LA DIFFERENZA

Non posso sfatare il mito di Milano città sempre grigia e piovigginosa. Era grigia e piovigginosa. Però è stato bello. E mi è piaciuto alloggiare a Sesto San Giovanni, il Comune delle fabbriche – oggi dismesse e ristrutturate – dove, tanto per capirci, ci sono tanti asili nido quanti quelli presenti nell’intera Sicilia e mangiare la sera a casa di E. e della sua deliziosa famigliola. Abbiamo fatto un po’ di cultura, tra Duomo, Bramante a Santa Maria delle Grazie, la mostra del Codice Atlantico di Leonardo, Sant’Ambrogio e tentativi falliti di visitare la Pinacoteca Ambrosiana e il Cenacolo di Leonardo.

Ma, soprattutto, siamo andati a vedere la partita di rugby…

Ho capito cosa significavano 80.000 persone dirette a San Siro quando ci sono passati davanti i treni della metro pieni da scoppiare. Quando finalmente siamo arrivati all’appuntamento l’E. ha faticato non poco a tenere le fila della ventina di persone a cui doveva consegnare il prezioso biglietto. Però ce l’ha fatta, e così con tutto il gruppone abbiamo varcato i cancelli e abbiamo raggiunto gli ultimi posti disponibili del nostro settore: alti, un po’ angolari, ma proprio per questo il colpo d’occhio su campo e spalti era perfetto.

L’entrata in campo delle squadre è stata accolta da un boato, gli 80.000 hanno cantato e applaudito l’inno di Mameli ma poi un silenzio irreale è sceso al momento della Haka, durata pochi emozionanti secondi, e conclusa con l’urlo finale e ancora un boato dagli spettatori. Non l’ho vista meglio di quanto si possa vedere in televisione, o su youtube, ma l’atmosfera che si respirava era tutta un’altra cosa.

Continuo a non capirci granché di "touche", di come funziona la mischia e cosa succede all’ovale quando è sotto la massa compatta di omaccioni che si fronteggiano. Però mi sono accorta pure io che gli Azzurri stavano giocando bene e che in quei dieci minuti finali di mischia a due metri dall’area degli All Blacks, l’arbitro avrebbe dovuto comandare una meta tecnica. Veramente io, chiedendo lumi a Sten su quello che stava succedendo, l’ho ribattezzata meta d’onore… Sì, ho detto proprio così: "Ma Sten, non potrebbero dargli una meta d’onore?" Lui si è messo a ridere, mentre i fischi inevitabilmente investivano l’ennesima ostruzione dei neozelandesi e orami tutti intorno a noi, a partire da E., invocavano la meta tecnica.

Però, e qui sta il miracolo del rugby, l’arbitro ha fischiato la fine del match, e immediatamente gli 80.000, anche se con un filo di disappunto per la cattiva scelta arbitrale, hanno applaudito ancora e ancora. 

Ve lo immaginate in uno stadio di calcio cosa sarebbe successo?

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5 Responses to “LA DIFFERENZA”


  1. 1 cestodiciliegie 16 novembre 2009 alle 18:54

    E’ la magia degli sport "minori", anzi migliori. Puoi andare allo stadio con i bimbi piccoli, con un anziano zoppicante… non gli succederà nulla. La gente è educata, ti cede anche il passo. Per questo mi viene da pensare che gli ultrà, anzi gli animali, del calcio siano guidati, sostenuti e finanziati dalle stesse società. Gli sport dove non girano i miliardi sono seguiti da persone più civili? Forse. Ma in tutte le occasioni quello che fa tanto è il "manico".
    P.S. mi dispiace non siate riusciti a vedere il cenacolo. Se avessi saputo vi avrei consigliato di prenotare almeno due mesi prima…

  2. 2 giorgi 16 novembre 2009 alle 23:00

    Milva: io credo che i soldi che girano o non girano facciano la differenza. però è anche una questione culturale. Nello spirito del rugby, a quanto pare, c’è la sportività verso gli avversari, la voglia di divertirsi, di mettersi buffi cappelli, truccarsi la faccia, applaudire chi è più bravo…
    Eh, la prossima volta devo assolutamente prenotare il cenacolo, e poi andare anche alla pinacoteca di Brera e all’Ambrosiana.

  3. 3 SissiToGo 16 novembre 2009 alle 23:38

    ma tempo per un aperitivo milanese l’avete avuto…?
    bentornata 🙂
    s.

  4. 4 ziacris 17 novembre 2009 alle 18:13

    Sarebbe venuto giù lo stadio, Biscardi avrebbe avuto di che dissentire per settimane, forse si sarebbero fatte pure interrogazioni parlamentari, allafine ne sarebbe uscita una questione politica.
    Ma che bel racconto, mi pare di vederli quei marc’antoni, quei pezzi di quarti di bue che si spintonano per una palla

  5. 5 giorgi 17 novembre 2009 alle 19:37

    Sissi: no, la sera tornavamo a Sesto, la moglie dell’E. ci ha preparato fantastiche cenette…

    Zia Cris: brava, è quello che sarebbe successo!


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