Archive for the 'cinema' Category

Sliding doors

Ve lo ricordate il film Sliding doors? Cosa sarebbe successo se la protagonista (Gwyneth Paltrow), dopo essere stata licenziata, non avesse perso il treno della metro, non avesse subito un tentato scippo aspettando il taxi, non si fosse ferita alla testa cadendo, non fosse stata accompagnata in ospedale per mettere qualche punto, non fosse quindi tornata sufficientemente tardi a casa da non beccare il suo fidanzato a letto con un’altra? La storia parallela che avrebbe vissuto Helen se le porte della metro non si fossero chiuse permettendole di entrare e incontrare James, scoprire il tradimento del suo fidanzato, e iniziare una nuova vita, un nuovo amore, un nuovo lavoro, sembrerebbe decisamente migliore, almeno fino alla fine del film. No, giusto, non posso raccontarvi come va a finire.

Il tema è il destino e il suo intrecciarsi con la casualità di eventi della vita che possono (sembrano?) modificarne il corso: una porta che si chiude troppo presto, un ostacolo che impedisce un incontro, un incontro favorito da un ostacolo, scoprire o non scoprire un tradimento, dimenticare qualcosa, trovare altro.

Per una come me, che spesso si lascia andare ai rimpianti, ai “se le cose fossero andate così”, questo film è confortante: il destino segue percorsi imprevedibili, talvolta davvero crudeli, e il caso sembra avere la meglio sulla nostra volontà. Eppure, alla fine, quello che deve accadere d’importante nella nostra vita accadrà comunque. Per caso e per necessità. 

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Leggerezze della domenica

Considerazioni poco serie alla fine del fine settimana:

1. Prego chi ha il potere di farlo di abolire il Festival di Sanremo. O, se proprio volete tenerlo, di accogliere il suggerimento di Concita De Gregorio (oggi su Repubblica) per l’anno prossimo: che lo presenti Geppi Cucciari, accompagnata da due valletti maschi, possibilmente nudi. Non ditemi che se non mi piace basta non vederlo. No, no. Ho provato a non vederlo, ma la finale del sabato sera a casa di amici in parte sono stata costretta a sorbirmela, comprensiva del sermone celentanese. E dato che è pagato anche con i soldi del mio canone, posso dire che basta, è ora di chiuderlo o rivoluzionarlo.

2. Non ero abituata a dover esultare per un 7- di Lula. Ma l’impatto con il latino e il greco è stato duro, il resto così così, tranne per una perla di 8 in italiano scritto, unica nella classe, che inorgoglisce mamma e papà. Lei poi è stata talmente felice per questo 7- comunicato telefonandomi ieri a ricreazione – che eri che è ricomparsa a casa alle sette e mezzo di sera – ne era uscita dodici ore prima – con due orecchini in meno (uno era con Che Guevara), indossando una camicia a scacchi di taglia decisamente maschile non sua, e ripetendo come un mantra “sette meno, sette meno, sette meno”.

3. Guardando il meraviglioso film Hugo Cabret  di Martin Scorsese ho pianto e starnutito in egual misura.

La danza nell’anima

Tanzt, tanzt… sonst sind wir verloren

Danziamo, danziamo… altrimenti siamo perduti

Pina Bausch

Ieri sera Wim Wenders, presentando il film Pina alla Festa del cinema di Roma, ha chiesto chi tra gli spettatori avesse mai assistito a uno spettacolo di Pina Bausch. Non eravamo molti ad aver avuto questo privilegio. “Allora questo film è per voi” ha detto il regista, intendendo quella maggioranza di persone che ancora non era mai stata catturata dalla magia dell’arte della coreografa morta due anni fa e della sua compagnia di danzatori del Tanztheatre Wuppertal.

In realtà il film è anche per chi sa già quali scuotimenti dell’anima è in grado di procurare il teatro-danza della Bausch, e ogni volta ne esce trasformato, arricchito.

Con Pina si entra nel cuore del lavoro dell’artista, nella genesi delle sue coreografie, che risiede nello straordinario rapporto che lei stabiliva con i danzatori della compagnia, ai quali quotidianamente poneva domande, che osservava, ascoltava, entro cui scavava fino a tirar fuori frammenti dell’anima umana, espressi in gesti, sguardi, suoni, movimenti del corpo minimali o eccessivi, per danzare l’amore, la solitudine, il desiderio, la gioia, la paura, la natura, le pulsioni primarie, il lutto, la morte. La vita in tutte le sue sfaccettature. Una vita che dà sempre i brividi, di piacere o di dolore.

Insieme a Wenders ieri sera c’erano anche due danzatori romani della compagnia, in particolare la mia amica Cristiana, che qualche mese fa, sempre all’Auditorium, ha fatto una straordinaria conferenza danzata, Moving with Pina”, altro commovente omaggio al lavoro creativo di Pina.

