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Ho bisogno di poesia

“[…]Ho bisogno di sentimenti,

di parole, di parole scelte sapientemente,

di fiori detti pensieri,

di rose dette presenze,

di sogni che abitino gli alberi,

di canzoni che facciano danzare le statue,

di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.

ho bisogno di poesia,

questa magia che brucia la pesantezza delle parole,

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi. […]

Alda Merini (da La volpe e il sipario)

Ho nostalgia di questo luogo, della consuetudine svanita a raccontare di me e assecondare il bisogno profondo di specchiarmi nelle parole e da qui ripercorre poi i fili intrecciati nella trama dell’esistenza.

Un modo allora inconsueto di trovare conforto e nutrimento per l’anima, esibire e nascondere con il giusto equilibrio, provare la sensazione nuova di essere compresa e conosciuta da estranei, lettrici e lettori che grazie a questa magia, sì, la magia che ci permette di raccontare al mondo intero quello che vogliamo, leggeranno tra poco queste parole.

Come ora, che la gatta è accoccolata su di me, il muso poggiato sull’avambraccio sinistro, mentre scrivo. E scrivendo avverto la vibrazione delle fusa, mentre le dita sfiorano i tasti con un tocco leggero per comporre queste frasi.

Un pomeriggio tranquillo, dopo il pranzo domenicale di famiglia, il cambio di stagione, se è vero che la stagione è cambiata dopo una lunga estate che pareva non finire mai.

Tra pochi giorni un viaggio a Budapest per festeggiare un compleanno importante di Sten, anche lui una cifra tonda, com’è stata la mia a maggio, come sarà quella di Lula a dicembre.

Anche per lei un viaggio, anche lei, la mia Lula ormai grande e diversa da come la raccontavo qui, Lula bambina.

 

 

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Respirare, meditare, riposare

Ho mantenuto una promessa importante, fatta più di quattro anni fa ad Anna, come ricordavo nel post con cui la salutavo.

Finalmente sono riuscita ad andare a un incontro introduttivo di meditazione nel centro che lei frequentava e con l’insegnante di cui mi aveva tanto parlato.

Purtroppo i seminari coincidono sempre con le lezioni di danza a cui non vorrei rinunciare, ma quelle due ore introduttive, nella grande sala del centro piena di persone, sono state sufficienti a insegnarmi piccole grandi cose, e a sentire Anna vicina, come non mi era mai accaduto prima.

Ho scoperto di non essere così digiuna di meditazione di consapevolezza, poiché la concentrazione sul respiro è sostanzialmente quello che si fa con il pranayama dello yoga.

Ma sono state importanti le parole dette da Neva, le letture che ha scelto per accompagnarle e spiegarle con maggior vividezza, da quelle della scrittrice olandese Etty Hillesum, morta nel 1943 ad Auschwitz, ad Agatha Christie di Poirot non sbaglia. Buffo no? Che c’entrano una scrittrice ebrea e il famoso investigatore creato dalla penna della nota giallista? C’entrano, c’entrano.

Sono state tante le frasi guida da tenere a mente per rendere più facile la pratica di una disciplina interiore da cui non mi aspetto miracoli o risultati facili, ma un aiuto a mettere in connessione armoniosa mente, cuore e corpo.

Riposare nel respiro, osservandolo con attenzione, accettare il bene del momento presente senza rinunciare alle buone intenzioni, ma senza affannarsi nell’attesa di qualcosa di meglio, in un altro tempo o in un altro luogo, o nel ricordo di ciò che ormai è passato. Coltivare la pace interiore e prendersi una pausa quotidiana anche solo per il breve tempo di un respiro profondo nel corso di una giornata caotica e faticosa.

Imparare a cambiare le abitudini inquinanti, che ci fanno essere aggressivi, chiusi, ostili ai cambiamenti, rabbiosi verso gli altri senza riconoscere che spesso il motivo di tanta rabbia e insofferenza è dentro di noi.

