Posts Tagged 'musica'



lasciarsi andare al flusso

Il titolo di questo post poteva anche essere fissa musicale. Che questa Go with the flow di Giovanni Allevi è diventata questo, dopo averla sentita a lezione di danza di Lula e aver ritrovato il cd che la contiene (No concept). Così Lula può fare prove supplementari, e io mi lascio andare, seguo il flusso, chiudo gli occhi e provo a immaginare quali parole potrebbero accompagnare questa musica. Parole d’accompagnamento, leggere e fluide. Non le trovo. Non ci sono. Riesco comunque a non vedere, almeno per pochi minuti, le schifezze che assediano il nostro mondo.

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POMERIGGIO CASALINGO

Sono in camera di Lula a guardarla mentre fa opera di bonifica nel suo cassetto del comodino. Anche lei comincia ad avere i cassetti delle memorie, pezzetti di tempo passato, vita vissuta, cose da buttare, altre da conservare, bigliettini, letterine della befana di babbo natale del topolino (per fortuna non nota che hanno tutte più o meno la stessa – mia – calligrafia). Quella della befana effettivamente l’ha insospettita (anche perché la vecchietta ancora resiste…): "mmmh, questa befana mi sembra che abbia una scrittura simile alla tua…" "macchè, non è vero per niente, io non scrivo così!" protesto io, convinta. Che poi è vero, ma lei ha solo trovato la scusa per demolire l’ultimo residuo di credenza infantile. "Questo non l’avevo mai letto!" esclama sfogliando un piccolo taccuino di viaggio. E’ il diario che io e Sten le avevamo scritto in Tanzania, durante il viaggio di nozze. Non se lo ricorda più. Ora lo ha messo da parte per leggerselo, io sono uscita dalla stanza, col mio pc al seguito, e me ne sono andata in camera mia, visto che lo studio è occupato da Sten. Mi sono ricordata di questa meraviglia (segnalata da A day in the life) e ho fatto partire With or without you degli U2. Oggi ha cucinato il maritino, ma i funghi stavano per bruciare mentre io stavo al telefono con Marco per dirgli che finalmente, dopo più di due mesi, ho trovato il suo libro, Zuppa inglese, nella cassetta delle poste. Mi era piaciuto molto (visto che non arrivava mi ha mandato il file), ma averlo nella sua originale e minuscola veste editoriale, autografato dall’autore, è sempre un piacere.

Vabbuò, è ora di mangiare.

ORFEO

Il 21 giugno se non resto bloccata nella Pontina dopo aver lasciato Lula al campo estivo dovrei cantare L’Orfeo di Monteverdi, che son giusto 400 anni dalla prima esecuzione dell’opera. Ancora non so se fingerò di cantare muovendo le labbra, visto che mi sento assai impreparata, ma siccome il maestro sostituto (il titolare purtroppo è stato precettato per un concerto a Bologna) vorrebbe che cantassimo senza spartiti potrei avere problemi anche nell’articolazione delle parole. L’unica soluzione è studiare, non saltare le prossime prove, e lasciarmi trascinare dalle altre contralte. Sulla carta dovrebbe essere una gran bella cosa (i solisti sono professionisti, eh!), e in tema orfico rivisitato abbiamo preparato anche un pezzo struggente dall’Orfeo negro, film del 1959 di Marcel Camus che vinse la Palma d’oro a Cannes anche per le splendide musiche brasiliane.

LA VIDA CANTA

Stasera alle 21, chiesa del Sacro cuore del suffragio (la finta gotica dietro a piazza Cavour), concerto del coro Todavìa canta. In programma Entre el espanto y la ternura di Silvio Rodriguez e vari canti popolari caraibici e venezuelani. Caciara finale insieme ad un coro venezuelano (como el nostro valoroso maestro Raimundo).

besos

IO BLOGGO?

C’è stata una persona, quel giorno là alla presentazione delle Untitl.ed, che alla fine ha abbordato una delle tre, e sembrava che non avesse capito proprio nulla di quello che era stato detto per un’ora. Credo che avesse le classiche “cose che ho scritto” da sottoporre all’attenzione… Poi, quando finalmente ha capito che per essere pubblicati da Untitl.ed bisogna avere un blog, si è rivolta a me, che stavo trangugiando le famose ciambelle e un bicchiere di vino rosso. Voleva che le spiegassi come si fa ad avere un blog. E quando ho cominciato a spiegarglielo mi ha chiesto il mio numero di telefono, visto che sono di Roma. Beh, no, il telefono no. Magari ti do l’indirizzo del blog, le ho detto, da lì puoi anche mandarmi una mail… Che poi non so nemmeno cos’è un blog, ha dichiarato candidamente. Non capivo perché una persona che non ha idea di cosa sia un blog fosse  presente alla presentazione di una casa editrice che pubblica solo blogger. Anzi, se per caso stai leggendo queste pagine, spiegamelo, ti prego. Io però un’idea ce l’avrei. Il titolo della presentazione era: “Come si costruisce un libro a partire da un blog.” Magari pensava che blog fosse qualcosa tipo plot? O blob? Insomma, alla signora interessava il risultato: come si fa a costruire un libro, punto e basta.

