Critiche e riflessioni

Pensavo di dedicare un post all’unica – almeno esplicita – critica negativa e feroce all’articolo uscito su Vanity fair. Critica scritta su Facebook da Marco, che capitò sul mio blog nel 2007 e dopo averlo letto da cima a fondo mi scrisse che mi voleva bene, per quello che scrivevo e per come lo scrivevo. E decise di raccogliere in unico file  tutti i miei post pubblicati fino a quel momento invitando i lettori del suo blog a scaricarlo per leggerseli come fosse un libro vero.

A Marco pure io voglio bene, anche se non ci siamo mai incontrati, ci siamo parlati qualche volta al telefono, scambiati diverse mail e diventati amici su Facebook.  Ora, dicevo, lui ha scritto una lunga nota in cui sostanzialmente accusa la giornalista di aver scritto un’articolo intriso di retorica buonista, da cui non trapela la sofferenza e l’inevitabile incazzatura di chi ha il cancro e lo racconta. E critica alla radice la nostra idea che scrivere sia terapeutico perché, scrive

all’inizio forse sì, è davvero blogterapia, quando scrivi e sai che ti leggono soltanto sconosciuti davvero arriva la catarsi, l’eliminazione della tossicità e la rigenerazione dei pensieri che condizionano l’umore. poi no, quando ti legge la moglie del tuo oncologo, tua figlia che prima aveva 5 anni e adesso 13 e ha il suo profilo facebook, tuo marito e la cugina che ti ha chiesto l’amicizia e sai che in fondo spettegola se non gufa, allora no, non è più blogterapia, è un’altra, l’ennesima maschera che si è costretti a calzare.

io leggo e spesso mi dico: cazzo, dacci dentro, sputa quella merda che hai dentro, e non certo per colpa tua, fottitene di chi ti circonda, di tuo marito, dei tuoi figli, delle tue amiche, di chi commenta il blog, mandaci tutti affanculo.

te lo puoi permettere, fidati.

invece.

queste donne non sono sé stesse.

perché scelgono cosa raccontare: non viaggiano con una webcam sulla spalla, e pure l’avessero dovremmo distinguere a seconda se sapessero di averla o fossero ignare.

non è così di per sé la vita, non scegliamo cosa raccontare a chi ci circonda, secondo intensità di confidenza?

queste donne raccontano una parte di sé, non sono sé stesse perché scrivono sapendo di essere lette, dopo un po’ i commentatori sconosciuti diventano amicizie virtuali, io so chi sono e cosa scrivo, io non conosco chi sei tu e come tu reagisci.

il blog da terapeutico diventa un altro luogo in cui recitare la parte del malato di cancro: il malato di cancro deve tranquillizzare chi si interessa a lui e dà sostegno, l’intreccio è perverso, il consolato diventa consolatore, c’è qualcosa di perverso nel meccanismo che spesso si forma sui blog, il malato che non scrive per un po’ e il commentatore abituale che si preoccupa, che è preso dall’ansia da notizie, che vuole sapere. la parte del malato di cancro in questi casi è scritta: deve minimizzare, deve sorridere, deve dire che non molla, che non si perde d’animo, lo scopo è tranquillizzare il commentatore in ansia.

anche se sta di merda.

anche se vorrebbe mandare tutti affanculo.

La retorica buonista io nell’articolo non l’ho trovata, anche perché, se ci fosse, vorrebbe dire che siamo state noi a trasmetterla, con le nostre riflessioni raccolte piuttosto fedelmente dalla giornalista.

Io credo di essere me stessa anche se, e direi proprio perché scelgo cosa scrivere, ometto, taccio per un po’, alludo. Questo non significa che indosso una maschera o recito una parte. E perché poi dovrei aver voglia di mandare tutti affanculo se ho scelto di raccontare pubblicamente quello che mi succede? Quella rabbia che Marco vorrebbe veder deflagrare viene sublimata dalla narrazione. E la narrazione può aiutare a stare meglio, a dare più forza alle cure mediche e rendere più salda la psiche ferita.

