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Essere Charlie

Quello che è accaduto a Parigi, la strage compiuta dai tre terroristi jihadisti nella redazione di Charlie Hebdo, e poi all’Hyper cacher, il negozio di alimentari ebraico, sta scatenando riflessioni, prese di posizione, paure, dubbi, in ciascuno di noi. Com’è giusto che sia.

Io, come tanti, appena saputo cos’era successo la mattina di mercoledì 7 gennaio, ho immediatamente sentito il dovere di identificarmi nel nome del settimanale satirico: je suis Charlie, non perché quei morti fossero più meritevoli della nostra indignazione e della nostra solidarietà delle tante altre vittime di terrorismo.

L’ho fatto, e continuo a farlo, perché con quella strage si è cercato di colpire, e nel modo più estremo e violento – l’uccisione – un valore irrinunciabile, il principio che dovrebbe discriminare in modo netto una cultura democratica e tollerante da una cultura totalitarista e intollerante, una civiltà da una inciviltà: la libertà di espressione, la libertà di criticare, irridere, disgustare, offendere, sì, anche offendere, senza per questo rischiare di morire crivellati a colpi di kalashnikov, o di essere sgozzati, o di saltare in aria.

Eppure, anche in queste ore, leggo commenti che mi lasciano sgomenta. C’è chi, per carità, senza minimamente giustificare la strage, storce il naso verso le vignette più cattive, più blasfeme, più provocatorie, e rivendica la propria estraneità a quel modo di fare satira, perché alimenterebbe i focolai del terrore, perché provocherebbe quel tipo di reazioni. Perché, in sostanza, te la sei andata a cercare. Quindi, dicono, io non sono Charlie, non mi identifico con quei disegni, con il vilipendio nei confronti di una religione, quella islamica, che conta un miliardo e passa di adepti in tutto il mondo tra i quali gruppi di fanatici armati fino ai denti.

Per inciso, lo stesso Charb (il direttore di Charlie Hebdo) in un’intervista del 2011 aveva dichiarato “Charlie Hebdo è un giornale satirico che si oppone a tutte le Chiese a a tutti i poteri”.

Dunque, se c’è qualche fanatico invasato che sente la propria religione offesa al punto da andare a sterminare una redazione dobbiamo assecondare il fanatismo e limitare una libertà che tutti i totalitarismi soffocano, e che è costata e costa la vita a milioni di persone, nel corso della nostra storia?

In questo momento, mentre scrivo, si sta svolgendo un’immensa manifestazione a Parigi, donne, uomini, bambini,  per rispondere che no, assolutamente no, non si deve arretrare, cedere alla paura, al ricatto del terrore.

Je suis Charlie per me significa questo: ribadire che la libertà di espressione e la laicità dello Stato sono strettamente correlate e irrinunciabili, e che uno Stato democratico deve proteggere chi minaccia la vita di persone che criticano, offendono,  irridono, con mezzi espressivi, con i disegni, con le parole. E che non dobbiamo arretrare di un passo, piuttosto avanzare e diffondere con più determinazione questi principi, e respingere chi li calpesta.

Se sono stata retorica perdonatemi, ma la retorica non uccide nessuno.

 

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LA NOTTE PIU’ IN LA’

Oggi che si dovrebbe parlare del governo caduto io preferisco scrivere qualche parola sullo speciale di Ballarò andato in onda ieri sera, dedicato, attraverso il libro di Mario Calabresi Spostando la notte più in là e lo spettacolo teatrale che ne ha tratto Luca Zingaretti, alle vittime del terrorismo. In studio, oltre al figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso a Milano il 17 maggio del 1972, c’erano Benedetta Tobagi, figlia di Walter Tobagi, giornalista ucciso a Milano il 28 maggio 1980, e Marco Alessandrini, figlio del giudice Emilio Alessandrini, ucciso a Milano il 29 gennaio 1979.

Sembra un miracolo che il giorno dopo il solito teatrino d’insulti, la stessa trasmissione televisiva potesse regalare un momento così alto di testimonianza civile e umana, di ricostruzione storica e di memoria intima e collettiva. C’erano tre figli che hanno cercato di ricostruire la presenza di padri che quasi non hanno conosciuto, di colmare vuoti incolmabili. E soprattutto di capire quegli anni, denunciarne le aberrazioni, i luoghi comuni, e di mettere la giusta distanza tra vittime e carnefici. Che il tempo non può rendere tutto uguale e confuso oppure, al contrario, falsamente contrapposto.

Io avevo cinque anni quando è stato ucciso Calabresi, pochi più di suo figlio. Eppure sono cresciuta con la convinzione che quell’uomo fosse stato ucciso perché aveva buttato dalla finestra l’anarchico Pinelli. Pinelli e Calabresi invece pare che si stimassero, si regalavano libri, e che Calabresi avesse la colpa di essere dialogante e disponibile. Un facile capro espiatorio.

Mi sa che domani continuo, perché queste sì che sono storie importanti. Degne di essere raccontate e capite. Per riuscire a spostare la notte più in là.


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