Di libertà di cura, tra psiche e chemio

Di recente due giovani donne sono morte di cancro (leucemia e carcinoma del seno) per aver rifiutato di essere sottoposte alla chemioterapia, secondo le scellerate teorie di Hamer, medico tedesco radiato dall’ordine e più volte arrestato per i reati di cattiva pratica medica, esercizio abusivo di professione medica, omissione di soccorso, calunnia e frode.

Molti anni fa, in questo blog, qualcuno mi scrisse tentando di convincermi che dovevo fare come Eleonora Brigliadori, guarita dal cancro seguendo le teorie di Hamer, perché la chemio mi avrebbe uccisa. Non trovo più quel commento, immagino di averlo cancellato preoccupata di diffondere anche solo indirettamente quelle teorie scellerate.

Anche io, come l’ex dottor Hamer sono convinta che un trauma psichico possa essere all’origine di quasi tutti i tipo di cancro, e chi mi conosce e mi legge sa che ho anche tentato, dieci anni fa, quando il cancro è tornato, di percorrere altre strade. Ho raccontato tutto in parte qui e in parte nel libro Come una funambola. E sono convinta che quelle strade mi hanno aiutata a guarire meglio, ma certamente non sono state sufficienti e ho dovuto ricorrere alla chirurgia e a massicce dosi di chemioterapia, nonché alla terapia ormonale che non ho mai interrotto.

La chemioterapia – fatta due volte, nel 2000 e nel 2006 – mi ha curato, e gli effetti collaterali ormai sono sopportabilissimi, soprattutto se ci si attrezza anche con rimedi complementari di cui anche i medici spesso riconoscono l’efficacia.

Certo, in alcuni casi somministrare i chemioterapici può aggravare inutilmente le condizioni generali della persona malata, soprattutto se lo stato della malattia è così avanzato da essere considerato irreversibile. In questi casi comprendo la libertà di scegliere di non curarsi, anche se vi assicuro che quando si ha il cancro in corpo è molto più facile desiderare essere curati, in qualsiasi modo, a qualunque costo.

Ma le due donne di cui si parla in questi giorni si sarebbero potute salvare proprio grazie alla chemio.

Perché se è vero che una sofferenza della psiche è all’origine dell’insorgere della malattia, non è così automatico il processo inverso, come disse giustamente il mio psicoterapeuta.

Curare quei traumi è sacrosanto, soprattutto per non ammalarsi più, ma demonizzare dei farmaci che salvano ogni giorno delle vite è da sciagurati.

Ancora più sciagurati sono quelli che propugnano cure miracolose sulla pelle degli altri, magari solo per sentito dire.

Il luogo dell’anima

Sto prendendo congedo da un luogo dell’anima, da una casa che ho vissuto d’estate (e non solo) per quarantadue anni, e che ora abbiamo venduto. Di quel luogo, del colle maremmano con la torre e le fondamenta di un tempio etrusco ho scritto tante volte qui, nel corso degli anni. In un certo senso, indirettamente, è grazie a quella casa, a quel luogo, alle persone che ne facevano parte come me da tanti anni, se ho aperto un blog: l’estate del 2004 ho scoperto questo mondo grazie ad Alessandra, che raccontava la sua vita di expat dall’Olanda. Lei non ha più la casa da qualche anno, e anche il blog ha smesso di scriverlo e lo ha pure cancellato.

Domenica scorso mentre facevo il bagno lo guardavo, quel luogo: scogli, torre, spiaggetta, la macchia mediterranea sul versante bello, quello verso la baia con il profilo del castello del borgo e l’isola all’orizzonte. Piangevo, piangevo, immersa nell’acqua che contiene anche mio padre.

Quel luogo, ne sono certa, resterà sempre il mio luogo del cuore, e so che lo sarà anche per Lula, che lo conosce da quando è nata ed è lì che vuole stare almeno per un pezzo di ogni sua vacanza.

Non smetteremo mai di tornarci, e quel luogo non smetterà mai di accoglierci.

Che mondo è?

Questo mondo è sempre più brutto e spaventoso, e mi addolora constatare che è finito il tempo in cui sentivamo di vivere un’epoca decisamente migliore delle precedenti, almeno in Europa.

Mentre si allunga la lista dei Paesi dove non è più possibile andare, anche le nostre città possono ogni giorno diventare teatro di stragi: può essere fatale andare a un concerto, passeggiare sul lungomare a guardare i fuochi d’artificio, andare allo stadio, mangiare al ristorante. Per non parlare di aeroporti, stazioni, autobus.

Sarò preoccupata quando Lula tra poco attraverserà l’Europa con i suoi amici ed è inevitabile confrontare con quanta leggerezza invece viaggiavamo alla sua età, senza cellulari, senza soldi, senza paura.

Non sappiamo quanto durerà questo stato d’insicurezza, anche perché il rischio che possano moltiplicarsi gli elementi che generano intolleranza e violenza è altissimo.

Cosa succederebbe se Trump vincesse le elezioni presidenziali negli Stati Uniti?

A cosa porterà la feroce repressione del presidente turco Erdogan dopo il tentativo di golpe farlocco?

E penso alle migliaia di persone che scappano da luoghi molto più disgraziati dei nostri e devono vivere l’inferno del viaggio clandestino e, se sopravvivono,  vengono respinti, criminalizzati o non accolti in modo dignitoso.

Ma che mondo è questo?

Ormai non si tratta più di volerlo cambiare ma di ritrovarvi almeno un minimo di sensatezza. 
 

 

 

Restare e cambiare. Più altre considerazioni sparse

Avevo scritto un post politico subito dopo le elezioni amministrative, e in particolare romane, ma l’ho cestinato.

