Indimenticabile

La data di oggi è una di quelle difficili da ricordare, perché troppo dolorose.

Misurare l’assenza, già tre anni, e scivolare con nostalgia nel passato dei giorni felici, della vita comune, dell’amicizia inaffondabile, della comprensione immediata.

Non voglio pensare ai giorni del dolore e delle speranze ormai svanite.

Non voglio perdermi nel vuoto.

Sei qui, proprio accanto a me, nella cucina di casa tua, quando era un po’ nostra. E avevamo solo venticinque anni.

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Ri-Costituzione

Cosa sta diventando questo Paese? Rispondere a questa domanda è doloroso, perché mostra una realtà ottusa e crudele, che inevitabilmente ricorda tempi passati o luoghi che immaginavamo lontani e perduti.

Non ora, non qui.

L’assenza di umanità rivendicata con cinismo, l’umanità derisa e oltraggiata.

Lo spregio per il diritto quando il diritto non è semplicemente regola astratta, ma obbligo concreto e universale di protezione, di sostegno e di cura.

L’attacco alla scienza, al valore dello studio e della cultura, perché da sempre intelletto e giudizio si scontrano con gli assiomi del potere, quando il potere si crede arbitrario, illimitato e si nutre dell’ignoranza più cattiva.

Per l’ennesima volta mi è capitato di rileggere, tutta d’un fiato, la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra bella Costituzione. E quello che colpisce, ogni volta, è la chiarezza e la semplicità del linguaggio perché chiunque possa comprenderne i principi e le disposizioni che oggi i ministri della Repubblica italiana calpestano:

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Dobbiamo difendere questi principi, e ribellarci al potere che li calpesta. Per ri-Costituzionalizzare un Paese che respingendo se ne va alla deriva.

Viva Erasmus

Aspetto con ansia il ritorno di Lula per la settimana di vacanza natalizia dal semestre Erasmus che si concluderà alla fine di gennaio. Un altro compleanno festeggiato lontana, ma non per un breve viaggio, come l’anno scorso: questa volta stava vivendo il primo passaggio verso una nuova fase della vita, verso l’autonomia, l’indipendenza.

Mi manca, mi manca tanto. Eppure mi dispiace che non abbia potuto prolungare gli studi anche al secondo semestre, come avrebbe voluto, per quello che ritengo una ottusa valutazione di equivalenze tra esami da parte di alcuni professori della sua università romana. Come se quell’esperienza straordinaria che è la mobilità universitaria degli studenti europei non dovesse sempre essere incoraggiata, a costo di deviare un poco dal percorso ordinario del piano di studi.

Ma va bene, sarà stata comunque, alla fine, un’esperienza formativa e umana preziosa, che probabilmente ripeterà, da qualche altra parte d’Europa, o del mondo.

La seguo a distanza, rido e mi commuovo allo stesso tempo quando manda o pubblica foto e video di quello che combinano nella cucina comune della residenza universitaria con il gruppo ormai affiatato e solidale, che definisce “famiglia”, animato gastronomicamente, che ve lo dico a fare, proprio da Lula e dagli altri italiani.

Anche io piano piano sto cambiando, cerco di abituarmi al nuovo ruolo, ad aiutarla solo quando me lo chiede, ad essere più discreta, e non è proprio il mio forte.

L’altro giorno, dopo l’attentato a Strasburgo, Lula mi ha detto: mamma, avevamo deciso di andarci, prima di tornare in Italia. Ho tremato, ho pensato ad Antonio Megalizzi, che ieri non ce l’ha fatta a sopravvivere al colpo che gli ha sparato in testa il suo coetaneo attentatore.

Ma Lula è una ragazza europea, come Antonio. E la Francia in questo momento è casa sua, lo sarà anche quando tornerà in Italia, immagino. Nessuno fermerà queste ragazze e questi ragazzi, che realizzano vivendo quello che qualcuno si ostina a vedere solo come un insieme di regole da infrangere, di burocrati cattivi, di vincoli incomprensibili.

