2021

Un nuovo anno carico di aspettative, dopo il 2020 che abbiamo appena lasciato, e insultato, e maledetto come il peggiore anno della nostra storia post bellica.

Nella vita personale di ciascuno può essere andata invece molto meglio, o molto peggio. Ma certo il contesto, le abitudini di vita stravolte, i conteggi quotidiani di malati e di morti, i sacrifici piccoli e grandissimi che tutti abbiamo fatto, non possono in nessun caso fare dell’anno passato un anno buono.

E allora coltiviamo la speranza che da oggi le cose possano migliorare, e che il 2021 possa risarcire almeno in parte i danni scatenati dal 2020. Per molti quel che è perduto è perduto. E non tornerà mai più.

Ma sarebbe ancora più tragico se non tentassimo di fare tesoro di ciò che è accaduto, e se dimenticassimo troppo presto quanto siamo fragili, collegati gli uni con gli altri, bisognosi di una vita collettiva solida, e quanto le nostre azioni si ripercuotono sul mondo intero, sulla Terra e su chi la abita. Sarebbe stato un anno solo orribile, se non ci avesse anche costretto a ripensare stile e priorità di vita, la qualità delle relazioni, il giusto tempo da dedicare agli altri e a se stessi e alle troppe cose importanti e belle che trascuriamo, rimandiamo, dimentichiamo.

Abbiamo scoperto quanto sia difficile governare un Paese, quanti interessi fondamentali entrino in gioco e come ogni scelta lasci fuori necessariamente qualcosa che altri avrebbero tenuto in considerazione.

Ma il minimo comune denominatore, nel 2020, è stato proteggere la salute di tutti da una minaccia che ha portato via quasi due milioni di persone in tutto il mondo. Non dimentichiamolo mai.

E non carichiamo un povero anno di così grandi aspettative. Mi accontenterei che possa aiutare a rimettere insieme un po’ di cocci e a restituirci abbracci, baci e strette di mano. E soprattutto, il vaccino per tutti.

Buon 2021, per chi ancora passa da queste parti…

I libri ci salvano

L’ho imparato tra i diciotto e i diciannove anni, dopo aver letto tutti e sette i volumi della Recherche di Proust, per la tesina sul tempo e la memoria: l’arte, la letteratura, strappano le nostre vite all’oblio e la proteggono dagli assalti e dalla distruzione compiuti dal tempo. La salvano.

La memoria involontaria, quella memoria quasi fisica, fatta di odori e sapori, dei suoni di una sinfonia, di sensazioni che improvvisamente tornano a resuscitare il passato, ha il potere, se riconosciuta e trattenuta nel libro che si sta scrivendo, nell’opera che si sta realizzando, di ricostruire la realtà e renderla immortale.

Poco fa, leggendo la recensione di Paolo Di Paolo a un romanzo di Matt Haig, mi sono imbattuta in un’idea complementare a quella proustiana del libro che già esiste dentro ciascuno di noi e che viene portato alla luce, traducendolo, con la scrittura: l’idea certamente non originale, ma sempre affascinante, è che i libri contengono vite potenziali, tutte le vite che non abbiamo potuto o voluto vivere, consegnandoci quindi una seconda (terza, quarta, quinta…) opportunità, che esiste almeno finché esiste una biblioteca che conserva quel libro, e ci permette di leggerlo.

Nella recensione, e immagino nel libro recensito, c’è un riferimento alla metafora delle sliding doors (dal film bellissimo che si chiama appunto così) su cui mi capita spesso di ragionare, scrivere (anche in un recente post, a proposito di 4321 di Paul Auster) e immaginare in che modo renderla il motore di una storia da scrivere. Le occasioni mancate o colte nella vita quanto dipendono dall’istante in cui una porta si apre o si chiude, scatenando una serie di eventi apparentemente inevitabili? Cosa pesa di più: il caso, la volontà, o il destino? Oh, certo, farsi queste domande riguarda la filosofia, soprattutto se si è atei come me. Ma riguarda moltissimo anche la scrittura e la lettura. Le parole a cui aggrapparsi per dare senso all’insensatezza e salvarci da quei buchi neri di cui la vita è disseminata.

