Appunti su The wounded storyteller

Ho molto da leggere, per questo scrivo poco.

The wounded storyteller di Arthur W. Frank è un libro interessantissimo, me lo sto studiando, sottolineo, appunto, traduco, rifletto.

Prendete questo post come un foglio di appunti tratti da questa lettura, se siete allergici all’argomento statemi bene e passate altrove.

Il narratore ferito è la persona malata che avverte la necessità di raccontare la propria storia, di trovare una propria voce attraverso cui ricostruire la mappa esistenziale che l’esperienza della malattia stravolge.

Nell’epoca premoderna  non si sapeva cosa significasse essere malati. Il più delle volte ci si metteva a letto, circondati dalle cure di parenti e vicini, e si moriva.

Nell’epoca moderna la persona malata si rivolge al medico, che legge i dolori del corpo come sintomi e utilizza un linguaggio specialistico e spesso oscuro, redige cartelle cliniche che diventa la storia ufficiale della malattia.  Il malato diventa paziente, accetta che gli venga sottratta la propria voce personale in favore della voce dominante della medicina, e si arrende alle cure del medico per sopravvivere.

La persona malata dell’era postmoderna sente invece il bisogno di articolare l’esperienza  di cui è protagonista con la propria voce, distinta da quella della narrazione medica dominante.

Raccontando la propria storia ridisegna quella mappa che la malattia ha fatto saltare, individua nuove destinazioni, e rappresenta un percorso di vita anche per gli altri, testimoniando come sia possibile l’esperienza di ricostruzione di un sé ferito.

Raccontare storie di malattia è il tentativo di dar voce a un’esperienza che la medicina non può descrivere, anche se è grazie alla medicina se quella voce esiste, perché è grazie ai progressi della medicina se è nata la società di remissione: la società di cui fanno parte tutti coloro che stanno effettivamente bene ma che non possono mai essere considerati (e forse non riescono a sentirsi) completamente guariti, che vivono sulla scia di una patologia che muta per sempre la prospettiva di vita.

Per ora ho due certezze: faccio parte della società di remissione, e ho vissuto un’esperienza di malattia postmoderna.

 

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5 Responses to “Appunti su The wounded storyteller”


  1. 1 4p 26 febbraio 2012 alle 23:52

    Urca gente che roba affascinante, ma complicata.
    Le tue due certezze sono tali, io sono un po’ tarlucca e mano, mano devo rileggere per capire meglio.
    Spiegami un attimo, la mappatura di un sè ferito può causare la malattia?
    Non penso tanto alla somatizzazione di un fatto esterno come fonte di causa, ma ……….., potrebbe essere???
    Sono molto confusa, scusami, sto facendo un casottone.
    Pat

    • 2 Giorgia 27 febbraio 2012 alle 23:32

      Sei molto confusa, cara Pat, o forse più probabilmente lo sono io 🙂
      Ma no, non la nuova mappa viene costruita dal sé ferito a causa della malattia. Non si capiva eh?

  2. 3 Camden 27 febbraio 2012 alle 18:51

    E’ un argomento interessante, sviscera il senso della blogterapia, e capisco come mai ti stia appassionando tanto. Buona lettura!

    • 4 Giorgia 27 febbraio 2012 alle 23:38

      Brava, esatto, si sta chiarendo tutto quello che ho e abbiamo fatto in questi anni. Riesco a capire il motivo profondo che ci ha spinto a reclamare la nostra voce con la quale narrare la nostra esperienza, smettendo di essere meri casi clinici. Grazie, poi te lo presto 🙂

  3. 5 wolkerina 28 febbraio 2012 alle 10:25

    sono riflessioni importanti queste, e mi fa un certo effetto (in senso positivo) questa meta-analisi della blogterapia e più in generale della medicina narrativa. Usare la propria voce, ridisegnare la propria mappa per me significa far sì che venga ridimensionato il divario tra ciò che il medico vede e cura (il corpo) e ciò che proviamo e aspiriamo (la mente)..


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