Io avevo ancora in testa le parole di Caracaterina sull’analogia della scrittura di chi scrive in rete e il colloquio notturno tra donne (in arabo samar), e ripensavo all’invisibilità di chi racconta e si racconta, e a quell’idea che ho lasciato fermentare per un anno di una storia sull’identità, lasciandola poi quasi marcire, come spesso accade. Poi magari un giorno spunterà una pianta bella robusta. E mi chiedevo ancora com’è diverso arrivare a una persona in carne e ossa dal blog, e com’è invece arrivare a un blog dalla persona in carne e ossa. Poco fa, a un’amica al telefono raccontavo che Lula ha un problema alle corde vocali, e dovrà fare rieducazione. Ah sì, mi ha detto lei, l’avevo letto sul blog…  Uh, già, l’avevo scritto. O come l’anno scorso che un caro amico che vive in un’altra città mi ha fatto una scena di gelosia perché la sera prima avevamo parlato e il giorno dopo sul blog aveva letto un mio sfogo, un momento di cedimento strutturale, di cui non aveva avuto sentore durante la telefonata. E tutte le volte che vorrei raccontare qualcosa a mia sorella, e invece lei già lo sa, lo ha letto. Forse dovrei essere più reticente, o magari inventare qualcosa. Poi però mi accorgo che pure scrivere i racconti a puntate non funziona, passa troppo tempo e l’urgenza di quella storiellina è già svanita.

Sto perdendo il filo. Può succedere. Prima il ricamo della mia bella sciarpa indiana si è tutto sfilacciato e ho quasi rischiato lo strangolamento.

Meglio che vada a ripassare gli spartiti per il concerto del 18. Sì, il 18, come ogni santo natale, il coro Todavìa canta si esibirà con un repertorio variegato.

LA NOTTE PRIMA

La mia notte bianca è stata quella della vigilia, con il concerto a piazza di Siena finché Lula ha resistito. Camminando per Villa Borghese, in ritardo, arrivavano le note di Quando alla chitarra, seguite dalla voce inconfondibile di Pino Daniele. Ci siamo messi a canticchiare tutti e tre, e quando abbiamo raggiunto la piazza stracolma il pezzo era già finito. Piano piano siamo riusciti a guadagnare un buon posto laterale, ma avanzato, alto abbastanza perché anche Lula riuscisse a vedere il palco. Lei adora Pino Daniele, e l’immagine dal maxi schermo non le bastava.

Poi c’è stata Elisa, che ci ha regalato un’interpretazione da brivido di Sitting on the dock of the bay e di Almeno tu nell’universo. Quando toccava a Ivano Fossati Sten ci ha trascinate fin sotto il palco, ma i primi accordi sparati dalle casse vicinissime ci hanno assordato e Lula a quel punto ha deciso che la nostra notte era finita, anche se era entusiasta del suo primo concertone. Le canzoni di Fossati ci hanno accompagnato per tutta la passeggiata di ritorno, mentre Villa Borghese brulicava di gente che andava e veniva, e che stava lì un po’ per la musica e un po’ per esserci, come sarà accaduto anche per i due milioni e mezzo della notte bianca.   

SPARITA!

Sten fissava il monitor, io il soffitto. Dopo un paio di respiri trattenuti il radiologo ha sorriso scuotendo la testa: “a una prima occhiata direi che non c’è più… Ora guardiamo meglio.”

Abbiamo sorriso tutti, lui continuava a passare l’ecografo sul fegato spingendo e chidendomi di trattenere il respiro. Ero così contenta che l’apnea mi riusciva benissimo. Ormai conosco bene il significato dell’espressione del suo viso, e dei tempi, le pause, i silenzi. Abbronzato, rilassato, senza camice bianco ma in tenuta estiva, casacca a maniche corte e pantaloni di un bel verde chiaro. Stavolta il silenzio è durato pochissimo, soprattutto dopo aver tirato fuori le immagini dell’ultima eco, e averle confrontate con quello che si vedeva sul monitor. “Guardate anche voi, vedete? E’ esattamente lo stesso punto, e quell’ombra nera non c’è più.” Sten si è avvicinato al monitor, io ho smesso di fissare il soffitto e mi sono voltata. Macchia nera la conoscevo bene, me l’ero guardata e riguardata tante volte, e mi sembrava orrendamente simile a quella che mi hanno tolto. Non c’era più. Non si era semplicemente ridotta. Non c’era proprio più.

“Insomma, allora era proprio…?”

“Sì, mi pare che non ci sono dubbi.”

“Ma come mai la prima tac, la Pet, e i chirurghi non l’avevano vista?”

“Era più profonda delle altre, che invece hanno potuto vedere ad occhio nudo, o palpando. Quando sono superficiali fanno un bozzetto.”

“Allora, viva il Taxotere!”

Lunedì con Zeta festeggeremo ancora un altro po’.

 

Alleggeriti e felici come non lo eravamo da tanto tempo, siamo andati a sentire il concerto del nostro coro. Mi è dispiaciuto non essere lì per cantare, è stata comunque una bella emozione trovarmi per la prima volta tra il pubblico, e sentire finalmente che effetto facciamo a chi ci viene ad ascoltare. Un bell’effetto, davvero. E poi siamo stati molto festeggiati dagli amici coristi, dal grande maestro venezuelano, e durante la pizzata abbiamo promesso che a ottobre, quando ricominceranno le prove del lunedì, ci saremo anche noi.

 


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