Inutile infierire sulla ferita aperta da quando un sindaco regolarmente eletto è stato cacciato dal suo stesso partito senza una ragione valida a giustificare un atto tanto grave. Quel giorno è stato facile profetizzare ciò che è puntualmente avvenuto.

Il sistema democratico prevedeva che quel sindaco, Marino, e la sua giunta, avrebbero dovuto governare altri due anni, fino alle successive elezioni, per essere di nuovo sottoposti al giudizio degli elettori.

E perciò basta, ora ci teniamo la sindaca del M5S con la speranza che riesca a fare qualcosa di buono, e con la certezza che non potrà far peggio di chi aveva festeggiato la vittoria sei anni fa con i saluti romani in Campidoglio, facendo poi spadroneggiare i camerati di Carminati e Mafia capitale. Anche se, proprio oggi, il pensiero che i pentastellati abbiano scelto di stare nel Parlamento europeo con Farage, l’uomo della destra nazionalista che oggi esulta per la Brexit, dopo il voto referendario per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, non mi rassicura.

Eppure, anche di fronte alla scelta, miope, forse ubriaca di ignorante e pericoloso nazionalismo, fatta dalla maggioranza dei britannici (pare i più anziani e conservatori) tocca rispondere rilanciando: più integrazione, più accoglienza, più Europa dei diritti e delle opportunità, più partecipazione. Perché le politiche discutibili degli ultimi anni sono state attuate non da entità astratte, ma dai governi dei diversi Paesi membri. E quei governi siamo noi che li votiamo. Ah, già, qui in Italia da un po’ di anni succede così: in tanti hanno creduto di aver votato per un’alleanza di centrosinistra, e poi si sono trovati le larghe intese, con la destra. Larghe, e lunghe. Perché ancora durano.

 

L’ultimo giorno di scuola

Domani sarà l’ultimo giorno di scuola di Lula. Ultimo ultimo, visto che deve fare l’esame di maturità, e anche il liceo sarà finito.

A chi segue questo blog fin dall’inizio, quando la ragazza era una bambina di seconda elementare, farà una certa impressione. Figuratevi a me: oggi, mentre la vedevo cantare i carmi di Catullo nel coro organizzato dalla prof. di latino, ricordavo l’emozione dei saggi di fine anno quando era alla scuola materna, e poi alle elementari, alle medie, agli spettacoli del laboratorio teatrale del liceo, che poi era stato anche il mio. Adesso questo ciclo si è concluso, Lula è una persona adulta che fa le sue scelte per costruirsi il futuro e vivere la vita che vorrà, in piena autonomia anche se non le mancheranno suggerimenti e supporto da parte mia e di Sten.

Non è un’epoca facile, e confesso di essere preoccupata per lei, e per tutti noi.

Ma credo sia venuta su piuttosto bene, solida, determinata. Sono sicura che se la caverà, e qualcosa di più.

Te lo auguro Lula, figlietta mia.

Femminicidio

Ho proposto tempo fa l’introduzione del termine femminicidio nel Thesaurus utilizzabile dalle biblioteche italiane per descrivere l’argomento dei libri catalogati.

La parte più interessante del mio lavoro è questa: collaborare all’implementazione di questo vocabolario controllato di termini.

Alla fine è stato deciso di introdurre il termine  come  non preferito, da scomporre in donne e omicidio.

Ieri c’è stato un orribile omicidio di donna, quindi un femminicidio, qui a Roma. Una ragazza di 22 anni è stata bruciata dal suo ex che non accettava di essere stato lasciato.

Sara, si chiama così la ragazza, ha tentato di fuggire, per la strada buia, nella notte. Ha chiesto aiuto agli automobilisti di passaggio, ma nessuno si è fermato, né ha pensato che fosse il caso di chiamare la polizia.

Sara forse si sarebbe potuta salvare. Il suo assassino l’ha raggiunta e le ha dato fuoco, così come aveva fatto alla macchina della ragazza.

Il femminicidio non è solo l’omicidio di una donna, ma l’omicidio della donna che ha osato affermare la propria autonomia e interrompere una relazione sentimentale. La donna che non è più propria deve essere annientata. Non deve essere di altri. Inconcepibile che possa essere semplicemente libera di scegliere chi amare. Libera.

Femminicidio è una parola dolorosa, ma esprime bene cosa significa: uccidere una femmina che si oppone al dominio di un maschio.

 

Questo è il mio karma

 

Questo luogo mi manca. Il tentativo di aprire un altro blog, che fosse diverso da questo e che potesse rappresentare un nuovo inizio è stato del tutto fallimentare.

Anche lì scrivevo saltuariamente, e niente di così diverso da giustificare la decisione di smettere definitivamente di aggiornare Il mio karma. Piuttosto, l’imperativo categorico di non affrontare certi temi mi ha bloccata. Non ho raccontato niente della morte della mia amica Silvia e di quanto mi stia mancando. Non ho raccontato che ho avuto di nuovo paura per me, e invece la paura è passata, non avevo niente, solo l’eccesso di zelo di chi mi ha esaminato al posto di Esse, il radiologo che mi controlla da quasi diciassette anni, anzi, da diciannove, se contiamo pure le ecografie di Lula.

Non ho raccontato il sollievo di essere stata bonariamente cacciata dal reparto di oncologia, da Zeta e dagli altri oncologi che mi conoscono.

Mi sentivo un po’ meno me. Troppo controllata. Costretta a tenermi dentro quello che sono abituata a buttar fuori.

Questo è il mio karma. Ho fatto un piccolo viaggio altrove, che mi è servito a rafforzare la consapevolezza di essere una creatura abitudinaria, radicata nello spazio che abita, innamorata dei ritorni, agitata dalle partenze.

Sono tornata.

 


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