Almeno per me è stato così, quando ogni giorno scrivevo di quelle cellule cancerose che si erano risvegliate nel mio corpo e di tutto quello che facevo per distruggerle. Come ho detto all’autrice dell’articolo, e come ho tentato di spiegare durante la presentazione del libro, raccontare era un modo per riuscire a  filtrare  gli accadimenti e tenerli sotto controllo. Raccontare mi permetteva di esercitare quel distacco nei confronti della mia stessa vita che solo permette di non essere paralizzati e sopraffatti dal dolore e dalla paura.

la loro è una narrazione che è arte.

prendi le loro storie, accetta l’ipotesi che non raccontano tutto di sé ma soltanto quello che va loro di raccontare a seconda del tempo e dello stato d’animo, leggile lungo un arco medio-corto, due anni, tre anni di blog: quello siamo noi.

siamo noi nel rapporto con la malattia che non si può dire, il male incurabile, il male che quando va bene si cronicizza, siamo noi con le credenze, i riti, le speranze, i luoghi comuni, la fede, siamo noi come siamo noi quando siamo messi in condizioni estreme. prendi i blog e intendo prendi anche i commenti: perché si parla sempre dell’autore del blog ma nella visione artistica del loro raccontarsi i commenti sono parte integrante, c’è il nord, il sud, la scolarizzazione più elevata, la fede, la bontà, il buonismo, c’è tutto.

cos’è se non arte – definiamola contemporanea, va bene – un qualcosa che destruttura la realtà così come siamo abituati a intenderla e ti costringe a ri-strutturarla secondo parametri e forme diverse?

Ovvio che Chiara non ha potuto leggere i nostri blog nell’arco degli anni, ci ha scoperte da poco e da quel poco che ha potuto leggere ha tratto un’idea a mio parere veritiera del senso di ciò che abbiamo fatto e facciamo. E che vorremmo fare, se ne avessimo la possibilità. L’ipotesi che non raccontiamo tutto credo l’abbiano accettata tutti coloro che ci leggono, con un minimo di continuità.

Se non avessi incontrato mister c. due volte, e scritto in questi sei anni, elaborando giorno dopo giorno un pensiero mio su come vivere la malattia e ricercare la guarigione, non so in che modo avrei reagito alla rapidità con cui questo maledetto male si è portato via mio padre. Sarebbe stato tutto molto diverso.

Mi sbaglierò, ma credo che alla base delle critiche di Marco ci sia questo: lui non è un malato di cancro ma ha visto sua madre morire. E questo cambia radicalmente la prospettiva delle cose.

Ieri sono andata a trovare Anna in ospedale, e mentre stavo lì, ai piedi del suo letto a chiacchierare con lei e suo marito, mi sono sentita felice. Sfogliavamo Vanity fair sghignazzando sui ritocchi che sicuramente la fotografa ha fatto per renderci così giovincelle. Alla faccia di mister c.

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18 Responses to “Critiche e riflessioni”


  1. 1 graz 21 marzo 2011 alle 00:43

    Boh, io credo che Marco in qualche modo abbia ragione. Nel senso che il blogging in generale, non necessariamente il cancer blogging, è ANCHE tutto quello che dice lui; è pure vero che nel tempo perde quelle caratteristiche di anonimità che rendevano la scrittura completamente libera e profondamente catartica.

    Ma questo non diminuisce di una virgola la possibile validità della blogterapia per parecchie ragioni.

    Per essere di fatto una cassa di risonanza e financo di consolazione dei propri stati d’animo, per essere un modo per razionalizzare e rendere comprensibili (a te per prima) i pensieri che ti si affastellano nella mente, per essere terreno di scambio di vissuti, occasione di riflessione sulle altrui esperienze.