L’Europa è anche altro, è anche questo partire, vivere, mescolare esperienze, gusti, lingue. Potrà essere sicuramente migliore, un giorno, grazie a loro.

 

 

Non sono tutti uguali

Ci ho pensato un po’, e alla fine ho deciso di scrivere qualcosa sulla polemica di questi giorni scatenata su twitter dalle parole usate della conduttrice Nadia Toffa per annunciare l’uscita di un suo libro: “vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità. Pieno d’amore.”

Una come me, che per tanti anni, attraverso questo blog, il portale collettivo Oltreilcancro e due libri, ha raccontato la malattia, la guarigione, intrecciato relazioni con altre donne per sconfiggere il tabù del silenzio legato al cancro, figuriamoci se non solidarizza con tutte le persone che scelgono di raccontare, esporsi, incoraggiare a infrangere lo stigma.

E quindi brava Nadia, e in bocca al lupo per il libro, ma soprattutto per te, per la tua salute e per la tua nuova vita.

Però proprio tu che sei una donna più esposta di altre, conosciuta, seguita e giustamente apprezzata anche per il modo in cui hai affrontato la malattia, la tua malattia, il tuo cancro, devi sapere che le parole, soprattutto se contratte nello spazio limitato di un tweet possono diventare pesanti, sbagliate, offensive, quando invece l’intenzione, lo capisco davvero, magari era solo quello di trasmettere un messaggio positivo, incoraggiante.

Perché no, i tumori non sono tutti uguali, come scrivi in risposta ai primi commenti perplessi, non è vero che se ce l’hai fatta tu allora ce la possono fare tutti, non è vero che basta curarsi, controllarsi, e metterci tutta l’energia positiva possibile per guarire.

Succede. A me è successo. Dopo quasi vent’anni dal primo cancro al seno, e tredici dalla scoperta delle sue metastasi, posso dirlo.

E tante volte ho incoraggiato altri a combattere con determinazione quella che definivo una battaglia (non una guerra, attenzione) anche quando le forze in campo erano drammaticamente impari. L’ho fatto con le mie amiche blogger che non ci sono più, Anna e Anna Lisa, l’ho fatto con mio padre, l’ho fatto con l’amica/sorella Silvia. Assenze che ora pesano troppo per lasciar correre riflessioni così leggere.

Certo che l’atteggiamento positivo aiuta a guarire. Qualunque malattia peggiora se il nostro stato d’animo è negativo. Il mio oncologo parlava sempre di concause quando tentavo di estorcergli parole definitive sulle cause del cancro. Sono convinta che molto dipenda da quello che ci accade dentro, traumi, stress, depressione. Ma il processo inverso è più complicato, e non dobbiamo colpevolizzarci se non riusciamo a governare la nostra mente al punto da rendere sempre reversibile il processo della malattia. Per fortuna in questo ci aiuta la medicina, la scienza, un sistema sanitario che permette anche a chi è più povero di ricevere le cure più avanzate. Anche questo però, certe volte, non basta.

Ho letto la sofferenza nei molti commenti di chi non può sentir definire una malattia che può uccidere e uccide “un dono”. Poi, purtroppo, c’è sempre chi esagera e insulta, senza nemmeno provare a comprendere che cosa significhi vivere con il cancro, con le terapie che sembrano più cattive del male, con la fatica, sostenuta però dal desiderio di ricominciare un’esistenza nuova, arricchita per certi versi (da qui, lo capisco, l’origine del tuo trasformare in dono), depauperata per altri.

Viviamo in tempi in cui la comunicazione può cannibalizzare il pensiero vomitando a singhiozzo paure, rabbia, meschinità, odio vero.

Per questo non ho affidato le mie riflessioni a twitter (riflessione e twitter probabilmente non sono termini compatibili), ma qui, nel mio vecchio blog, dove le parole si assestano con il tempo, i ricordi e le storie vissute.

A casa senza Lula

IMG_0022Ecco iniziata una nuova fase della vita, soprattutto per Lula, che ha spiccato il suo primo volo per abbandonare il nido, ma anche per noi, che fino a gennaio – ma non escludo che possa diventare un periodo più lungo – vivremo lontani da lei.

