L’anniversario

L’undici giugno di dodici anni fa è stata una giornata magnifica, come sa bene chi all’epoca già leggeva questo blog, e non si è perso il post che ho scritto all’indomani.

Il giorno del mio matrimonio con Sten, arrivato dopo dodici anni di amore, dieci di convivenza, e con una figlia di otto.

Un matrimonio che prosegue, più saldo che mai, anche se ne abbiamo passate tante, più o meno comuni a tutte le coppie di lungo corso.

Anche nei momenti peggiori siamo stati in grado di superare gli ostacoli e andare avanti, abbiamo faticato per riprendere la strada comune, quando sarebbe stato più facile, e forse piacevole, in quel momento, allontanarci l’uno dall’altra. Ci siamo ogni volta scelti di nuovo. Mai per inerzia, né per paura dell’ignoto. Ci siamo scelti perché ci amiamo, e amiamo ciò che abbiamo costruito insieme, con passione, gioia, e mettiamoci pure una buona dose di dolore.

Un anniversario di matrimonio, soprattutto in una storia come la nostra, è soprattutto il ricordo di un giorno speciale e felice. Un giorno speciale dentro una vita speciale.

Tanti auguri a noi due, amore mio.

Avvicinamento

I cinquanta si avvicinano.

Mi è presa male, per tante ragioni, non semplicemente perché l’idea di aver raggiunto mezzo secolo di vita costringe a fare i conti con il tempo che sfugge. Sì, certo, questo è già un motivo per abbandonarsi alla malinconia.

La ragione più grande è che non c’è più Silvia, l’amica con cui avrei sicuramente condiviso lo stesso passaggio organizzando insieme una grande festa.

Non ho voglia di festeggiare perché accadono cose talmente brutte che la felicità scappa via a gambe levate.

Avevo pure iniziato a soffrire il fatto di non avere più la casetta sul colle maremmano, ma lo scorso fine settimana abbiamo sperimentato un modo diverso e molto piacevole di vivere quella zona tanto amata, che potremo ripetere in futuro.

Avevo sognato un grande viaggio, ma per ora ci limiteremo a una romantica tre giorni a Mantova con Sten, che non conosce la Camera degli sposi di Mantegna, Palazzo Tè, e le altre meraviglie del Rinascimento della città dei Gonzaga adagiata sul Mincio.

Ho rinunciato a partecipare a un convegno sulla medicina narrativa, dopo aver accettato mesi fa, perché davvero mi fa tanta fatica dover parlare ancora “della mia esperienza” e dover rimestare in quel passato che per troppo tempo ho vissuto come presente.

A quasi cinquant’anni devo imparare a non sentirmi obbligata a fare ciò che non è un obbligo.

Ma non voglio cedere completamente alla malinconia, né dimenticare i tanti motivi che ho per essere contenta di essere arrivata fin qui, anche se non è stato facile, né scontato.

Ma ci sono, e sto per compiere cinquant’anni.

Fiori di pesco

Ieri ho camminato nel parco, da sola, fino all’albero di pesco che sta per compiere un anno, ha resistito, e i suoi piccoli rami fragili sono già fioriti. Mi ero portata libro e quaderno, per passare un po’ di tempo a leggere e a scrivere lì, dove certamente aleggia l’anima bella di Silvia, amica fragile come quei rami, preziosa come i fiori rosa appena sbocciati.

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Poi mi ha raggiunta un’amica, le ho presentato l’albero, e ci siamo spostate al sole a parlare, a raccontarci un po’ della nostra vita recente, visto che ci vediamo e sentiamo poco.

La mancanza di chi non c’è più mi ricorda di quanto siano belle le relazioni, gli amori, le amicizie, gli affetti, e quanto sia importante coltivarli, averne cura, proteggerli dalle insidie, cercarli quando si perdono, e perdonarli se sbagliano.

I fiori di pesco sono fioriti, sfioriranno, rifioriranno ancora.

Le persone vanno via, ci lasciano, poi tornano, e restano. Se restiamo con loro.

Pensieri d’inverno

L’inverno è così. Stretto e veloce. Giornate corte, poca luce, una certa tendenza al ripiegamento letargico. Orizzonti troppo vicini, primi piani sgranati che non vedi i dettagli. E nemmeno il contesto.

Ma non mi dispiace. Serve anche questo. Ho accettato di buon grado il blocco della scrittura, qui e altrove. Pure i quaderni hanno tante pagine bianche.

