriera incinta di sedici anni, la pace assoluta nel chiostro e nel giardino di San Giovanni degli Eremiti, il cielo azzurro che fa da volta alla chiesa dello Spasimo. E ancora ancora, i contrasti, il degrado accanto alla cura, il colore di Ballarò, la gentilezza generosa, il cibo irresistibile, gli alberi con i fiori viola.

In autobus fino a Trapani, un aliscafo per Favignana, e due giorni sulla barca di un amico di Milva – sì, lei, la mia socia di cancro e di avventure associative e bloggeresche, ormai amica carissima. Troppo breve, solo un assaggio di esperienza da ripetere, e la felicità di vivere il mare come non mi capitava da tanti tanti anni.

Dieci anni dopo, e sono ancora qui a raccontarvi qualche mia faccenduola. Felice.

 

 

Quindici anni dopo, my breast and me

Ho fatto il secondo intervento di lipofilling, quello forse più importante, sostanzioso, che potrebbe soddisfarmi al punto da non doverne fare un terzo, o da poter rimandare anche di anni un eventuale ultimo innesto. Ci sono arrivata meno in forma dell’altra volta, a maggio, infastidita da attese e rinvii, mentre l’annunciato diluvio si abbatteva su Roma. Il tempo di ricoverarmi, essere esaminata e disegnata dal chirurgo, diverso da quello dell’altro intervento, e dopo poche ore sono scesa in camera operatoria, con una lunga sosta in “sala d’attesa”, accanto alla mia vicina di stanza appena risvegliata dal suo intervento, di fronte un ragazzo incidentato a cui avevano rimesso a posto la mandibola, anche lui appena uscito dal sonno dell’anestesia. Un’infermiera prestata dal reparto di pediatria sfoggiava un camice coloratissimo e disegnato e parlava di buddismo con le portantine che aspettavano di riportare gli operati nei reparti. Fuori, in una sorta di ingresso alle sale operatorie, tre giovani chirurghi si sono scattati un selfie, tutti contenti. Non me lo sono sognata, ero ancora lucidissima. Finalmente mi sono venuti a prendere, ancora un po’ di attesa all’ingresso della sala operatoria, la solita intervista dell’anestesista, l’ago in vena, e poi, via, un bel sonno. E un buon risveglio, senza particolare fastidio ma solo tanto freddo.

Dicevo che non ero arrivata molto in forma, e essere operata il tardo pomeriggio ha scombussolato ulteriormente la mia ripresa. La notte è stata una nottataccia, avevo fame, sete, ero dolorante, e ho convinto un’infermiera a farmi alzare anche se non era autorizzata dai medici a farlo e fossi attaccata  alla flebo.

Dalla mattina le cose hanno iniziato ad andare meglio, grazie al cibo, all’acqua, alla riacquistata libertà di movimento senza più flebo attaccate. Anche questa volta ho avuto un’ottima compagna di stanza, con cui ho scoperto di avere un caro amico in comune e altre affinità importanti. Ho accettato senza prendermela l’idea di dover trascorrere un’altra notte in ospedale. Un po’ di tempo in più di recupero in fondo ci voleva. Ieri, mentre mi medicava, il chirurgo greco mi ha convinta a guardare il risultato dell’intervento: la cicatrice ulteriormente allentata e assottigliata, e sì, certo, una parte di quei 120 cc di grasso innestato verrà riassorbito, ma non ho potuto non esultare di fronte al mio seno, in quel momento praticamente identico all’altro, pur mantenendo, com’è giusto che sia, il segno, e quindi la memoria cicatriziale, di ciò che è accaduto il 9 novembre 1999.

Finalmente potrò guardarmi allo specchio senza provare, inesorabilmente, un senso di rabbiosa rassegnazione. Non era accettazione, perché io quello scempio non l’avevo mai accettato, e il piccolo miglioramento ottenuto da un primo intervento plastico fatto dieci anni fa credevo fosse il massimo che avrei mai ottenuto. Ero rassegnata.

E invece, donne mutilate dal cancro, per quanto piccola possa essere quella mutilazione, sappiate che non dovete rassegnarvi a non piacervi più. Esiste il modo di riavere quel pezzo di corpo mancante grazie al vostro stesso corpo. Esiste il modo di ricominciare a guardarvi allo specchio senza soffrire ogni volta.

Che soddisfazione! Gioia pura.

 


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