Libri per vivere la vita che abbiamo o non abbiamo vissuto, la vita che non è stata e che sarebbe potuta essere, quella che abbiamo ancora tempo per vivere, o almeno per immaginare.

Covid e prevenzione

Ho pensato spesso, e in questi giorni più di altre volte, a come sarebbero cambiate le cose per me se quindici anni fa ci fosse stata una pandemia di queste proporzioni in corso.

Se fossi stata costretta a rimandare la mia ecografia epatica di controllo, visto che in fondo dopo sei anni da una diagnosi di cancro al seno si pensa di essere fuori pericolo, e che sarà mai, meglio rimandare, meglio evitare di andare in ospedale.

Non è sufficientemente chiaro alle persone cosa significa “stressare il sistema sanitario”, non è sufficientemente chiaro cosa significa quando si ritardano o si interrompono i controlli sulle famose “patologie pregresse” e non c’è nessuno ad avvisarti, per esempio, che il cancro è ricicciato, che sono comparse metastasi, quella brutta parola che non vorresti mai sentire, figurarci scoprire che hanno iniziato a riprodursi nel tuo corpo.

Le diagnosi precoci salvano la vita. Se le diagnosi non vengono fatte, perché gli ospedali sono pieni, perché si ha paura di andare a fare dei controlli per paura di contagiarsi, i rischi di non salvarsi aumentano. Lo hanno gridato gli oncologi di tutto il mondo in questi mesi. Lo stanno dicendo nei congressi, lo scrivono, segnalando che con la pandemia, con i morti per Covid, sono diminuiti gli screening e aumentati i decessi. E lo stesso accade per altre malattie che bisogna poter curare o tenere sotto controllo.

Il Covid è anche questo: fa del male non solo a chi se lo prende, ma a tutte le persone che hanno bisogno di curarsi.

E allora basta, basta con le polemiche, con le minimizzazioni, con il cinismo sugli anziani che se muoiono non è poi così grave, con gli sproloqui sulla “dittatura sanitaria”.

Intollerabile è avere venti diversi livelli di assistenza sanitaria nello stesso Paese. Quando tutto questo sarà finito, ricordiamocelo. Non era accettabile prima del Covid – quante persone ho incontrato, pendolari della salute, in viaggio da una Regione a un’altra per fare esami e ricevere cure adeguate – lo è, drammaticamente, oggi.

Blogcompleanno n. 16

Anche sedici anni fa c’erano appena state le elezioni presidenziali USA, ma già si sapeva che aveva vinto Bush.

Oggi ancora non sappiamo se Biden ce la farà, o se l’incubo Trump imperverserà per altri quattro anni.

La piattaforma si chiamava Splinder, lo sfondo viola, il carattere comics e l’emozione per aver scritto il primo, brevissimo post. L’emozione per aver aperto un blog, che certo non immaginavo sarebbe diventato, esattamente dopo un anno, un alleato, una cura, l’ancora di salvezza per non andare alla deriva.

Sedici anni sono tanti, e almeno per una decina di anni questo blog ha raccontato buona parte di quello che mi accadeva, mi ha fatto conoscere persone che ora sono affetti, legami, punti di riferimento costanti, anche se distanti, apparentemente rarefatti.

Anche se lo trascuro, Il mio karma è una delle cose più importanti che ho avuto, che ho. Ci sono io, Lula e Sten, gli affetti, la scrittura, l’arte, la felicità, il dolore, l’amore, la malattia e la guarigione, la vita e la morte.

Buon compleanno, blogghetto mio, ti voglio bene.

Ricordanze

Me lo ricordo così forte e protettivo, solido e rassicurante, che nemmeno la trasformazione degli ultimi sei mesi di malattia, né quel terribile ultimo giorno di vita, sono riusciti a sovrapporsi al padre che continuo a vedere quando lo penso.

In questi dieci anni tante volte ho provato a immaginare come avrebbe commentato certi eventi, quali consigli mi avrebbe dato, come sarebbe stato fiero di Lula, ma con momenti di severità professorale, così come li aveva con noi figlie.

