L’inutile bellezza della propria luce

Questa descrizione del cielo notturno di Parigi solcato dagli aerei da guerra è uno dei tanti motivi per leggere e rileggere la Recherche di Proust, che interrompo e riprendo, prolungando un piacere già noto.

“In quella Parigi, la cui bellezza, nel 1914, io avevo veduto attendere quasi inerme la minaccia del nemico che s’avvicinava, v’era di certo, come allora, l’antico immutato splendore d’una luna crudelmente, misteriosamente, serena, che riversava sui monumenti ancora intatti l’inutile bellezza della propria luce.”

Il tempo ritrovato, Einaudi 1978 (traduzione di Giorgio Caproni)

Disinibita

Ero convinta, fino a ieri, che il farmaco che inibisce la produzione di estrogeni a cui era particolarmente sensibile il tipo di cancro che ho avuto e riavuto, dovesse accompagnarmi per tutta la vita, più o meno.

Avevo pure smesso di chiedere al dottor Zeta se potessi interromperlo, e ora che è andato in pensione lo avevo interpellato solo per capire se dovessi modificare qualcosa nei controlli periodici, allungare un po’ i tempi, tagliare qualche esame radiologico, quando verificare se la recente interruzione della puntura trimestrale per indurre la menopausa sia stata corretta, perché ormai dovrebbe essere arrivata per conto suo. Così mi ha proposto di vederci per parlarne. Perché, nonostante sia in pensione, Zeta resta e resterà il mio punto di riferimento, ormai anche un amico a cui chiedere consigli, a cui affidarsi.

E la grande, inattesa notizia è arrivata subito: è ora di togliere tutto, mi ha detto. Gli ultimi studi provano che inibire l’aromatasi (l’enzima che trasforma androgeni in estrogeni) per un periodo molto lungo può provocare danni cardiaci, e visto che “sono guarita” e libera dalla malattia da oltre quattordici anni, non ha senso continuare.

Non solo, a parte un’ultima eco epatica da fare a breve, poi i miei controlli saranno in realtà come quelli di tutte le donne che fanno normale prevenzione.

E gli estrogeni nuovamente liberi dovrebbero avere un effetto di benessere generale, che forse nemmeno ero più consapevole di aver ridotto in tutti questi anni. Sì, certo, colesterolo aumentato, ossa più fragili, e tutti gli annessi e connessi legati alla menopausa anticipata. Però ero stata bravina a farmene una ragione, a non rompere le scatole più di tanto.

“Devi brindare,” ha concluso.

Ho brindato, abbiamo brindato.

Complessivamente quasi vent’anni della mia vita li ho passati sotto stretto controllo medico e farmacologico. Sarà anche per questo che non mi sono sognata di mettere in discussione le indicazioni medico scientifiche sul COVID, in particolare sulla necessità di vaccinarsi. Per me è scontato affidarmi alla medicina, integrandola con tutto quello che può farmi bene senza interferire con le cure.

“Quando attraversi un ponte non vai a mettere in discussione i calcoli dell’ingegnere che l’ha costruito, no?” mi ha detto Zeta parlando dei deliri no-vax, e di quello che ha visto nel periodo più buio, quando il vaccino non c’era.

Rispettare le competenze, affidarsi con consapevolezza e anche, perché no, con fiducia.

Grazie a Zeta per me è stato facile, ma non bisogna per forza ammalarsi di brutto per capirlo.

Adesso mi sento un po’ più libera, sempre grata alla vita, a Zeta, alle buone cure, e al mio vecchio blog cui affido ancora un’altra tappa importante del mio cammino.

Maremma

26 agosto 2021

Io e Caterina abbiamo attraversato la campagna maremmana mentre il sole ancora alto iniziava appena a declinare verso i monti dell’Uccellina.

Sulla destra il disco volante-trebbiatrice era atterrato davanti a un agriturismo che costeggiava la strada.

Dall’altra parte della strada la distesa brulla s’inerpicava verso l’altura su cui svettava il celebre braccio di Goldrake, col pugno chiuso, che spuntava dalla terra come un totem.

Ci siamo avvicinate prima al disco volante e poi, calpestando sterpaglie e respirando la terra alzata da un paio di fuoristrada che ci anticipavano attraverso i campi, abbiamo raggiunto il totem. Quando siamo arrivate noi, gli altri visitatori se ne andavano, lasciandoci libere di girare attorno al braccio di Goldrake, maestoso, e di ammirare la baia di Talamone con l’inconfondibile profilo della Rocca, l’isola del Giglio sullo sfondo.

Da lassù, una nuova prospettiva di luoghi a me noti e cari, amplificata dalla straniante presenza delle due installazioni.

