NARRARE LA CURA, CURARE CON LA NARRAZIONE

Durante la lunga attesa ospedaliera di mercoledì, prima di farmi strizzare il seno dalla mammografia, radiografare i polmoni, e ricevere una confortante passata di ecografo per esaminare fegato e frattaglie varie, mi sono imbattuta in un articolo di Repubblica che segnalava la nascita di un master in Medicina Narrativa alla Columbia university. Più tardi, gironzolando in rete, ho scoperto che in Italia la Medicina narrativa è il titolo di un progetto dell’Istituto Superiore di Sanità , e che il professor Virzì dell’Università di Catania gli ha dedicato un sito.
Forse si sta diffondendo la consapevolezza che per umanizzare davvero la medicina bisogna affiancare all’anamnesi la narrazione. Gli operatori sanitari devono apprendere strategie comunicative non solo per  dare pessime notizie con più tatto, o farsi capire meglio quando parlano con i pazienti. L’idea della medicina narrativa è piuttosto quella di sviluppare nei medici la capacità di ascolto dei pazienti, per aiutarli a narrare la malattia, le emozioni ad essa legate, migliorando la qualità del rapporto di cura e la stessa efficacia terapeutica dell’atto medico “tradizionale”. 
Poi ho ritrovato degli appunti che mi ero scritta per il progetto tra cancer bloggheresse (che speriamo di poter far partire al più presto): il nostro intento è quello di diffondere una pratica “narrativa” tra pazienti ed ex pazienti perché crediamo – supportate da esperienze personali ed evidenze scientifiche – che questa possa rafforzare le capacità comunicative sia nei confronti dei vari attori del processo terapeutico, che degli interlocutori “quotidiani”, come i familiari, gli amici e i colleghi.
Comunicare meglio può significare vivere meglio la complicata vita da paziente, sia dentro che fuori le mura di un ospedale.

Insomma, Medicina narrativa e Blogging for the cure (ma pure il mio libro in progress) sono aspetti della stessa idea, o necessità: narrare la cura, curarsi con la narrazione.
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15 Responses to “NARRARE LA CURA, CURARE CON LA NARRAZIONE”


  1. 1 utente anonimo 15 gennaio 2010 alle 19:59

    Ehhhhh piccolo genietto, sei tropppoooooo avantiiii!!!!
    Bella soddisfazione però!!!!!
    Buona serata
    4 P

  2. 2 utente anonimo 15 gennaio 2010 alle 20:20

    Ottimo segno. Io devo dire di essere stato fortunato nel trovare dottori molto umani e comunicativi. Non tutti però hanno la stessa fortuna.

    Per quanto riguarda il progetto delle "cancer bloggheresse", se siete interessate ad un voce maschile mi piacerebbe collaborare. Se ti va, fammi sapere bene cosa avete in mente!

    Baci,

    Marco (^_^)

  3. 3 cestodiciliegie 15 gennaio 2010 alle 21:55

    Giorgi, come sempre centri l’argomento e lo esponi con seplice e colta naturalezza. Io aspetto con ansia il parto gemellare: blog e libro. Il 2010 nasceranno entrambi, vero?

  4. 4 giorgi 16 gennaio 2010 alle 14:27

    4p: ma quale genietto? Diciamo che ho una certa esperienza in materia…

    Marco: anch’io sono stata molto fortunata con il mio dottor Zeta. Ma temo che invece sono moltissimi gli sfortunati che oltre a combattere il cancro devono pure fronteggiare grosse difficoltà di comunicazione e di relazione.
    Per quanto riguarda il progetto, ovviamente abbiamo subito pensato a te, però il fatto che fossi l’unico maschietto cancer blogger che conoscevamo ci ha spinte, almeno in una fase iniziale, a limitare il nucleo fondativo alle donne. Ma ti coinvolgeremo sicuramente, prima però aspettiamo di vedere se si riesce a partire… Baci baci a te

    Milva: grazie, anche tu mi metti in imbarazzo con i complimenti. Eh, il parto gemellare… Be’, il portale se nascerà nascerà presto, sicuramente entro l’anno. Il libro invece ha avuto una battuta d’arresto, forse la bella prospettiva editoriale è sfumata, ancora non so. Allora mi sa che cercherò di darmi da fare per partorire la creatura lo stesso, e affidarla alle amorevoli cure della rete… Sì, non voglio proprio andare oltre il 2010. 

  5. 5 utente anonimo 16 gennaio 2010 alle 20:07

    Come sempre condivido molto quello che scrivii.Debbo dire che non ho vissuto direttamente la malattia, ma come ognuno di noi ho avuto persone, a me molto care che ne sono state colpite .Ho perfino paura di pronunciarne il nome. La comunicazione delle proprio emozioni non solo aiuterebbe il paziente ,ma anche i familiari ,gli amici che talvoltà non sanno proprio qual’è l’atteggiamento giusto, per essere vicini ma non inavadenti, condividere il dolore ma non commiserare, sollevare emotivamente la persona ma non minimizzare….Inoltre il rapporto con i medici anche per altre situazioni sicuramente meno gravi ma non per questo meno delicate non è mai semplice, perchè il loro linguaggio talvoltà è molto tecnico, freddo ,poco umano.