    Si sceglie cosa raccontare, si sceglie quanto aperti o anonimi rimanere, a volte si raccontano cose che diversamente non si direbbero, e poi non è vero che nella realtà si trovino poi tutte queste persone disposte a starti sentire. Io trovo che man mano che si cresce (invecchia?) è sempre più difficile trovare un orecchio che abbia voglia e pazienza di ascoltare, viviamo di fretta e siamo tirchi di empatia, chi più, chi meno. Così come non è vero che il blog non venga usato per sfogare sentimenti negativi e/o di rabbia, o le incaxxature che ZiaCris ogni tanto butta fuori dove le vogliamo mettere?

    Questo è quanto io credo rispetto al fatto di scrivere un blog in assoluto, sono le mie ragioni ad esempio. Penso che in caso di malattia, ed il cancro è la MALATTIA delle malattie no?, questo sia ancora più vero.

    • 2 Giorgia 22 marzo 2011 alle 18:03

      mi piace l’espressione che hai usato “cassa di risonanza dei propri stati d’animo”. A volte c’è bisogno proprio di questo. E se si scrive un blog personale è quello che si cerca di fare. Però non sono convinta che l’anonimità garantisca maggiore libertà. Sì, certo in termini di sfogo immediato fose sì. Ma mi sento profondamente più libera quando riesco a raccontare senza nascondermi dietro un nick.

  2. 3 OrsaLè 21 marzo 2011 alle 09:11

    Ognuno può avere le sue opinioni, è indubbio.

    Ricordo però nel corso di questi anni che è capitato a volte, anche a te Giorgia, di dire non mi va più di scrivere perchè mi “sento obbligata” o che il fatto che avessero cominciato a leggerti troppe persone che ti conoscevano, inevitabilmente ti limitava nello scrivere quel che volevi.

    Leggo Wonder da un pò di tempo sul suo blog e devo ammettere che l’articolo è ben diverso dal suo modo abituale di scrivere là: non credo che sia buonismo, ma semplice reverenza per un mondo che ha appena sfiorato; leggo tutte voi 3 e in così poco spazio è riuscita a mostrare un pò come siete. O se preferisci (dato che manca il conoscerci personalmente), come apparite sulla rete.

    Non credo sia semplice parlare di cancro su riviste patinate: se sei troppo pane al pane ti dicono che sei eccessivo e macabro, se sfiori solo l’argomento ti dicono che sei buonista.

    L’importante, comunque, credo sia parlarne.
    Per non far sentire soli pazienti…ma anche parenti.

    Un abbraccio.

    • 4 Giorgia 22 marzo 2011 alle 18:08

      In parte ti ho risposto rispondendo a Graz. E’ vero che quando sono stata costretta a limitare quello che potevo raccontare ne ho sofferto, ma anche quello era un modo per elaborare un vissuto. Scegliendo cosa dire, alludendo a qualcosa che dovevo tacere.
      Anche io credo che Chiara sia riuscita a rappresentarci in modo fedele. Un abbraccio a te

  3. 5 Vale 21 marzo 2011 alle 09:43

    Io credo che quello che si scrive sul blog sia la verità. Magari non tutta. Magari tralasciando qualcosa, ma pur sempre la verità. Altrimenti perchè scriveremmo?E poi, anche con la consapevolezza che ti leggono persone che fanno parte della tua vita, penso che scrivere qualcosa, anche una cosa dolorosa, sia molto più facile che dirla a voce e che quindi sia sempre utile per dare sfogo ai proprio sentimenti. Non ho ancora letto l’articolo e quindi non so se sia o meno buonista. Ma credo che chi affronta la malattia in prima persona sia davvero più forte di chi ci sta vicino. E anche meno incazzato. Almeno io non sono mai stata incazzata quando stavo male. Ero triste, avevo paura, soffrivo. Ma non ero incazzata. E quindi non avevo neanche la necessità di cui parla Marco di “sputare il mio veleno”.