(Anche se a me i cartoni giapponesi non piacevano, non ho mai visto una puntata di Atlas Ufo Robot, ma conoscevo solo la sigla, che a 11 anni canticchiavamo tutti.)

[Le insatallazioni sono di Mara Ricci, per Hypermaremma 2021]

Campioni d’Europa

Quindici anni fa la vittoria italiana ai mondiali di calcio aveva accompagnato la conclusione positiva del periodo più difficile della mia vita, con un’ultima visita al San Giacomo dal dottor Zeta, mentre fuori, a via del Corso, risuonavano i pooo-po-po-po-po-po-po dei tifosi diretti al Circo Massimo.

Ma io, pur avendo il mio personalissimo motivo per esultare, dovevo ancora metabolizzare quei mesi durissimi, la doccia gelata della scoperta che il cancro era tornato, una paura nuova, vera, quella di non farcela, e dopo la determinazione quasi tignosa a guarire, le cure, nuove cicatrici, ancora chemio, le parole per raccontare tutto, giorno dopo giorno, fino a quella prima tappa decisiva di luglio.

Da ieri sera, dopo l’ultima decisiva parata del portierone Donnarumma penso a quella giornata di quindici anni fa, dopo la vittoria di Berlino e a quelle emozioni così contrastanti che stavo vivendo, insieme a Sten, sempre vicino, in ogni momento.

Oggi è tutto diverso, posso esultare con leggerezza per una bella vittoria che rischiara i tempi bui che abbiamo attraversato tutti, collettivamente, in questo anno e mezzo. Posso condividere come milioni di altre persone gli sfottò agli inglesi che non hanno saputo perdere quella finale, i sorrisi del capitano che si abbraccia la coppa, le cerimonie ufficiali e le folle festanti. Senza ricadute sulle mie battaglie, sulle mie parziali e relative vittorie.

Con leggerezza e sollievo.

Battiato

Ho riletto quasi tutti i post di agosto scorrendo l’archivio del blog, sperando di trovare traccia del concerto di Battiato a Grosseto. Ma niente, anche nei momenti più prolifici l’estate scrivevo poco.

Da quando stamattina ho saputo della sua morte penso a quella sera d’agosto, l’unica volta che l’ho ascoltato dal vivo. Non riesco a ricordare quando è stato, ero sicura di esserci andata con Sten, ma lui non se lo ricorda. Se lo ricorda invece Alessandra, l’amica delle vacanze maremmane e ispiratrice di questo blog, perché forse eravamo andate insieme. Ho scoperto che altre amiche erano lì, la stessa sera. Ma nessuno ricorda quando è stato. No, non ditemi il 1982. Non era così in là nel tempo. Ma di altre date grossetane in rete non c’è traccia. Sicuramente Lula era nata, e a questo punto posso pensare che anche lei ci fosse. Dovrò chiederglielo.

La morte di Battiato mi ha fatto pensare anche alle lezioni di greco al liceo, perché la professoressa Leto divagando tra una lettura di Saffo o di Eschilo un giorno ci chiese cosa pensassimo dei testi astrusi di Battiato, che a suo figlio piaceva molto, e lei non capiva perché. Voglio pensare che col tempo abbia cambiato idea.

La cura

A maggio fioriscono rose e vaccini

Ho ricevuto la prima dose di vaccino anti Covid-19, e il 30 è prevista la seconda. Mi sono sentita sollevata quasi come quando ho iniziato a fare la chemio dopo l’asportazione delle metastasi epatiche e mi rivolgevo con amore al liquido che avrebbe distrutto le cellule cancerose che potevano essere sfuggite alla chirurgia.

“Non mi ammalerò più, mai più,” mi dicevo. E ora, in questi mesi, in quest’anno di pandemia che ha sconvolto il mondo e cancellato tante, troppe vite, mi sono detta che no, il Covid non me lo sarei preso, avrei fatto di tutto per non prendermelo. Stavo iniziando a sentirmi pericolosamente assuefatta a una vita di distanze, chiusure, limitazioni, mascherine. Per questo quando ho saputo che mi sarei potuta vaccinare un po’ prima di quanto previsto per la mia età, “grazie” al fatto di avere avuto il cancro, mi è sembrato un sogno.

Quando l’infermiere con la bandana colorata e il tocco leggero mi ha iniettato la dose di Pfizer ero così felice che lo avrei voluto abbracciare. Mi sono limitata a fotografarlo, un selfie pro vax, tutti e due con gli occhi allegri e il sorriso nascosto dalle mascherine.

Benvenuto maggio, il mese della mia nascita, delle rose e del lavoro. E di tanti anticorpi preziosi.

I miei diari

Conservo tutti i diari che ho avuto fin dai tredici anni. Diari, quaderni, talvolta con aggiunta di fogli volanti, privi di data, di cui ricostruisco l’occasione, il perché di quell’appunto volante.