Non per colpevolizzarci, anzi, ma per essere più indulgenti nei nostri confronti e nei confronti degli altri, e imparare a non dare troppo seguito alle nostre idee preconcette ma a preferire la sperimentazione e la conoscenza diretta delle cose, senza temere l’ignoto.

Grazie, Annetta, ora capisco un po’ meglio il modo in cui hai affrontato tutto, soprattutto alla fine.

 

 

 

 

 

 

Vacante

Due settimane in una bella isola baleare, Minorca, con Lula, Sten, amiche, figli di amica. Stacco completo, totale, quasi imbarazzante, dalla vita quotidiana. Lunghe camminate per raggiungere le spiagge più belle attraverso il Camí de Cavalls, il percorso di sentieri costieri aperti anticamente in funzione difensiva. Contrasto tra le piccole cale incastonate tra i pini del sud, affollatissime, e le spiagge ambra circondate da rocce e terra rossa della costa nord, più aspra e fascinosa.

Tante mucche, i sandali avarcas di tutti i colori, il color ocra del centro di Ciutadella, i fari, le tapas, i tramonti spettacolari, il locale figo nelle grotte a strapiombo sul mare, i mercati del pesce, il nudismo.

Tutto già lontano, a pochi giorni dal rientro in città e al lavoro.

Tirare un sospiro di sollievo, e qualcosa in più

Sono stati ventiquattro giorni complicati. Insonne a giorni alterni, paura, brutti presentimenti, scatti di ottimismo, nervosa, nervosa, preoccupata, a tratti decisamente angosciata. Però mi sono aggrappata a quel “senza fretta” del radiologo, alla consapevolezza che l’autotrapianto di ciccia per rifare la tetta qualche falso allarme può provocarlo e ho rispolverato vecchie pratiche che in sostanza si traducono nel convincerti che tutto andrà bene, anzi, che tutto è già andato bene. Me lo sono palpato in continuazione, il noduletto scemo, cercando di confrontarlo con il cancro di diciotto anni fa. Un giorno non mi sembrava tanto diverso, sebbene più piccolo. Un altro sembrava essersi rimpicciolito.

Si è rovesciato il sale, un gatto nero ha attraversato la strada, e daje con le gocce di ignatia a gogo.

Finalmente oggi è arrivato il gran giorno. Sono andata a fare l’ago aspirato nel solito ospedale,  accompagnata da Sten con lo scooter, come ai vecchi tempi. Un’attesa molto meno lunga del previsto, e via, ennesima ecografia, il radiologo capo che è sembrato subito rilassato, scherzoso, poco convinto di dover fare ‘sto prelievo di cellule. Complimenti alla tetta ricostruita, e già, sarà colpa dei colleghi plastici e del lipofilling, ma no, non sarà niente. Però l’ago alla fine lo conficca, le cellule vengono prelevate e messe nel vetrino. Tutto dura pochissimo, e dopo, mentre stesa immobile sul lettino non capisco bene che devo fare, arriva la conferma, ufficiosa, che posso andare tranquilla, e aspettare senza preoccupazione la risposta ufficiale che arriverà tra una settimana.

Ero molto agitata, ho detto al dottor M., il radiologo capo.

Pure io, fa lui. Ma non capivo se scherzava, visto il clima di cazzeggio che c’era già da un po’.

Ho dato molto all’oncologia italiana, proseguo. Adesso però basta.

Mi ha sorriso, come ho immaginato mi avrebbero sorriso lui e l’infermiera che mi conosce bene, quando la notte scorsa mi sono convinta che non avevo niente da temere.

Allora mi posso ubriacare?

No, non lo dica a me, sono astemio.

Va bene. Sono semplicemente felice, e ho voglia di festeggiare.

Di gatte epilettiche e controlli non proprio tranquilli

Una settimana fa Pippi, la gatta, ha avuto una piccola crisi convulsiva, successiva a un frenetico inseguimento della propria coda. Mai successo. Mi sono spaventata, ci siamo spaventate, io e Lula, presenti durante l’episodio. Ma lei, Lula, è stata decisamente più brava di me, che piagnucolavo e gridavo senza riuscire a fare altro: si è sdraiata accanto alla micia e l’ha accarezzata finché non si è calmata.