Da ieri sera Sten non fa altro che rivedere su youtube questo pezzo del film, ne canticchia il motivo, e cammina per casa provando a coordinare i passi con quei gesti, di cui Cristiana nella conferenza ci aveva raccontato l’origine.

“Voglio impararli, voglio proprio impararli.”

E io con lui, sorrido, canticchio, stringo i pugni e avvicino i gomiti, li riapro, chiudo la mano, apro in alto le braccia, mimo il gesto del cucito, cammino, sorrido, canticchio.

Ecco, gesti semplici che diventano danza, e poi tornano ad essere gesti semplici, da fare canticchiando e camminando per casa, ripensando alle coinvolgenti immagini in 3D realizzate da Wim Wenders, alla bellezza dei danzatori che omaggiano la loro coreografa, a un assolo sulle punte per strada, a un altro nel bosco di Wuppertal, a lei, Pina, che danza ad occhi chiusi in Café Müller.

Danziamo, danziamo… altrimenti siamo perduti

Ripensamenti e pensieri di una bloggheressa inquieta

Non scrivo più come una blogger. Non mi sento più la bloggheressa di un tempo, anche se spesso vorrei ricominciare a vedere le cose che mi accadono e che accadono nel mondo in quel modo lì, con la stessa urgenza di raccontarle e condividerle.

Sono passati quasi sette anni, ma non posso imputare questo cambiamento solo al tempo passato, alla stanchezza, oppure al fatto che in questi anni non sono stata solo una blogger, ma una cancer blogger. E che questo ha cambiato un bel po’ la fisionomia di questo posto, il genere di persone che ci capita o che lo legge. Che poi, essendo  libera dalla malattia, come si dice in linguaggio medico, da molto tempo, non mi sento nemmeno più propriamente una cancer blogger. Oscillo tra l’esserlo per esperienza e non volerlo essere per scaramanzia. Mi dibatto tra la necessità di essere sempre e ancora più vicina a chi così libero non è, e l’altrettanto potente urgenza di occuparmi con più impegno di altro. In questo stallo il blog dondola, a tratti annaspa, si chiude a riccio, riemerge con fatica nei momenti più duri.

Sono successe cose sulle quali in altri tempi avrei subito scritto dei post, il primo corteo studentesco di Lula, e la dolorosa manifestazione del 15 ottobre a Roma, devastata dalla violenza di pochi violenti tra una moltitudine di indignati pacifici, arrabbiati ma pacifici, scippati anche del diritto di manifestare, pacificamente e senz’armi.  E dopo ancora Roma, la mia città, colpita da un nubifragio che ha trasformato strade in fiumi ed è costato la vita a un immigrato cingalese rimasto intrappolato dall’acqua nel seminterrato in cui viveva. E poi l’orgia d’immagini del corpo del tiranno ucciso, l’interrogativo sulla fine delle tirannìe, e sull’oltraggio a un corpo responsabile di una moltitudine di oltraggi. La vendetta.

Ecco, a proposito di vendetta, oggi che ho visto il bellissimo This must be the place, ho in mente un’idea diversa e più accettabile di questa complicatissima passione umana.

 

 

 

Ri-organizzarsi e altre riflessioni

Il rientro non è mai una cosa facile e i benefici delle vacanze sembrano dissolversi in un attimo. Però in questa settimana sono già andata una volta al cinema, a vedere Terraferma di Crialese, un film ispirato dagli sbarchi di clandestini a Lampedusa, ma interamente girato nella più piccola e sconosciuta Linosa, che invece io ho riconosciuto subito dai colori scuri di sabbia e scogli, dal vulcano e pure dal cubo giallo che avevamo affittato io e Sten molti anni fa. Mi ha emozionato molto, sia il film che ripensare a quell’estate così lontana, la seconda che trascorrevamo insieme.

So che sarò molto emozionata anche lunedì, quando Lula varcherà per la prima volta da studentessa il cancello dello stesso liceo che ho frequentato io, e si fermerà a chiacchierare nel cortile, accanto alle fontane, le aiuole, i pini. Le mie amicizie più solide sono nate proprio lì, la mia formazione non solo scolastica, ma politica e culturale è frutto di quei cinque anni trascorsi felicemente in quella scuola, da cui sembra di non essere mai uscita, tante sono le persone che continuo a frequentare e incontrare, sempre. E sapete che c’è? Non mi sembra possibile che siano passati trent’anni. Eppure lo so, sarà cambiato tutto, e forse faticherò ad accettarlo. La cosa importante è che anche Lula possa vivere nel migliore dei modi questi anni che potenzialmente sono i più costruttivi – in termini esistenziali – di ogni altro periodo della vita.


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