Il viaggio “di accompagnamento” e poi di distacco è stato bellissimo, la Francia non delude mai, per bellezza, qualità della vita, cura degli spazi, gestione dei servizi e della cultura, anche se fa male il confronto con la sciatteria e, in molti casi, il degrado di casa nostra.

Lula è entusiasta della sua nuova vita, della città che ha scelto, della minuscola stanzetta nella residenza universitaria, del gruppo di nuovi amici provenienti da tutta Europa con cui da poco più di una settimana ha iniziato a condividere questa esperienza che non sarà solo studio, ma libertà, relazioni, crescita, emancipazione dalla famiglia.

E noi? Noi siamo orgogliosi di lei, e la commozione al momento dei saluti ha lasciato subito spazio alla felicità di saperla felice e consapevole di avere iniziato a realizzare i propri sogni.

 

Agosto

Eccomi qua, l’estate già avanzata, ma per me le vacanze sono iniziate da poco. Un po’ di mare nel luogo del cuore, poi viaggio per la Francia con destinazione la città atlantica dove Lula andrà a studiare per un semestre Erasmus.

Già, la piccola Lula, protagonista dei migliori anni di questo blog, è ormai una brillante studentessa in giurisprudenza, molto determinata nel costruire il proprio futuro, proiettata fuori da questo Paese alla deriva. Come me osserva sgomenta la schiuma d’odio che monta, l’imbecillità che strilla ergendosi a nuova, e solo per ciò migliore, classe dirigente. L’ignoranza che impartisce ogni giorno lezioni di tuttologia, l’intolleranza che non si nasconde più, ma si diffonde e propaga come un virus.

“Quasi quasi non torno,” mi ha detto sospirando all’ennesima sparata.

Mi mancherà, certo. Anche se credo farà bene al nostro rapporto un bel periodo di distacco, farà bene a me, che devo imparare ad essere meno “interventista”, a lasciarla andare e lasciarle fare tutto ciò che a vent’anni si può e si deve fare, e a lei, certo, per imparare a cavarsela da sola e a conoscere il mondo, libera.

Tra una settimana avremmo attraversato il ponte Morandi, per raggiungere la prima tappa del viaggio, Nizza. Come i quattro ragazzi di Torre del Greco, che invece il ponte lo hanno attraversato proprio mentre crollava. Quella notte ho faticato ad addormentarmi.

Anche questa tragedia, con la corsa a scaricare o a indicare responsabilità, è l’ennesima occasione per sfoggiare competenze che non si hanno, opinioni che si sono formate sui social in pochi minuti, trasformando immunologi in ingegneri, esperti in diritto della navigazione in amministrativisti, rifiutando per partito preso l’idea che ci si possa informare prima di dire la propria. Che possa essere necessario un po’ di silenzio e, soprattutto, di rispetto.

Poco fa osservavo incredula e disgustata gli applausi al governo e la corsa a fare selfie con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Interni durante i funerali di Stato, mentre il Presidente della Repubblica abbracciava in lacrime i parenti delle vittime che hanno accettato le esequie pubbliche.

Che pena!

Non mi rassegno

Della mia vita questo blog non racconta quasi più niente. Della mia vita, di questo triste Paese che respinge migranti, cancella la memoria, premia chi soffia sul fuoco dell’odio, inneggia a chi alza muri, chiude porti, stravolge il sentire comune, promette di tornare al passato più oscuro, illude con promesse apparentemente irresistibili. Menzogne.

Ma quando c’è chi diffonde messaggi quotidiani che stanno cambiando insieme ai connotati culturali e politici dell’Italia, la sua stessa anima, a forza di strappi, provocazioni, violazioni delle più elementari norme di convivenza civile, non possiamo restare in silenzio, bisogna usare le nostre parole, rispondere e rispondere, e ricostruire, indicare un’altra strada, riaccendere la speranza in chi scuote la testa e si sente impotente.

Ci vorranno tempo, passione, e anni di resistenza.

Ma io, a Salvini, non mi rassegno.


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