Oggi ho fatto il controllo senologico annuale, con mammografia, ecografia e visita. E non è andato proprio liscio, ho vinto un ago aspirato da fare “senza fretta”, tra un mese, per esaminare un nodulo millimetrico che fino all’anno scorso non c’era. Ma niente panico, mi è piaciuto molto quel “senza fretta”. Magari nel casino della mia tetta destra, tra esiti della quadrantectomia e della radio di diciott’anni fa, cicatrice, esito del lipofilling ricostruttivo fatto da poco, ci sta che spunti fuori un noduletto innocuo, giusto un monito a non abbassare mai la guardia.

Ma sarà un mese lungo, sarò nervosa, ho già iniziato ad esserlo, e sì, preoccupata, almeno un po’, almeno il giusto.

 

 

 

 

 

L’anniversario

L’undici giugno di dodici anni fa è stata una giornata magnifica, come sa bene chi all’epoca già leggeva questo blog, e non si è perso il post che ho scritto all’indomani.

Il giorno del mio matrimonio con Sten, arrivato dopo dodici anni di amore, dieci di convivenza, e con una figlia di otto.

Un matrimonio che prosegue, più saldo che mai, anche se ne abbiamo passate tante, più o meno comuni a tutte le coppie di lungo corso.

Anche nei momenti peggiori siamo stati in grado di superare gli ostacoli e andare avanti, abbiamo faticato per riprendere la strada comune, quando sarebbe stato più facile, e forse piacevole, in quel momento, allontanarci l’uno dall’altra. Ci siamo ogni volta scelti di nuovo. Mai per inerzia, né per paura dell’ignoto. Ci siamo scelti perché ci amiamo, e amiamo ciò che abbiamo costruito insieme, con passione, gioia, e mettiamoci pure una buona dose di dolore.

Un anniversario di matrimonio, soprattutto in una storia come la nostra, è soprattutto il ricordo di un giorno speciale e felice. Un giorno speciale dentro una vita speciale.

Tanti auguri a noi due, amore mio.

Avvicinamento

I cinquanta si avvicinano.

Mi è presa male, per tante ragioni, non semplicemente perché l’idea di aver raggiunto mezzo secolo di vita costringe a fare i conti con il tempo che sfugge. Sì, certo, questo è già un motivo per abbandonarsi alla malinconia.

La ragione più grande è che non c’è più Silvia, l’amica con cui avrei sicuramente condiviso lo stesso passaggio organizzando insieme una grande festa.

Non ho voglia di festeggiare perché accadono cose talmente brutte che la felicità scappa via a gambe levate.

Avevo pure iniziato a soffrire il fatto di non avere più la casetta sul colle maremmano, ma lo scorso fine settimana abbiamo sperimentato un modo diverso e molto piacevole di vivere quella zona tanto amata, che potremo ripetere in futuro.

Avevo sognato un grande viaggio, ma per ora ci limiteremo a una romantica tre giorni a Mantova con Sten, che non conosce la Camera degli sposi di Mantegna, Palazzo Tè, e le altre meraviglie del Rinascimento della città dei Gonzaga adagiata sul Mincio.

Ho rinunciato a partecipare a un convegno sulla medicina narrativa, dopo aver accettato mesi fa, perché davvero mi fa tanta fatica dover parlare ancora “della mia esperienza” e dover rimestare in quel passato che per troppo tempo ho vissuto come presente.

A quasi cinquant’anni devo imparare a non sentirmi obbligata a fare ciò che non è un obbligo.

Ma non voglio cedere completamente alla malinconia, né dimenticare i tanti motivi che ho per essere contenta di essere arrivata fin qui, anche se non è stato facile, né scontato.

Ma ci sono, e sto per compiere cinquant’anni.


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