Ho imparato a fare a meno di lui, perché quello che mi ha lasciato riesce a sostenermi anche nei momenti più difficili.

Però la mancanza è sempre lì, un buco nel cuore.

Pensieri del quaderno giallo

Dal quaderno giallo, con qualche cambiamento, 26 settembre 2020.

Devo impormi, con disciplina, almeno un’ora di scrittura a mano.

Ho bisogno della penna che scorre sulla carta, senza affaticare gli occhi, di riconoscermi nella grafia che mostra ogni ripensamento o esitazione, l’inclinazione delle frasi, libere di sfuggire al controllo e all’ordine della tastiera e di un programma di scrittura.

Il cervello funziona meglio, il corpo, non solo le dita, è interamente coinvolto nel  processo.

In questi momenti, mentre scrivo su uno dei tanti quaderni o diari che ho riempito di parole da quando avevo tredici anni mi sembra di ritornare indietro nel tempo, quando la vita era ancora tutta da costruire e le scelte da fare avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi e del mio futuro.

Eppure, come dice il protagonista di un romanzo di Paul Auster che sto leggendo, solo dio, per chi ci crede, può sapere se aver preso una strada invece di un’altra ci avrebbe fatto arrivare in tempo a quell’appuntamento che invece abbiamo perso. Noi no, non sappiamo se sull’altra strada avremmo trovato un altro rallentamento, un ostacolo che magari sarebbe stato ben più fatale di un banale ritardo. Non ci è dato conoscere il destino che ci è riservato e, soprattutto, non possiamo avere l’assoluta certezza che le nostre decisioni abbiano il potere di modificarlo significativamente.

E ancora: quando finisce il tempo utile per tornare sui nostri passi o, con uno scarto improvviso, cambiare direzione, lasciare la strada comoda, nota, per certi versi rassicurante, per quella più accidentata che s’inerpica verso l’ignoto regalandoci però quella scossa di emozioni che credevamo irrimediabilmente perdute?

Si tratta sempre di questo, destino e libertà, che ci accompagnano nel tempo dell’esistenza.

Ritorno al mio karma

Ecco, l’estate arrivata già da un mese, di questo anno bisestile e funesto.

Ieri, pedalando, pensavo a quanto ne avrei scritto, di Covid, pandemia, quarantena, mascherine, politica dell’emergenza, qui, anni fa. Quante riflessioni, istantanee, parole con cui costruire un senso.

Pensavo che sono invecchiata, e però non riesco più a dare parole al tempo che passa, alla vita personale che prosegue senza scossoni, ma con una scia di rimpianti che si portano dietro l’intera sequenza di eventi provocati da scelte che se non si fossero compiute, allora… Non sarebbe successo questo, e quest’altro e quest’altro ancora. E invece, se avessi deciso altrimenti, sarebbe potuto accadere questo e quest’altro e quest’altro ancora, fino alla dolorosissima presunzione (o colpevolizzazione) che avrei potuto evitare gli accadimenti più nefasti.

E invece no, reagisce con orgoglio la parte di me più sana, osservando amorevolmente ciò che ha di più caro. Le scelte compiute hanno determinato anche questo, che non cambierei mai. E poi non è ancora troppo tardi per rimettersi in gioco, percorrere strade nuove, rispolverare vecchi desideri, rianimarli, farli risplendere al sole di luglio.

 

Sara

“Allo stesso tempo però anche raccontarsi talvolta era motivo di sofferenza, non solo per quel che di sé Sara andava scoprendo, mettendo nero su bianco il proprio vissuto, ma anche per le storie dolorose che intercettava e che potevano malauguratamente finire nel modo peggiore, nella paura delle paure, nell’evidenza che di cancro, purtroppo, si continua a morire, oltre che a guarire.

Quando accade che una di noi se ne va, lo sgomento mette a dura prova la fiducia che ci sostiene anche nei momenti peggiori: sembra la conferma crudele di ciò che con le parole e con la vita riaffermata abbiamo provato a ribaltare.”

