Non mi rassegno

Della mia vita questo blog non racconta quasi più niente. Della mia vita, di questo triste Paese che respinge migranti, cancella la memoria, premia chi soffia sul fuoco dell’odio, inneggia a chi alza muri, chiude porti, stravolge il sentire comune, promette di tornare al passato più oscuro, illude con promesse apparentemente irresistibili. Menzogne.

Ma quando c’è chi diffonde messaggi quotidiani che stanno cambiando insieme ai connotati culturali e politici dell’Italia, la sua stessa anima, a forza di strappi, provocazioni, violazioni delle più elementari norme di convivenza civile, non possiamo restare in silenzio, bisogna usare le nostre parole, rispondere e rispondere, e ricostruire, indicare un’altra strada, riaccendere la speranza in chi scuote la testa e si sente impotente.

Ci vorranno tempo, passione, e anni di resistenza.

Ma io, a Salvini, non mi rassegno.

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Primavera degli affetti e degli addii

E poi arriva la Primavera, con quelle giornate romane pazze di sole e caldo, voglia di mare e sguardo perso all’orizzonte.

Arriva, pochi giorni dopo aver camminato sulla neve della montagna che si erge sulla città natale di Sten, una Pasqua insolita, amorevole, dolorosa e felice allo stesso tempo.

La bellezza tardiva degli affetti che ricompongono le separazioni, con parole affaticate, e carezze, e sguardi, che provano a colmare le distanze della vita.

 

 

 

 

 

Al voto

Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai.

E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Piero Calamandrei, Discorso agli universitari di Milano nel 1955

Le elezioni si avvicinano, è tempo di buttar giù qualche riflessione, perché nel mio karma la politica c’è sempre stata, anche se di questi tempi è difficile appassionarsi. Piuttosto c’è da deprimersi e temere il peggio.

Sono sempre stata di sinistra e credo che questa parola abbia ancora un significato: è un modo di vedere la realtà e interpretare il mondo irriducibile a quello della destra. Quando la sinistra tradisce se stessa, sbiadisce, si affanna a rendersi irriconoscibile, allora inizia a morire davvero e la destra avanza e afferma prepotentemente i propri dis-valori.

In un momento come questo andrò a votare scegliendo chi non fa calcoli elettorali nel reagire a quella che è evidentemente una preoccupante e gravissima fase di rigurgito fasciorazzista, con tanto di tentata strage, caccia al nero, vergognosamente derubricata a gesto di un folle provocata da una fantomatica invasione di stranieri che spacciano, stuprano, uccidono.

L’antifascismo è un valore fondante della nostra democrazia, ma gli italiani hanno la memoria corta, e sono diventati molti, troppi, quelli che non s’indignano di fronte ai raduni con saluti romani, al moltiplicarsi di episodi di intimidazione violenta, e addirittura agli spari contro persone immigrate.

L’antifascismo deve tornare ad essere insegnato nelle scuole, perché venga arginata questa pericolosa tendenza a dimenticare il passato, ignorare la storia mentre si fomentano i peggiori impulsi regressivi.

Il fascismo si combatte con la buona politica, riducendo le diseguaglianze, valorizzando le differenze, riaffermando con decisione quei principi che quando vengono applicati sul serio rendono le società migliori e le persone più felici.

E invece noi siamo alla fine di una campagna elettorale dove molti smemorati si faranno ancora abbindolare da promesse elettorali ai limiti del ridicolo, fatte da personaggi che avrebbero dovuto sparire dalla vita politica.

Molti continueranno a votare gridando onestà onestà, tappandosi gli occhi di fronte agli evidenti fallimenti dei governi locali pentastellati e alle tante contraddizioni espresse anche in Parlamento.

Molti si sentiranno costretti al “voto utile” per evitare di far vincere questa destra particolarmente pericolosa.

Ecco, questo è il solito problema. Votare qualcuno per impedire che vincano altri. Oppure, non votare chi tanto non conterebbe niente.

Un ricatto, il vecchio “turarsi il naso”, che non accetto. Preferisco scegliere, data questa pessima legge elettorale, chi mi rappresenterà meglio in Parlamento e voterà governi e leggi che corrispondono agli impegni presi con gli elettori.