Pochi versi, scritti a penna. Perché la poesia, in questi frangenti, è più versatile.

Ho frenato la tentazione di eliminare i tanti, troppi, file incompiuti della cartella “storie”. Un giorno tutto potrà tornare utile, e chissà, riallacciando un filo con un altro almeno una tela verrà tessuta.

L’unica storia dove periodicamente torno a lavorare è una struggente storia d’amore. Perché sempre, a un certo punto di una storia, l’amore strugge.

Non sono geneticamente modificata

Oggi ho saputo che non sono geneticamente modificata. O meglio, che non sono portatrice della mutazione BRCA1 e BRCA2. La buona notizia è arrivata con parecchio anticipo, direttamente dalla segretaria del medico genetista oncologo che dopo una lunga intervista aveva deciso che sì, era il caso di fare il test, sebbene con una bassa probabilità di risultare positiva.

Ero appena tornata dal funerale di uno zio, l’ultimo dei tre fratelli di mia madre rimasto vivo, e poco prima avevo polemizzato su Facebook per l’ennesima inutile catena che dovrebbe avere lo scopo di sensibilizzare alla prevenzione per il tumore al seno. La telefonata della segreteria del genetista lì per lì mi aveva allarmata: “il dottore vuole vederla per darle la relazione sul test genetico che ha fatto.” Ma subito ha aggiunto che non dovevo preoccuparmi, tutto negativo (ovvero, niente mutazioni.)

È stata una liberazione, un sollievo. Non tanto per me, ovviamente, ma per Lula, che avrebbe avuto un’alta possibilità di avere la stessa mutazione, visto che si trasmette in modo dominante nella linea materna. Certo, questo non la rende immune, e il fardello della familiarità se lo dovrà portare dietro, visto che mi sono ammalata da giovane, e senza mutazioni genetiche e mia madre è stata colpita dalla stessa malattia due volte. Ma avere il BRCA1 mutato avrebbe significato un rischio aumentato del 57 % di sviluppare il cancro al seno, con tutte le conseguenze che conosciamo dopo “il caso Jolie”, in particolare la difficilissima decisione da prendere sulla mastectomia preventiva.

E così, dopo questo mese e mezzo di trepidazione, posso riprendere fiato, e proseguire il mio cammino di donna guarita.

Immagina. L’anno che verrà

Sono riuscita a esprimere un solo proposito per l’anno nuovo: viaggiare.

Di questi tempi sembra una sfida, più che un proposito, o un desiderio.

Avevo appena saputo dell’ennesima strage, a Istanbul, in Turchia, un paese che adoro, e che temo di non poter rivedere almeno per un bel po’.

Il proposito-sfida è il viaggio, il desiderio profondo è poter andare ovunque e vivere ovunque senza paura di essere ammazzati.

Imagine all the people

living life in peace..

You may say I’m a dreamer.

Sì, una sognatrice.

Ma cos’altro ci resta, se non la speranza racchiusa nelle strofe di una canzone immortale?

 

Malinconiche feste

Il 2016 si è portato via Silvia, una delle mie migliori amiche, e per questo lo archivierò come anno da dimenticare, sebbene proprio per questo tristemente indimenticabile.

Si è portato via anche Massimo, anche se lui era già come se non ci fosse più. Ma almeno ha smesso di soffrire. E Daniele, un caro amico di famiglia, come Lodovico, e Michele, un ex collega. E poi Sofia, la mamma di Alessandro e Lisa, durante il terremoto a Grisciano. Si è portato via Fabrizio, la persona che ha comprato la nostra casa al mare.

Un disastro.

Il 2016 è stato un anno pessimo anche per innumerevoli ragioni collettive, inutile elencarle, sono di questi giorni e ormai condizionano la nostra vita, la riempiono di terrore e di orrore.

Anno bisesto, anno funesto. Si dice così. Stavolta è andata proprio così.

Però. Però c’è sempre qualcosa che alleggerisce il cuore, e instilla un po’ di speranza, una riserva di felicità.

C’è, nonostante tutto.

Ci sono Lula e Sten. Amore e amore.

Le persone care, le amicizie intramontabili e calorose. Ci sono delusioni sanate, ferite che hanno smesso di dolere.

E ho ancora – ma com’è possibile? – una gran voglia di fare qualcosa perché il mondo sia un luogo migliore in cui vivere.

Buon Natale

 

 


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