Sono fortunata ad aver sempre resistito al pensiero che avrei dovuto liberarmene. Credo in realtà di non aver mai avuto realmente l’intenzione di farlo.

Sono fortunata perché quando periodicamente mi capita di rileggerne alcuni, riesco a sentirmi esattamente come mi sentivo allora, percepisco più intensamente la memoria di ciò che sono stata, i pensieri e le emozioni continuano a vibrare, le aspirazioni, i cambiamenti, le delusioni e le svolte che leggo, le sento ancora come i pezzi necessari a comporre la mia identità.

I quasi diciassette anni di questo blog sono stati in parte un’integrazione pubblica, ma certo non hanno nulla a vedere con la dimensione privatissima dei diari di carta.

Anche oggi, che scrivo così poco qui, non smetto di riempire diversi quaderni che talvolta dimentico di aver iniziato, e così il tempo s’interrompe, riprende, si dilata, si avvita, si ripete da una parte e da un’altra, spesso solo con l’intenzione di evitare che qualcosa della mia esistenza possa andare perduto, affidato solo ai capricci, alle contraddizioni, talvolta alla defaillance della mia memoria.

Sono fortunata ad avere i miei diari, la mia scrittura, le mie parole.

Un anno dopo, tutto uguale e tutto diverso. Se prima eravamo in tre…

Dopo un anno di vita nella pandemia da Covid-19 siamo ancora qui, a prepararci per l’ennesima chiusura, doppio salto da zona gialla a zona rossa, accompagnata dal contrasto tra l’abitudine a vivere in questo modo più o meno in qualunque colorazione, e l’accumularsi di mancanze e insofferenza. Per quanto tempo ancora? Quando raggiungeremo l’immunità e quindi la libertà? Quando potremo fare quelle piccole e grandi cose che ora ci sono precluse, o sconsigliate, o che semplicemente abbiamo smesso di fare per precauzione e senso di responsabilità?

Per molte persone, per il mondo complessivamente, il costo della pandemia è stato pesantissimo: la vita stessa, il lavoro, gli affetti, la sussistenza. In fondo io non mi posso lamentare, e quello che mi manca, per chi ha sofferto davvero, è irrilevante.

Lula invece, come tutti i giovani che hanno dovuto comprimere e sospendere le tante esperienze che normalmente vivono in un anno normale, stava iniziando ad accusare il colpo. Come per tutti, dopo il bilancio in fondo positivo del primo lockdown core a core in famiglia, e dopo la parentesi estiva di libertà, con l’autunno e l’inverno, il secondo Erasmus in Spagna saltato, il coprifuoco, le limitazioni alla vita sociale, l’ultimo anno di università a distanza, questa vita ha iniziato a starle davvero stretta anche se illuminata da una bella storia d’amore.

E così, proprio oggi, casualmente (ma fortunatamente) alla vigilia del passaggio del Lazio in zona rossa, la figlietta ha spiccato il volo ed è andata a vivere per conto suo. No, non da sola, ma insomma, è andata via di casa, e in linea di massima dovrebbe essere un passo definitivo. Magari dopo la laurea ci sarà un periodo all’estero, lo spero per lei, perché i suoi progetti la vedono cittadina del mondo. Di un mondo a questo punto tutto da ricostruire.

Quando ho aperto questo blog Lula aveva quasi sette anni e subito ne è diventata protagonista. Mi piaceva raccontare di lei, perché mi piaceva raccontare la mia vita in cui lei ovviamente occupava un posto fondamentale. È stato il puntello, insieme a Sten, che mi ha tenuta salda anche nei momenti più difficili, come sa chi mi leggeva un po’ di anni fa.

Per questo sono felice di dedicarle oggi qualche parola, perché negli ultimi tempi è stato difficile capirci, è stato un periodo duro, come spesso sono dure, e quasi crudeli, certe fasi dei rapporti tra madri e figlie. Come fosse ineluttabile lo scontro, la rabbia, la coazione a ripetere schemi, discorsi, pretese.

E ricordo quanto è stato importante il giorno in cui io sono andata via di casa, e sebbene avessi un po’ più dei suoi ventitré anni, i miei pensavano che fosse troppo presto e che stessi facendo un errore. Ma avevo un’amica con cui dividere la sua casa, e ho potuto vivere degli anni meravigliosi con lei, che ora non c’è più. Per questo ho compreso l’urgenza di Lula, alimentata da questo periodo che per le ragazze e i ragazzi è ancora più complicato, senza spazi in cui vivere le loro esperienze, insieme, lontani da noi, e accusati di infrangere troppo spesso le regole e di moltiplicare i contagi con i loro comportamenti.

