Fiori di pesco

Ieri ho camminato nel parco, da sola, fino all’albero di pesco che sta per compiere un anno, ha resistito, e i suoi piccoli rami fragili sono già fioriti. Mi ero portata libro e quaderno, per passare un po’ di tempo a leggere e a scrivere lì, dove certamente aleggia l’anima bella di Silvia, amica fragile come quei rami, preziosa come i fiori rosa appena sbocciati.

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Poi mi ha raggiunta un’amica, le ho presentato l’albero, e ci siamo spostate al sole a parlare, a raccontarci un po’ della nostra vita recente, visto che ci vediamo e sentiamo poco.

La mancanza di chi non c’è più mi ricorda di quanto siano belle le relazioni, gli amori, le amicizie, gli affetti, e quanto sia importante coltivarli, averne cura, proteggerli dalle insidie, cercarli quando si perdono, e perdonarli se sbagliano.

I fiori di pesco sono fioriti, sfioriranno, rifioriranno ancora.

Le persone vanno via, ci lasciano, poi tornano, e restano. Se restiamo con loro.

Pensieri d’inverno

L’inverno è così. Stretto e veloce. Giornate corte, poca luce, una certa tendenza al ripiegamento letargico. Orizzonti troppo vicini, primi piani sgranati che non vedi i dettagli. E nemmeno il contesto.

Ma non mi dispiace. Serve anche questo. Ho accettato di buon grado il blocco della scrittura, qui e altrove. Pure i quaderni hanno tante pagine bianche.

Pochi versi, scritti a penna. Perché la poesia, in questi frangenti, è più versatile.

Ho frenato la tentazione di eliminare i tanti, troppi, file incompiuti della cartella “storie”. Un giorno tutto potrà tornare utile, e chissà, riallacciando un filo con un altro almeno una tela verrà tessuta.

L’unica storia dove periodicamente torno a lavorare è una struggente storia d’amore. Perché sempre, a un certo punto di una storia, l’amore strugge.

Non sono geneticamente modificata

Oggi ho saputo che non sono geneticamente modificata. O meglio, che non sono portatrice della mutazione BRCA1 e BRCA2. La buona notizia è arrivata con parecchio anticipo, direttamente dalla segretaria del medico genetista oncologo che dopo una lunga intervista aveva deciso che sì, era il caso di fare il test, sebbene con una bassa probabilità di risultare positiva.

Ero appena tornata dal funerale di uno zio, l’ultimo dei tre fratelli di mia madre rimasto vivo, e poco prima avevo polemizzato su Facebook per l’ennesima inutile catena che dovrebbe avere lo scopo di sensibilizzare alla prevenzione per il tumore al seno. La telefonata della segreteria del genetista lì per lì mi aveva allarmata: “il dottore vuole vederla per darle la relazione sul test genetico che ha fatto.” Ma subito ha aggiunto che non dovevo preoccuparmi, tutto negativo (ovvero, niente mutazioni.)

È stata una liberazione, un sollievo. Non tanto per me, ovviamente, ma per Lula, che avrebbe avuto un’alta possibilità di avere la stessa mutazione, visto che si trasmette in modo dominante nella linea materna. Certo, questo non la rende immune, e il fardello della familiarità se lo dovrà portare dietro, visto che mi sono ammalata da giovane, e senza mutazioni genetiche e mia madre è stata colpita dalla stessa malattia due volte. Ma avere il BRCA1 mutato avrebbe significato un rischio aumentato del 57 % di sviluppare il cancro al seno, con tutte le conseguenze che conosciamo dopo “il caso Jolie”, in particolare la difficilissima decisione da prendere sulla mastectomia preventiva.

E così, dopo questo mese e mezzo di trepidazione, posso riprendere fiato, e proseguire il mio cammino di donna guarita.

Immagina. L’anno che verrà

Sono riuscita a esprimere un solo proposito per l’anno nuovo: viaggiare.

Di questi tempi sembra una sfida, più che un proposito, o un desiderio.

Avevo appena saputo dell’ennesima strage, a Istanbul, in Turchia, un paese che adoro, e che temo di non poter rivedere almeno per un bel po’.

Il proposito-sfida è il viaggio, il desiderio profondo è poter andare ovunque e vivere ovunque senza paura di essere ammazzati.

Imagine all the people

living life in peace..

You may say I’m a dreamer.

Sì, una sognatrice.

Ma cos’altro ci resta, se non la speranza racchiusa nelle strofe di una canzone immortale?

 

Malinconiche feste

Il 2016 si è portato via Silvia, una delle mie migliori amiche, e per questo lo archivierò come anno da dimenticare, sebbene proprio per questo tristemente indimenticabile.

Si è portato via anche Massimo, anche se lui era già come se non ci fosse più. Ma almeno ha smesso di soffrire. E Daniele, un caro amico di famiglia, come Lodovico, e Michele, un ex collega. E poi Sofia, la mamma di Alessandro e Lisa, durante il terremoto a Grisciano. Si è portato via Fabrizio, la persona che ha comprato la nostra casa al mare.

Un disastro.

Il 2016 è stato un anno pessimo anche per innumerevoli ragioni collettive, inutile elencarle, sono di questi giorni e ormai condizionano la nostra vita, la riempiono di terrore e di orrore.

Anno bisesto, anno funesto. Si dice così. Stavolta è andata proprio così.

Però. Però c’è sempre qualcosa che alleggerisce il cuore, e instilla un po’ di speranza, una riserva di felicità.

C’è, nonostante tutto.