In Liberi e Uguali non ci sono solo gli ex-PD, ma c’è quella parte di sinistra che negli ultimi cinque anni è stata più coerente con il nome che si è data, Sinistra e Libertà prima, Sinistra italiana poi, e che cinque anni fa, con l’alleanza Italia Bene Comune, ha chiesto voti per un progetto di governo che il PD ha tradito fin da quella campagna elettorale viziata dall’aver partecipato al governo Monti.

Non andrò a votare con entusiasmo, questo no. Ma ci andrò, come sempre.

Quest’anno più che mai guidata dai valori della Resistenza, dell’antifascismo, di chi ci ha restituito la libertà e strappato dalla barbarie.

il virus influenzale del duemiladiciotto

L’anno nuovo è iniziato con un bacio a Sten davanti al Circo Massimo in festa, un brindisi tardivo a casa e il risveglio con una brutta influenza fatta di febbre, tosse e spossatezza.

Notti insonni, affollate di pensieri allucinogeni e montagne di fazzoletti usati, combattute tra medicine, rimedi omeopatici, sciroppi al miele, risvegli ogni giorno più stremati per le ore accumulate di non riposo.

Oddio come la faccio lunga, solo per un’influenza!

E però l’ultima volta che ricordo di essere stata tanto male ero immunodepressa e spelacchiata, ricoverata postchemio al San Giacomo, e perciò questo episodio, dopo anni da wonderwoman, mi ha destabilizzata molto.

Il mio amico omeopata, che ho consultato quotidianamente per trovare il rimedio giusto a secondo dell’andamento della malattia, mi ha assicurato che dopo un’influenza così sconquassante poi sarei stata molto molto meglio. Un resettaggio che ogni organismo sano ogni tanto richiede.

Quando la febbre è scesa definitivamente ed è tornata una tosse canina ho chiesto all’ex medico di famiglia in pensione di venirmi a visitare. Laringotracheobronchite post influenzale, capitolazione agli antibiotici e necessità di restare ancora a casa per evitare rischi polmonari.

Ma oggi, oggi finalmente mi sento bene. La notte è passata tranquilla, con sporadici e brevi risvegli, e se non fosse stato per i rumorosissimi lavori in corso nell’appartamento al piano di sopra avrei continuato a recuperare il sonno perduto.

Dopo dieci giorni di pausa obbligata sono riuscita a fare di nuovo i Cinque tibetani e l’energia ha ripreso a circolare.

Anche prendersi un banale virus influenzale può essere interpretato come un segnale di ribellione del corpo e della mente, l’invito brusco a fermarsi e aspettare.

Ho ripensato, nelle notti senza sonno e quasi senza respiro, a quanto mi stesse mancando la scrittura, lasciata appassire in un orticello abbandonato, a quanto mi sentissi priva di un valvola di sfogo intellettuale e creativa.

Ho ripensato al 2017 come l’anno dei cinquanta arrivati con un carico di dolore da elaborare, di vuoti incolmabili e nuove preoccupazioni che hanno reso più fragile la mia resilienza.

Il 2018 è iniziato, ma è come se non lo fosse ancora, come si fosse fermato il 1 gennaio per strapazzarmi, interrogarmi e rimettermi in piedi.

Ecco, adesso possiamo cominciare.

 

Biotestamento, libertà e autodeterminazione otto anni dopo Eluana

“Il testamento biologico non è un atto individuale che separa chi lo scrive da tutti gli altri, i medici, gli infermieri, i familiari. Non è la rivendicazione di un destino particolare. […] E’ un biglietto d’invito perché ognuno, durante la festa e in previsione della fine della festa, sappia apprezzare gli amori, i balli, lo spegnersi delle luci, la malinconia dei saluti.”

[Corrado Sannucci, A parte il cancro tutto bene, Milano : Mondadori, 2008, pp. 146-147]

 

Oggi, finalmente, è stata approvata la legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento, meglio nota come legge sul biotestamento.

In questo blog ho affrontato in diverse occasioni la questione delle scelte sul fine vita e del testamento biologico.

In particolare, otto anni fa, il 10 febbraio 2009, il giorno dopo la morte di Eluana Englaro, scrivevo “Mi sembra chiaro che ora sia doveroso che il Parlamento voti una legge che comprenda anche nutrizione e idratazione tra quei trattamenti che ognuno di noi può decidere che gli siano interrotti nei casi in cui questi si configurino, appunto, come terapie mediche attuate senza un risultato accettabile di cura. Mai come in questo momento ho desiderato essere una parlamentare, poter essere io, in prima persona, a decidere di poter ampliare il concetto di libertà personale includendovi anche la libertà di morire, e contrastare chi vorrebbe imporre quella che sempre più mi appare come una totalitaria concezione del vivere.”

