Dalla parte giusta

Un padre e una figlia morti abbracciati attraversando il Rio Grande, tentando di raggiungere gli Stati Uniti. Aylan, il bambino siriano annegato e trovato morto sulla riva di una spiaggia turca, qualche anno fa. Le tante persone morte a largo delle nostre coste, annegate, o uccise dalle condizioni disperate che accettano di affrontare pur di arrivare alla fine di un viaggio iniziato chissà quando, per sfuggire a una vita ancora peggiore, o all’inferno dei lager libici. Magari attraversare un fiume, un braccio di mare, un valico di montagna rappresentano la salvezza, il futuro, la speranza di un’esistenza nuova. Il diritto di sfuggire alla guerra, alla fame, alle persecuzioni, alla povertà è un diritto che deve sempre essere tutelato. Sempre.
Per fortuna c’è qualcuno che ancora pattuglia il mare, le famigerate, pericolosissime ONG, come la Sea Watch e Mediterranea, che salvano naufraghi e cercano di portarli in un luogo sicuro, come impone il diritto internazionale. Che testimoniano cosa succede nel Mediterraneo, ora che sostanzialmente le operazioni di salvataggio gestite dagli Stati sono state chiuse.
Però c’è un governo, quello italiano, che si rifiuta di accogliere poche decine di persone stremate, emana decreti punitivi nei confronti di chi salva vite umane, sbraita contro le regole europee sui migranti ma non si presenta nelle sedi deputate a modificare queste regole.
Minacce e insulti da un ministro degli interni alla comandante di una nave che infrange la legge per rispetto dell’umanità che ha salvato. Io sto dalla parte dell’umanità, tutti dovremo esserlo.
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11 giugno, privato e politico

Questa data, l’11 giugno, è da 14 anni il ricordo di un giorno felice, uno dei più felici della mia vita, quello del  matrimonio con Sten, dopo una lunghissima convivenza e la creazione di una famiglietta di fatto, con Lula che aveva già otto anni.

Però di questi tempi non dimentico un altro 11 giugno, triste, tristissimo, del 1984, che ha segnato la fine prematura non solo di un uomo, ma di una stagione politica. Un lutto politico, appunto, quello rappresentato dalla morte di Enrico Berlinguer, avvenuta dopo essersi sentito male durante un comizio elettorale a Padova. Avevo diciassette anni, ero iscritta alla FGCI, l’organizzazione giovanile del Partito Comunista Italiano, e “il segretario”, o semplicemente Enrico, rappresentava per tutti noi la ragione e la passione della militanza politica, il coraggio della coerenza e l’intelligenza del cambiamento. Senza di lui siamo rimasti orfani, perché nessuno seppe più trovare una strada originale, alternativa, al comunismo, inteso da Berlinguer come trasformazione della società secondo giustizia. 

 

Parole in libera uscita

Ti ho incontrato a piedi nudi nel parco.

Ti ho lasciato sulla strada sterrata.

Nascono le viole da una folata di piena estate.

Da quando non ho più la voce, il mondo mi sfugge.

Ricorda quando la vita grondava tempo e il tempo prometteva vita.

Ricorda.

Immagina d’immaginare l’inimmaginabile, e costruiscilo.

Una carezza, uno sguardo, il tono di voce che cambia improvvisamente. Il silenzio mentre respiri.

So Hum, io sono quella che sono.

Inspira, espira, trattieni, libera, esplora, raccogli, dona, ama, lotta, fai pace, ridi, piangi, cresci, cambia, resta come sei.

Dimentica il dimenticabile, e abbi cura di te.

[esperimento di scrittura automatica, in cinque minuti, con minime correzioni]

Indimenticabile

La data di oggi è una di quelle difficili da ricordare, perché troppo dolorose.

Misurare l’assenza, già tre anni, e scivolare con nostalgia nel passato dei giorni felici, della vita comune, dell’amicizia inaffondabile, della comprensione immediata.