  4. 7 4p 21 marzo 2011 alle 21:24

    Ti dico come la penso in parole povere e non ricche di cultura.
    Io penso che sapersi relazionare in una condivisione sia molto difficile, ma molto salutare.
    Non si può quantificare nè il modo, nè il metodo.
    L’importante è aprirsi e saper ascoltare.
    Un ascolto che va al di là di un post scritto, quello che si percepisce tra le righe fa capire anche le cose non dette.
    Ognuna di voi, a mio parere, vive il proprio blog a modo suo.
    Vi accomuna, purtroppo la malattia, ma siete persone ben distinte e diverse. Le vostre personalità sono diverse, e il modo di parlare della malattia in modi altrettanto diversi vi ha aiutato e fa riflettere chi non lo è, perchè non dimentichiamolo mai, dietro l’angolo non sappiamo cosa ci aspetta. (Momento che tocco un pezzo di ferraccio).
    La voglia di mandare affanculo qualcuno, ritengo sia molto soggettivo, ognuno può liberare la propria anima, far esplodere la propria emotività, come ritiene più opportuno e non è detto, secondo me, che non scrivendolo significhi che in casa tua o per lo meno a voce tu non lo faccia. Perchè un bel affanculo a voce rende molto di più che scriverlo.
    Penso inoltre che, per chi perde un proprio caro a causa del cancro, la rabbia verso il mondo intero sia una lunga elaborazione che il lutto lascia.
    All’interno della nostra famiglia questo èaccaduto.
    Ti mando un grande abbraccio Giorgia e continua così. Scrivi tanto e un altro libro mi farebbe piacere leggerlo.
    Ciao Pat.

  5. 9 GinT 21 marzo 2011 alle 22:47

    Cara Giorgia, ho letto attentamente e vorrei dirti la mia.
    Premetto che rispetto il pensiero di Marco, soprattutto perchè io non ho vissuto la sua storia.
    Io credo sia inevitabile non raccontare tutto ma proprio tutto quello che vi succede nei minimi dettagli.Questo non credo significhi non essere sinceri.Anche perchè tu hai parlato più volte di tuo padre in modo esplicitamente doloroso e anche le altre due fanciulle in questione se c’è da andare giù pesante non esitano.
    Non mi pare che stiate qui ad accontentare il lettore.Sbaglio?
    E poi non mi siete mai sembrate arrabbiate.
    Come si accennava qui sopra credo che Chiara abbia fatto un ottimo lavoro, insomma non sarebbe stato facile nemmeno per me intervistarvi, a volte non so nemmeno se è il caso di scriverle qui certe cose…è stato detto “reverenza per un mondo che ha appena sfiorato” e condivido.
    Anche perchè l’articolo mi sembra che finisca con “la più grande aspirazione di una cancer blogger è non esserlo più” e credo che sia la verità, ovvero: è successo così, non si possono cambiare le cose, noi cerchiamo di convivere con questa nostra realtà, prendiamo il brutto come il bello.Almeno io personalmente vi ho sempre intese così.

    Voglio solo dirti una piccola cosa che spero ti farà piacere: ho fatto leggere l’articolo ad una persona che ha perso la sua mamma poco tempo fa a causa di un cancro; questa persona mi ha detto “in molte parole ritrovo i pensieri di mia madre”.
    Io aspetto il tuo libro…e chissà magari a Roma vengo davvero per conoscere te e Anna.
    Un abbraccio grande.

    • 10 Giorgia 22 marzo 2011 alle 18:25

      PEnsa che quell’ultima fase è stata proprio ciò che ha fatto scatenare Marco… Io sinceramente non so se aspiro a non essere più cancer blogger. Nel senso che esserlo stata è diventato un dato costitutivo, che mi ha cambiata molto e che resterà nel mio modo di affrontare anche una cosa che apparentemente non c’entra niente come la scrittura, il modo di scrivere, quello che si sceglie di scrivere.
      Mi fa piacere della reazione all’articolo
      Io e Anna, a anche Rosie, ti aspettiamo qui a Roma, eh?