Ecco, ora questa legge esiste, e, all’articolo 1, “stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata” all’articolo 5 stabilisce che sono considerati trattamenti sanitari la nutrizione artificiale e l’idratazione artificiale, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici.” 

Ci sono voluti tanti anni per arrivare a questo risultato, anni di sofferenze inutili, di accanimenti terapeutici non richiesti, di sentenze favorevoli e leggi incostituzionali, di parole vergognose pronunciate in difesa di un’ipocrita difesa della vita, contro la libertà di scelta terapeutica, contro l’autodeterminazione delle persone.

Oggi nell’aula del Senato è stata una bella giornata di bella politica e di civiltà, come accade di rado.

Foto da La Repubblica

 

 

I vent’anni di Lula (e di Esterina)

“Mamma, ho perso l’aereo”… Poi ne ha preso un altro e oggi abbiamo potuto festeggiare in famiglia i vent’anni di Lula, compiuti il 1 dicembre mentre era Londra con un’amica, lontana da noi per la prima volta da quando è nata.

A mia sorella Cris è venuta in mente la poesia Falsetto di Montale, che ha letto a sua nipote, commuovendosi, e ha poi riletto ancora per tutti noi:
 
Esterina, i vent’anni ti minacciano,
grigiorosea nube
che a poco a poco in sé ti chiude.
Ciò intendi e non paventi.
Sommersa ti vedremo
nella fumea che il vento
lacera o addensa, violento.
Poi dal flotto di cenere uscirai
adusta più che mai,
proteso a un’avventura più lontana
l’intento viso che assembra l’arciera Diana.
Salgono i venti autunni,
t’avviluppano andate primavere;
ecco per te rintocca
un presagio nell’elisie sfere.
Un suono non ti renda
qual d’incrinata brocca
percossa!; io prego sia
per te concerto ineffabile
di sonagliere.
 
La dubbia dimane non t’impaura.
Leggiadra ti distendi
sullo scoglio lucente di sale
e al sole bruci le membra.
Ricordi la lucertola
ferma sul masso brullo;
te insidia giovinezza,
quella il lacciòlo d’erba del fanciullo.
L’acqua è la forza che ti tempra,
nell’acqua ti ritrovi e ti rinnovi:
noi ti pensiamo come un’alga, un ciottolo,
come un’equorea creatura
che la salsedine non intacca
ma torna al lito più pura.
 
Hai ben ragione tu! Non turbare
di ubbie il sorridente presente.
La tua gaiezza impegna già il futuro
ed un crollar di spalle
dirocca i fortilizi
del tuo domani oscuro.
T’alzi e t’avanzi sul ponticello
esiguo, sopra il gorgo che stride:
il tuo profìlo s’incide
contro uno sfondo di perla.
Esiti a sommo del tremulo asse,
poi ridi, e come spiccata da un vento
t’abbatti fra le braccia
del tuo divino amico che t’afferra.
 
Ti guardiamo noi, della razza
di chi rimane a terra.

Sì, tuffati nel mare del futuro, Lula, e abbatti gli ostacoli “con un crollar di spalle”. Io, più che restare a terra, voglio ridere con te mentre spicchi il volo.

24 anni fa, nascita dell’amore

Anche quella sera pioveva. Alla mia telefonata di auguri era seguito un invito a cena, come controproposta più ardita alla mia di andare insieme al cinema.

Sten non era più il fidanzato di una cara amica, che nel frattempo aveva incontrato un altro amore, e pure io ero diventata single da oltre un anno.

Mi aspettava fuori, perché il palazzo non aveva citofono, e appena ci salutammo con un abbraccio avvertii la prima scossa.

Aveva preparato un ottimo riso al barolo, e dopo cena andammo a vedere le diapositive del suo viaggio in Madagascar (eh, le diapositive! Altro che collezione di farfalle).

Poi mi chiese se poteva corteggiarmi.

E mi baciò.

Dopo quella notte ero pazza di lui.

 

 

 


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