Non voglio pensare ai giorni del dolore e delle speranze ormai svanite.

Non voglio perdermi nel vuoto.

Sei qui, proprio accanto a me, nella cucina di casa tua, quando era un po’ nostra. E avevamo solo venticinque anni.

Ri-Costituzione

Cosa sta diventando questo Paese? Rispondere a questa domanda è doloroso, perché mostra una realtà ottusa e crudele, che inevitabilmente ricorda tempi passati o luoghi che immaginavamo lontani e perduti.

Non ora, non qui.

L’assenza di umanità rivendicata con cinismo, l’umanità derisa e oltraggiata.

Lo spregio per il diritto quando il diritto non è semplicemente regola astratta, ma obbligo concreto e universale di protezione, di sostegno e di cura.

L’attacco alla scienza, al valore dello studio e della cultura, perché da sempre intelletto e giudizio si scontrano con gli assiomi del potere, quando il potere si crede arbitrario, illimitato e si nutre dell’ignoranza più cattiva.

Per l’ennesima volta mi è capitato di rileggere, tutta d’un fiato, la Costituzione della Repubblica italiana. La nostra bella Costituzione. E quello che colpisce, ogni volta, è la chiarezza e la semplicità del linguaggio perché chiunque possa comprenderne i principi e le disposizioni che oggi i ministri della Repubblica italiana calpestano:

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Dobbiamo difendere questi principi, e ribellarci al potere che li calpesta. Per ri-Costituzionalizzare un Paese che respingendo se ne va alla deriva.

Viva Erasmus

Aspetto con ansia il ritorno di Lula per la settimana di vacanza natalizia dal semestre Erasmus che si concluderà alla fine di gennaio. Un altro compleanno festeggiato lontana, ma non per un breve viaggio, come l’anno scorso: questa volta stava vivendo il primo passaggio verso una nuova fase della vita, verso l’autonomia, l’indipendenza.

Mi manca, mi manca tanto. Eppure mi dispiace che non abbia potuto prolungare gli studi anche al secondo semestre, come avrebbe voluto, per quello che ritengo una ottusa valutazione di equivalenze tra esami da parte di alcuni professori della sua università romana. Come se quell’esperienza straordinaria che è la mobilità universitaria degli studenti europei non dovesse sempre essere incoraggiata, a costo di deviare un poco dal percorso ordinario del piano di studi.

Ma va bene, sarà stata comunque, alla fine, un’esperienza formativa e umana preziosa, che probabilmente ripeterà, da qualche altra parte d’Europa, o del mondo.

La seguo a distanza, rido e mi commuovo allo stesso tempo quando manda o pubblica foto e video di quello che combinano nella cucina comune della residenza universitaria con il gruppo ormai affiatato e solidale, che definisce “famiglia”, animato gastronomicamente, che ve lo dico a fare, proprio da Lula e dagli altri italiani.

Anche io piano piano sto cambiando, cerco di abituarmi al nuovo ruolo, ad aiutarla solo quando me lo chiede, ad essere più discreta, e non è proprio il mio forte.

L’altro giorno, dopo l’attentato a Strasburgo, Lula mi ha detto: mamma, avevamo deciso di andarci, prima di tornare in Italia. Ho tremato, ho pensato ad Antonio Megalizzi, che ieri non ce l’ha fatta a sopravvivere al colpo che gli ha sparato in testa il suo coetaneo attentatore.

Ma Lula è una ragazza europea, come Antonio. E la Francia in questo momento è casa sua, lo sarà anche quando tornerà in Italia, immagino. Nessuno fermerà queste ragazze e questi ragazzi, che realizzano vivendo quello che qualcuno si ostina a vedere solo come un insieme di regole da infrangere, di burocrati cattivi, di vincoli incomprensibili.

