Andatevene

E’ come sparare sulla croce rossa. Ma le parole insultanti del solito, pessimo, ministro Sacconi meritano di essere condannate come espressione di un’idea retriva e discriminatoria della società. Naturalmente, dopo la prima dichiarazione alla Conferenza nazionale sulla famiglia, è seguita una “rettifica”, viste le sacrosante reazioni che aveva suscitato il sostenere che lo Stato debba aiutare solo “la famiglia naturale, fondata sul matrimonio, e orientata alla procreazione.” Non mi stupisce più di tanto, visto il personaggio. Certamente ha cercato di compensare i bunga bunga berlusconiani strizzando l’occhio ai vertici vaticani.

Io mi sono sposata dopo una lunga convivenza, quando Lula aveva otto anni. Secondo il ragionamento del ministro del Welfare (eh, sì, osano chiamarlo così) in quegli anni non sarei stata meritevole di avere gli stessi sostegni di una famiglia regolare.

Ma di che stupirsi? Sacconi era quello che quando ci battevamo perché l’ospedale San Giacomo – appena ristrutturato -non chiudesse disse che lui, se ce lo avessero portato in lettiga avrebbe fatto di tutto per uscire dalla porta posteriore, e andarsene. Alla faccia di un ministro del Welfare.

Pompei crolla, il Veneto è alluvionato, e io non mi sento tanto bene. Almeno non fino a quando non se ne andranno tutti a casa: Berlusconi, Bondi, Sacconi, Tremonti, Bossi, Gelmini eccetera eccetera.

Non ne posso più di vergognarmi di vivere in questo paese. Non ne posso più di sentir parlare più festini, ragazzine, ricatti sessuali e cricche. Oppure di cronaca nera trattata con morbosità.

Voglio che si ricominci a parlare di politica, di idee, di progetti per non sprofondare ancora di più nella melma fetida. Non mi basta che implodano per cause interne. Bisogna contestarli tutti i giorni, come oggi in Veneto e a L’Aquila.

Davvero. Cos’altro bisogna aspettare per avere un sussulto collettivo di dignità?

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Dubbi

 

Sten mi ha chiesto se per caso non mi sia cominciata a stancare del blog. Sì, forse, un po’. Che ti avevo detto? Già, lui l’aveva detto. O meglio, lui è sempre stato molto critico sulla faccenda, e non gli ho fatto cambiare idea. Io invece immaginavo che ci sarebbero stati momenti così, dopo l’entusiasmo iniziale. Almeno cambia un po’ la grafica… Vabbè, ma in fondo la grafica non è poi così importante quanto quello che si scrive, no?  

Errori

 Quasi sempre quando si sta per compiere un errore si sa che lo si sta compiendo. Così capita a me, che sono talmente impulsiva da rasentare il patologico. Dopo c’è un difficile percorso che va dal tentativo goffo di mascherare l’errore, al riconoscimento sofferto e, infine allo sforzo di rimediare. Però l’errore è stato fatto. Sta lì, non è irreparabile, ma il suo effetto negativo dura nel tempo. Fare tesoro dei propri errori è un’impresa durissima. Molto più facile è la coazione a ripetere. E qui il cerchio si chiude: sai che stai per compiere il solito errore ma è più forte di te, lo hai compiuto.

 

Mi ricordo di Arafat, quando venne a Roma nel giugno dell’84, in via delle Botteghe Oscure, per rendere omaggio a Enrico Berlinguer. S’intravedeva la kefiah, poi partì un applauso scrosciante a cui rispose con un sorriso. Era commosso. Eravamo tutti commossi, per quel leader che se n’era andato troppo presto e per quel popolo senza terra che Arafat rappresentava.

Sono passati ventanni, il PCI di Berlinguer non c’è più, Arafat è morto e la Palestina continua a non esistere.

Un diluvio si sta abbattendo su Roma da stanotte. La mia gatta ha miagolato disperatamente sperando di poter fare comunque i suoi giretti quotidiani nei giardini della strada. E’ riuscita a trovare una via d’uscita, ma il muro di pioggia l’ha convinta a tornare.
Ieri ho tirato un sospiro di sollievo festeggiando il compleanno del mio oncologo zen e i miei cinque anni esente da recidive con una visita piuttosto rassicurante.
Ha smesso di piovere e il sole si è affacciato, timido ma tenace.

Stanotte ho fatto un sogno. Di quelli che non serve interpretare perché dicono tutto esplicitamente. Stavo facendo un esame medico, ma si svolgeva in una stanza enorme che faceva anche da sala d’aspetto. Così mi trovavo a torso nudo davanti a decine di persone tra medici, infermieri e persone sedute in attesa del loro turno. Mi ero dovuta togliere strati di vestiti informi, magliette, maglioni, grembiuli. Come se avessi cercato di nascondere quello che poi ho dovuto mostrare senza neanche troppa vergogna. Sono evidenti due cose: l’ansia per gli esami a cui mi sono appena sottoposta e che tra due giorni passeranno al vaglio del mio oncologo, e la novità del blog con cui posso mettermi a nudo di fronte a persone del tutto sconosciute.

Ci vuole una certa dose di narcisismo quando si scrive un blog. Sai che qualcuno ti ha letto e che magari si è preso anche il disturbo di commentarti, o di farti gli auguri. A proposito, grazie mille ai tre che lo hanno fatto (il quarto l’ho ringraziato di persona…). Ero partita con l’idea di scrivere qualcosa che potesse servire a chi ha vissuto, o sta vivendo ora, la mia stessa esperienza. Ma non voglio scivolare sul patetico. Così ho deciso di scrivere di tumore al seno solo quando non posso farne a meno. In questi giorni si può dire che non pensi ad altro, visto che sta per arrivare una data fatidica (cinque anni dall’operazione) e sono in piena fase controlli di routine (che non è mai una routine, ovviamente). Appena avrò scavalcato quella tappa e magari aver raccontato un po’ in questo blog cos’è significato per me affrontare una schifezza del genere a trentadue anni, mi sentirò meglio.


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