Sono sicura che è giusto andare fuori casa, se si ha l’opportunità di farlo. Si vive più felici, e di questi tempi un po’ più di felicità non guasta. E si assapora quella libertà che è assurdo voler negare ai propri figli.

E quindi, Lula mia, goditi questo periodo, così nonostante il Covid che ancora non molla la presa, un’altra chiusura a distanza di un anno, lo ricorderai come una dei tanti passi avanti che avrai fatto nella tua vita. Auguri, tesoro mio!

2021

Un nuovo anno carico di aspettative, dopo il 2020 che abbiamo appena lasciato, e insultato, e maledetto come il peggiore anno della nostra storia post bellica.

Nella vita personale di ciascuno può essere andata invece molto meglio, o molto peggio. Ma certo il contesto, le abitudini di vita stravolte, i conteggi quotidiani di malati e di morti, i sacrifici piccoli e grandissimi che tutti abbiamo fatto, non possono in nessun caso fare dell’anno passato un anno buono.

E allora coltiviamo la speranza che da oggi le cose possano migliorare, e che il 2021 possa risarcire almeno in parte i danni scatenati dal 2020. Per molti quel che è perduto è perduto. E non tornerà mai più.

Ma sarebbe ancora più tragico se non tentassimo di fare tesoro di ciò che è accaduto, e se dimenticassimo troppo presto quanto siamo fragili, collegati gli uni con gli altri, bisognosi di una vita collettiva solida, e quanto le nostre azioni si ripercuotono sul mondo intero, sulla Terra e su chi la abita. Sarebbe stato un anno solo orribile, se non ci avesse anche costretto a ripensare stile e priorità di vita, la qualità delle relazioni, il giusto tempo da dedicare agli altri e a se stessi e alle troppe cose importanti e belle che trascuriamo, rimandiamo, dimentichiamo.

Abbiamo scoperto quanto sia difficile governare un Paese, quanti interessi fondamentali entrino in gioco e come ogni scelta lasci fuori necessariamente qualcosa che altri avrebbero tenuto in considerazione.

Ma il minimo comune denominatore, nel 2020, è stato proteggere la salute di tutti da una minaccia che ha portato via quasi due milioni di persone in tutto il mondo. Non dimentichiamolo mai.

E non carichiamo un povero anno di così grandi aspettative. Mi accontenterei che possa aiutare a rimettere insieme un po’ di cocci e a restituirci abbracci, baci e strette di mano. E soprattutto, il vaccino per tutti.

Buon 2021, per chi ancora passa da queste parti…

I libri ci salvano

L’ho imparato tra i diciotto e i diciannove anni, dopo aver letto tutti e sette i volumi della Recherche di Proust, per la tesina sul tempo e la memoria: l’arte, la letteratura, strappano le nostre vite all’oblio e la proteggono dagli assalti e dalla distruzione compiuti dal tempo. La salvano.

La memoria involontaria, quella memoria quasi fisica, fatta di odori e sapori, dei suoni di una sinfonia, di sensazioni che improvvisamente tornano a resuscitare il passato, ha il potere, se riconosciuta e trattenuta nel libro che si sta scrivendo, nell’opera che si sta realizzando, di ricostruire la realtà e renderla immortale.

Poco fa, leggendo la recensione di Paolo Di Paolo a un romanzo di Matt Haig, mi sono imbattuta in un’idea complementare a quella proustiana del libro che già esiste dentro ciascuno di noi e che viene portato alla luce, traducendolo, con la scrittura: l’idea certamente non originale, ma sempre affascinante, è che i libri contengono vite potenziali, tutte le vite che non abbiamo potuto o voluto vivere, consegnandoci quindi una seconda (terza, quarta, quinta…) opportunità, che esiste almeno finché esiste una biblioteca che conserva quel libro, e ci permette di leggerlo.

Nella recensione, e immagino nel libro recensito, c’è un riferimento alla metafora delle sliding doors (dal film bellissimo che si chiama appunto così) su cui mi capita spesso di ragionare, scrivere (anche in un recente post, a proposito di 4321 di Paul Auster) e immaginare in che modo renderla il motore di una storia da scrivere. Le occasioni mancate o colte nella vita quanto dipendono dall’istante in cui una porta si apre o si chiude, scatenando una serie di eventi apparentemente inevitabili? Cosa pesa di più: il caso, la volontà, o il destino? Oh, certo, farsi queste domande riguarda la filosofia, soprattutto se si è atei come me. Ma riguarda moltissimo anche la scrittura e la lettura. Le parole a cui aggrapparsi per dare senso all’insensatezza e salvarci da quei buchi neri di cui la vita è disseminata.

Libri per vivere la vita che abbiamo o non abbiamo vissuto, la vita che non è stata e che sarebbe potuta essere, quella che abbiamo ancora tempo per vivere, o almeno per immaginare.


Come una funambola

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