Lo scrivevo proprio nel capitolo di Scriverne fa bene dedicato a lei, Sara.

Dopo dieci anni, con una recidiva mutata e incattivita, Sara se n’è andata.

L’unica blogger protagonista del libro che non avevo mai incontrato, però mi disse una cosa bellissima, che avevo interpretato il suo vissuto e le sue parole come se ci fossimo conosciute molto più profondamente.

Oggi, saputa la notizia, si è impossessato di tutte noi quello sgomento di cui avevo scritto nelle pagine che le avevo dedicato. Il dolore stanco, e rabbioso, perché di cancro si continua a morire.

Sara, che pubblicava foto meravigliose mentre faceva la chemio, truccata e sorridente, con splendidi turbanti.

Sara, che l’altro ieri ha avuto la forza di rispondere al mio messaggio vocale, per salutarmi.

Ciao bella, peccato non esserci mai potute abbracciare.

2 maggio 2020

Il compleanno nella pandemia.

Il brindisi con Lula e Sten allo scoccare della mezzanotte, un pranzetto al sole in giardino, tante telefonate, tanti messaggi, foto d’infanzia postate insieme agli auguri su facebook, un altro brindisi a distanza, con una quindicina di amici sparsi in giro per il mondo, o dietro casa, un’ottima cena a domicilio, le candeline riciclate da soffiare sulla crostata di crema e fragole fatta da mia madre, che non mi ha potuta abbracciare e baciare, come non mi abbraccia e bacia da quasi due mesi. Per l’occasione, nel pomeriggio, quando sono andata a prendere il dolce, ci siamo messe nel suo giardino a chiacchierare un po’, a distanza, ma senza mascherina. Eravamo ancora in fase 1, e no, non ho osato pranzare con lei.

Il compleanno nella chiusura da pandemia è trascorso così, un po’ strano, ma in un periodo così difficile non potevo chiedere di più. Per questo mi sento fortunata. Un altro anno della mia vita è cominciato.

 

Scriverne?

Mentre sfogliavo un blocco per appunti che ogni tanto utilizzo per scrivere a mano – un’abitudine che non ho perso, perché utilizzando carta e penna mi sembra che i pensieri fluiscano in modo più limpido – ho ritrovato gli appunti presi per la presentazione di Scriverne fa bene a Modena.

“La tesi del libro è che attraverso la narrazione di sé chi si ammala trova la voce giusta per descrivere l’esperienza vissuta, ritrovare l’orientamento e tracciare una nuova rotta per uscire dal naufragio.”

“La parola è un filtro che permette di esibire le proprie ferite e fragilità senza scandalo o vergogna. La parola mi protegge e mi apre al mondo. Per questo scriverne fa bene. Soprattutto attraverso un blog, in rete, in tempo reale.”

La notte prima di questo ritrovamento avevo sognato che il cancro tornava, e che il dottor Zeta, ormai in pensione (che è vero, ma per l’emergenza Covid ha ricominciato a lavorare) stavolta mi avrebbe affidato a un suo collega.

Non ero troppo spaventata, anche perché Zeta mi spiegava che la prognosi era positiva grazie al fatto che mio padre aveva avuto lo stesso tipo di patologia, e nel sogno era ancora vivo. Evidentemente ho mescolato la possibile ereditarietà di una malattia oncologica con l’immunità che si sviluppa contraendo un virus.

Non so perché sto mettendo insieme queste due cose: la funzione delle parole, e le paure che abitano i miei sogni.

Certamente in questo periodo in cui mai si è parlato e scritto così tanto di malattia, salute, cure, guarigioni, ospedali, servizio sanitario pubblico, è inevitabile per me confrontare le due condizioni, quella del cancro, che conosco, e quella di una pandemia che sta sconvolgendo e ha sconvolto il mondo intero.

Anche in questo caso le parole, la scrittura, la narrazione, potranno aiutare chi si è ammalato ad attraversare la tempesta e ridisegnare la mappa per orientare una nuova esistenza?


Scriverne fa bene

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