  6. 6 camden 18 gennaio 2010 alle 10:19

    Bello questo post, penso anche io che la narrazione sia parte integrante della cura, del reagire alla malattia.
    Forse le persone che si tengono dentro la malattia senza parlarne, non hanno una giusta valvola di sfogo…
    E’ notevole il fatto che anche in un attimo di attesa delle visite tu sia riuscita a fare qualcosa di costruttivo e a trovare un articolo interessante!

  7. 7 utente anonimo 18 gennaio 2010 alle 11:44

     Giorgi, figurarsi se non sono d’accordo e se non vedo la connessione tra la medicina narrativa e il progetto blog,  Credo che il considerare la narrazione o l’interazione tra persone nelle pratiche mediche vada molto al di là del semplice raccontare o sfogare le emozioni legate alla malattia: quello che è più interessante è al contrario il ruolo cognitivo che queste pratiche svolgono, una sorta di cognizione distribuita che aiuta ad affrontare la malatia in modo attivo econsapevole. E di cui tu sei il miglior esempio che conosca! Cris

  8. 8 giorgi 18 gennaio 2010 alle 16:16

    anonimo/a : hai perfettamente ragione. Una buona comunicazione aiuta non solo gli attori principali (pazienti e medici) ma anche i "non protagonisti" che spesso non sanno, come dici tu, come comportarsi e quindi come aiutare amici o parenti ammalati. E sono d’accordo che una buona comunicazione deve avvenire sempre, anche nei casi più banali.

    rosie: è stato un caso leggere l’articolo proprio in quella circostanza! 
    Credo che chi si tiene tutto dentro lo fa anche per ragioni strettamente caratteriali. Però certo, se si diffondesse la "pratica narrativa" nei luoghi di cura sarebbe più facile scoprire quanto serve "comunicare la propria salute".

    cris/prof. ssa Zeta: eh, prof., non vedo l’ora che si possa partire col progetto per affrontare in modo approfondito e cercare di mettere in pratica tutte queste riflessioni. Se sono il migliore esempio che conosci però un po’ di merito va pure al tuo coniuge dottor Zeta, no?

  9. 9 ziacris 19 gennaio 2010 alle 15:35

    E’ una gran cosa riuscire a mettere nero su bianco le paure, i timori. E’ una terapiache aiuta a vedere le sistuazioni in maniera più distaccata. Se ci fai caso, dopo aver scritto un post nel quale, magari, ti lamenti di unasituazione, di una paura che incombe, dopo sembra tutto più razionale.
    Conta scrivere, conta parecchio, e aiuta, aiuta tanto

  10. 10 widepeak 19 gennaio 2010 alle 17:34

    il racconto della cura o della malattia? questo ho pensato appena letto il tuo post e la mia prospettiva mi ha fatto paura per un attimo. ma forse sono due lati di una stessa medaglia e in questo secondo lato, la narrazione della malattia include la condivisione, l’ascolto, il legarsi all’umanità passando per il proprio cordone ombelicale. sono pensieri confusi, ma interessanti…

  11. 11 giorgi 19 gennaio 2010 alle 17:54

    zia cris:  sì, le paure raccontate fanno meno paura. Vediamo tutto con più lucidità e chiarezza. 

    Anna: direi che sono i due lati della stessa medaglia, narrare la cura e la malattia. Soprattutto se intendiamo la narrazione una felice – priva di effetti collaterali – cura complementare della malattia. Discorsi complicati, da sviscerare magari davanti a una bella tazza di tè? 

  12. 12 juliaset 20 gennaio 2010 alle 19:16

    In questi giorni ho avuto modo di riflettere un po’ su questo post, che avevo letto senza lasciare commenti. La narrazione per me ha rappresentato una sorta di riorganizzazione, mi ha permesso di fantasticare rimanendo però con i piedi per terra e di ricominciare a "sentire" di più me stessa, però se sono riuscita a farlo è soprattutto grazie alla "risposta" che ho avuto attraverso il blog. Una narrazione solitaria forse non sarebbe stata così efficace nel mio caso, mentre il blogging for the cure mi ha aiutata a spezzare l’isolamento. Spero di approfondire presto l’argomento con te, magari di persona!

  13. 13 giorgi 20 gennaio 2010 alle 20:47

    julia: sono assolutamente d’accordo con te. Una narrazione solitaria direi proprio che non è una narrazione. Raccontiamo a qualcuno, e ciò che fa tanto bene è il dialogo successivo con quel qualcuno. Questa è la straordinaria forza della scrittura in rete, del blogging. Però anche sapere che qualcuno sta leggendo il tuo libro può fare molto bene, immagino… Non vedo l’ora di approfondire l’argomento di persona.  (Ma un salto a Roma il fine settimana del 6 febbraio…?)


  1. 1 C’è ancora tempo « Il mio karma Trackback su 23 gennaio 2012 alle 16:44
  2. 2 C’è ancora tempo | Oltreilcancro Trackback su 23 gennaio 2012 alle 17:11

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