Perdersi

Venerdì pomeriggio. Imbocco la strada di casa, a senso unico e dopo pochi metri sono costretto a svoltare a sinistra perché le auto tornano indietro contro mano. Non mi preoccupo, è già successo in passato, per lavori, o qualcosa che ostruisce il passaggio, come un ramo. Invece una signora dal finestrino aperto dice una ragazza di 17 anni si è buttata dal quarto piano. Ma perché, cazzo? Come si fa? Perché a diciassette anni, in un quartiere “bene” di Roma, una ragazza decide di rinunciare al proprio futuro? Comincio a fare mente locale, nel mio palazzo non ci sono diciassettenni al quarto piano. Però mi s’incolla addosso la sensazione di vicinanza con la tragedia che deve essersi consumata. Riprendo la strada dalla fine, una signora mi aiuta a immettermi contromano per parcheggiare. Dopo la curva c’è l’ambulanza che blocca il passaggio, tre macchine della polizia parcheggiate, ragazzi dall’aria smarrita e con gli occhi lucidi. Casa mia è poco più avanti, dal lato opposto. “La figlia della professoressa” sento mormorare. La figlia della professoressa, la professoressa di Lula delle medie che qualche giorno fa mi ha dato un passaggio perché mi ha visto correre trafelata per fare mezz’ora di baby sitter al posto di Lula, che sarebbe arrivata un po’ in ritardo. E quante volte abbiamo chiacchierato incrociandoci davanti casa, le era piaciuto tanto il mio libro, lo aveva letto perché la riguardava direttamente. Sì, quello è il palazzo della professoressa. E la professoressa ha una figlia, Lula me l’ha indicata varie volte, con la sigaretta in mano e i capelli che cambiavano spesso colore. Può avere diciassette anni.

Col cuore in gola arrivo davanti casa, il figlio dei vicini, affacciato al balcone, mi racconta quello che ha sentito, quello che sa.

Abbraccio un’altra ragazza, anche lei ex allieva della professoressa, inizio a piangere, e faticherò a smettere.

La strada ha iniziato a riempirsi di persone, amici, allievi, ex allievi, genitori di allievi e di ex allievi. Tutto il pomeriggio, fino alla sera. Hanno iniziato a circolare spiegazioni, ricostruzioni, dinamiche, lacrime e incredulità.

Quando più tardi saliamo, insieme a Sten e a Lula, l’abbraccio e mi sussurra che noi abbiamo “quella” cosa in comune. Ma avere quella cosa in comune non mi aiuta a trovare parole che non siano prometterle che può contare su di me, abitiamo vicine, t’invito a cena. Bene, ma cucino io, risponde lei.

Al funerale il papà della ragazza ha invitato i tanti ragazzi presenti, disperati, e  noi genitori, sgomenti, ad amare e amarci di più, senza dimenticare che l’amore va dichiarato, manifestato. Sempre.

Continuiamo ad andare dalla professoressa, ad abbracciarla, a parlare di tutto e di niente, a riempire la casa dove altrimenti resterebbe sola, straziata da un dolore che adesso sembra solo un euforico stordimento.

E domani tornerà a scuola, dai ragazzi – almeno ci provo, ha detto.

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6 Responses to “Perdersi”


  1. 1 mamiga72 28 maggio 2012 alle 07:15

    Come si fa a commentare un fatto del genere… :(((

  2. 3 rita 28 maggio 2012 alle 08:19

    Terribile…
    sono due anni che ad una mia carissima amica è mancata la figlia, arrivata alla stazione, morta, sul treno: arresto cardio – circolatorio.
    E’ una tragedia disumana e passato lo stordimento, sarà durissima….

  3. 4 ziacris1 28 maggio 2012 alle 14:44

    non ci sono parole per commentare la perdita di un figlio

  4. 5 milva61 28 maggio 2012 alle 20:29

    Week end terribile. Invidio gli animali che vanno in letargo…

  5. 6 Angela 1 giugno 2012 alle 15:29

    senza parole, povera quella mamma! Angela


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