  6. 11 Rosie 22 marzo 2011 alle 16:23

    Io da blogger, anzi da cancer blogger, posso dire che riesco solo a vedere l’aspetto positivo di un blog dove si racconta la malattia.

    E’ un po’ l’idea con cui abbiamo creato Oltreilcancro: fare sì che chi cerca informazioni sulla malattia non trovi solo statistiche pesanti, ma anche le nostre storie, con tutto il nostro CORAGGIO (perché sono convinta che ci sia), e la nostra voglia di reagire alla malattia, nonché le nostre esperienze.

    Che poi qualcosa di quello che scriviamo sia eventualmente filtrato, chissenefrega, intanto noi raccontiamo la parte che ci sentiamo di raccontare.

    E magari riusciamo anche ad essere d’aiuto a qualcuno, nel nostro piccolo.

    Almeno questo è lo spirito che abbiamo penso tutte in mente quando scriviamo e non credo sia sindrome della crocerossina “malata di cancro”.

    Insomma, cosa è meglio, starsene da soli a rimuginare con la voglia di mandare tutti “affanculo”? O scrivere e trovare sfogo e conforto nella condivisione con gli altri?
    Io non ho dubbi…

  7. 13 Chiara 22 marzo 2011 alle 17:44

    Le critiche, se costruttive, fanno bene. Nello scrivere questo pezzo io ho fatto una scelta ben precisa: non commentare. Non lasciare spazio a pietismo inutile, a voyeurismo da dolore, a didascalie malcelate. Le domande erano mie, ma la voce era la vostra. Mi sembrava il modo più giusto per raccontare le vostre storie, e tuttora questo è l’unico modo in cui avrei potuto scrivere il pezzo. Può sicuramente essere raccontato in altri modi, più o meno intensi, più o meno giusti, da altri giornalisti. Questo è stato il mio.

  8. 15 Vale 23 marzo 2011 alle 10:40

    Adesso ho letto l’articolo..e voglio ringraziare anche io Chiara per quanto ha scritto e per come lo ha fatto. E vorrei ringraziare anche te Giorgia e Anna e Anna Lisa per aver dato voce ai nostri pensieri. Perchè credo che tutte condividiamo quanto voi avete espresso!

  9. 17 l. 23 marzo 2011 alle 19:16

    un post intelligente e interessante, che mette sul piatto molte questioni altrettanto interessanti. sull’articolo di chiara: aldilà dei gusti o delle considerazioni di carattere personale (anch’io a dire il vero ho trovato spiacevole, o meglio incongrua, la frase finale), bisogna riconoscere che non è facile parlare di cancro su un settimanale più o meno edulcorante e edulcorato come vanity fair, e che lei ha saputo evitare la deriva voyeuristica così come l’ottimismo urticante da pink ribbon.
    sulla blogterapia: chi parla di sé per condividere e alleggerire il dolore e il senso di sperdimento (e come dici tu solo chi è o è stato malato può capire quanto questo sia possibile) non mira all’invettiva, al vomito autoreferenziale o alla rabbia vaporizzata (per quelli ci sono semmai altri luoghi), ma allo scambio e al racconto, a un tipo di narrativizzazione che possa dare luce e significato al proprio vissuto. questo mi pare ovvio, e la considerazione di marco è quella di una persona che non ha vissuto sulla propria pelle la malattia, pur avendo certamente sofferto. c’è però una cosa che condivido delle sue osservazioni: il legame quasi morboso che a volte si crea tra cancer-blogger e commentatore (o meglio un certo tipo di commentatore) e che ho percepito talvolta in alcuni blog americani; il ribaltamento dei ruoli, l’apprensione e la curiosità inopportuna che sfiora il patologico, e soprattutto la fatidica frase, che detesto: “leggerti mi fa sentire così fortunato, mi fa ridimensionare i miei problemucci quotidiani”. ecco, forse anche questo sentire è legittimo, ma io credo che debba essere l’ultima ragion d’essere di spazi belli come i vostri.


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