Ci sono Lula e Sten. Amore e amore.

Le persone care, le amicizie intramontabili e calorose. Ci sono delusioni sanate, ferite che hanno smesso di dolere.

E ho ancora – ma com’è possibile? – una gran voglia di fare qualcosa perché il mondo sia un luogo migliore in cui vivere.

Buon Natale

 

 

Mutazioni genetiche?

Sono dovuta passare in ospedale dal dottor Zeta per il rinnovo annuale del piano terapeutico per l’Enantone, il farmaco che continua da dieci anni a tenermi in menopausa, condizione essenziale per l’efficacia del Femara, la terapia ormonale oncologica che probabilmente continuerò a vita. Zeta era impegnato in un convegno sulla consulenza genetica oncologica, così  nell’attesa ho seguito un paio di relazioni sul tema. Mi è salita una certa ansia, non tanto per me, ma per Lula, che dovrò mettere nelle condizioni di decidere il meglio per la propria salute e per abbattere il rischio di incorrere in un tumore al seno, data la pesantissima familiarità. Ai tempi del “caso Angelina Jolie” ero convinta che fosse assurda la sua decisione. Anche tra gli oncologi c’era molta cautela. Più tardi ho capito che però ci sarebbero potuti essere altri vantaggi dalla scoperta di avere delle mutazioni genetiche: cure specifiche, vaccini, insomma qualcosa di buono senza dover necessariamente privarsi di parti del proprio corpo.

Invece ascoltavo quei dati, l’incidenza altissima di rischio per chi ha i geni BRCA 1 e BRCA 2 mutati, l’ereditarietà, la mastectomia preventiva, l’ovariectomia… L’ansia è aumentata, mi sono alzata di scatto pronta ad andar via senza il mio piano terapeutico, ma ho incontrato il dottor Esse, collega di Zeta fin dai tempi del San Giacomo, siamo saliti al reparto e ci ha pensato lui. Nel frattempo abbiamo parlato anche di questi benedetti test, ha capito la mia contrarietà ad affrontare ora una questione così delicata, che certamente mi metterebbe agitazione, in una fase in cui sono uscita completamente dal cancrocentrismo che ha contraddistinto molti anni della mia vita.

E invece, quando già ero andata via, Zeta mi ha telefonato per dirmi che in effetti sarebbe il caso di affrontare la questione. Ho nicchiato. La mattina seguente mi ha richiamato, per dirmi che almeno la visita di consulenza genetica avrei potuto farla.

“Ma non posso aspettare?” Gli ho chiesto titubante. “Lula è ancora abbastanza giovane…”

“Non dovresti farlo solo per lei! Se dovessi avere la mutazione del BRCA ci possono essere diverse cose da fare anche per te.”

“No, guarda che ho faticato tanto per riavere il mio seno intero, quindi non ho nessuna intenzione di farmi togliere tutto per precauzione.”

“Lo so, ma insomma intanto fare una visita che ti costa? Il dottor Gi è molto bravo, ti prendo io l’appuntamento.”

E così tra qualche giorno andrò a fare questa benedetta visita. E non mi va per niente. Ma per senso di responsabilità capisco che devo farla. Però non credo che farò subito il test. Non voglio sapere ora se ho i geni mutati. E se poi sono mutati? Dovrò pensare che per la terza volta potrebbe tornarmi il cancro? Dopo tutti questi anni? E Lula quando dovrà farlo? Non è meglio aspettare il momento giusto anche per lei?

Queste domande mi stanno assillando, e sì, certo, la visita servirà a darmi delle risposte.

Avrei voluto un altro po’ di tregua. Che palle!

Bush, Obama, Obama, Trump…

Dodici anni fa, avevo appena aperto il blog, veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America Bush junior. Anche Lula, allora una bambina di sette anni, aveva temuto la sua vittoria.

Poi ho gioito per l’elezione di Obama, nel 2008, e nonostante tutto credo che non sarà ricordato solo come il primo presidente afroamericano della storia, ma anche per molto altro (dalla riforma sanitaria, alla ripresa delle relazioni con Cuba, dalla lotta al cambiamento climatico all’accordo con l’Iran).

Ora, dopo otto anni, un imprenditore miliardario, maschilista, razzista, ignorante, che in campagna elettorale ne ha sparate talmente tante da far preoccupare gli stessi repubblicani, è riuscito a vincere le elezioni sulla base di un programma a tratti delirante che si base anche sulla cancellazione dei risultati dell’amministrazione Obama.

In questi giorni, per cercare di capire perché è successo quello che fino a pochi mesi fa il mondo intero riteneva impossibile, mi affido quasi esclusivamente alle parole del regista Michael Moore, che conosce bene il suo Paese e anche per questo, credo, aveva previsto la vittoria di Trump contro Hilary Clinton.

Oltre a dire “ve l’avevo detto”, Moore ha reagito immediatamente allo choc invitando alla resistenza e alla lotta (civile): “Resisteremo e ci opporremo. Sarà una resistenza massiccia, un milione di donne ha annunciato che marcerà nel giorno del suo insediamento. Sarà la più grande manifestazione mai organizzata.”

Moore pensa che Trump non terminerà il mandato, perché una persona così, presto infrangerà la legge e sarà costretto a dimettersi, o messo sotto accusa.

Lo spero tanto. Per gli Stati Uniti e per il mondo intero, visto che dalle scelte compiute da quel governo possono dipendere le nostre vite: stiamo ancora pagando le conseguenze della decisione scellerata di invadere l’Iraq, nel 2003.

 


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