L’Europa è anche altro, è anche questo partire, vivere, mescolare esperienze, gusti, lingue. Potrà essere sicuramente migliore, un giorno, grazie a loro.

 

 

Non sono tutti uguali

Ci ho pensato un po’, e alla fine ho deciso di scrivere qualcosa sulla polemica di questi giorni scatenata su twitter dalle parole usate della conduttrice Nadia Toffa per annunciare l’uscita di un suo libro: “vi spiego come sono riuscita a trasformare quello che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, un’opportunità. Pieno d’amore.”

Una come me, che per tanti anni, attraverso questo blog, il portale collettivo Oltreilcancro e due libri, ha raccontato la malattia, la guarigione, intrecciato relazioni con altre donne per sconfiggere il tabù del silenzio legato al cancro, figuriamoci se non solidarizza con tutte le persone che scelgono di raccontare, esporsi, incoraggiare a infrangere lo stigma.

E quindi brava Nadia, e in bocca al lupo per il libro, ma soprattutto per te, per la tua salute e per la tua nuova vita.

Però proprio tu che sei una donna più esposta di altre, conosciuta, seguita e giustamente apprezzata anche per il modo in cui hai affrontato la malattia, la tua malattia, il tuo cancro, devi sapere che le parole, soprattutto se contratte nello spazio limitato di un tweet possono diventare pesanti, sbagliate, offensive, quando invece l’intenzione, lo capisco davvero, magari era solo quello di trasmettere un messaggio positivo, incoraggiante.

Perché no, i tumori non sono tutti uguali, come scrivi in risposta ai primi commenti perplessi, non è vero che se ce l’hai fatta tu allora ce la possono fare tutti, non è vero che basta curarsi, controllarsi, e metterci tutta l’energia positiva possibile per guarire.

Succede. A me è successo. Dopo quasi vent’anni dal primo cancro al seno, e tredici dalla scoperta delle sue metastasi, posso dirlo.

E tante volte ho incoraggiato altri a combattere con determinazione quella che definivo una battaglia (non una guerra, attenzione) anche quando le forze in campo erano drammaticamente impari. L’ho fatto con le mie amiche blogger che non ci sono più, Anna e Anna Lisa, l’ho fatto con mio padre, l’ho fatto con l’amica/sorella Silvia. Assenze che ora pesano troppo per lasciar correre riflessioni così leggere.

Certo che l’atteggiamento positivo aiuta a guarire. Qualunque malattia peggiora se il nostro stato d’animo è negativo. Il mio oncologo parlava sempre di concause quando tentavo di estorcergli parole definitive sulle cause del cancro. Sono convinta che molto dipenda da quello che ci accade dentro, traumi, stress, depressione. Ma il processo inverso è più complicato, e non dobbiamo colpevolizzarci se non riusciamo a governare la nostra mente al punto da rendere sempre reversibile il processo della malattia. Per fortuna in questo ci aiuta la medicina, la scienza, un sistema sanitario che permette anche a chi è più povero di ricevere le cure più avanzate. Anche questo però, certe volte, non basta.

Ho letto la sofferenza nei molti commenti di chi non può sentir definire una malattia che può uccidere e uccide “un dono”. Poi, purtroppo, c’è sempre chi esagera e insulta, senza nemmeno provare a comprendere che cosa significhi vivere con il cancro, con le terapie che sembrano più cattive del male, con la fatica, sostenuta però dal desiderio di ricominciare un’esistenza nuova, arricchita per certi versi (da qui, lo capisco, l’origine del tuo trasformare in dono), depauperata per altri.

Viviamo in tempi in cui la comunicazione può cannibalizzare il pensiero vomitando a singhiozzo paure, rabbia, meschinità, odio vero.

Per questo non ho affidato le mie riflessioni a twitter (riflessione e twitter probabilmente non sono termini compatibili), ma qui, nel mio vecchio blog, dove le parole si assestano con il tempo, i ricordi e le storie vissute.


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