MONETE E SEMAFORI

Avevo il portafogli praticamente vuoto. Solo qualche euro in monete, che mi sarebbero servite per comprare il giornale dal ragazzo bengalese al semaforo. Mi è dispiaciuto quando il mio “ragazzo che vende Repubblica” di fiducia è passato a vendere il Messaggero. Quella bella faccia sorridente ogni mattina mi metteva di buon umore. Però mi sto abituando anche a quello nuovo, più basso e più anziano. Anche lui sorride e rischia ogni mattina di essere investito quando mi vede arrivare dall’Olimpica e per sventura il semaforo non è rosso. Ho comprato il giornale, ci siamo detti come stai? e buona giornata anche con l’altro e più avanti, sul Lungotevere, sono arrivata al semaforo occupato stabilmente dal napoletano con la protesi alla gamba, che chiede l’elemosina. Oggi  ho deciso di dargli qualche centesimo, anche se non lo faccio mai, un po’ perché non potrei sganciare centesimi ogni santo giorno e poi perché non sono tanto convinta che gli manchi davvero una gamba. L’elemosina mi mette a disagio, anche se da adolescente facevo una cosa che chiamavamo “colletta” (che c’hai cento lire?) e che in realtà era elemosina, niente di più, niente di meno. Un’elemosina fricchettona quando ancora ci si vestiva con le camice di papà, il gilet da uomo, gli zoccoli neri olandesi, e si faceva il bagno col Patchouli. Poi mettevamo insieme le cento lire e ci compravamo la pizza a taglio dietro a piazza Navona, o uno straccetto usato a via del Governo vecchio.

Per tornare al napoletano con protesi. Quando gli ho dato i soldi e spiegato che passavo di là tutti i santi giorni mi ha detto “quando vuole lei, signo’, io qui sto’” e poi si è sentito in dovere di fare un po’ di conversazione sul tempo, come un gentiluomo inglese: “’o vento ch’ha fatto ieri… ‘a pioggia… ‘u freddo che fa ‘stamane. ” “E già, l’avevano detto no?” ho risposto io, come una gentildonna inglese.

Così il disagio da elemosina è svanito, ci siamo salutati, e ho proseguito senza altre interruzioni fino al lavoro. Dove sono entrata con le migliori intenzioni uscendone, come sempre, di malumore. Ma visto che ho coniato questo motto energetico e ottimista, me lo ripeto pure adesso, per non chiudere con i soliti lamenti da bibliotecaria frustrata: c’è sempre una cosa buona da fare che si può fare. Oh yeah.

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3 Responses to “MONETE E SEMAFORI”


  1. 2 utente anonimo 13 ottobre 2009 alle 22:03

    Il patchouli ce l’ho ancora.
    Gli zoccoli non più,  uno scialle nero (mai più usato), lo conservo nell’armadio, ricordo che me lo regalò la mia nonna.
    Camicie taglia large usatissime, soprattutto quelle a quadri leggermente flanellate, mamma mia che tempi!!!!!!!!
    La colletta la facevamo per andare ai concerti; mi ricordo per i Ten Years After e i Santana.
    L’elemosina c’è quando la faccio e quando no, ma non so perchè.
    Il principio dovrebbe essere valido per chiunque. Invece io sono un po’ stronza, mi lascio prendere dall’espresssione del viso, dalla persona in quanto tale.
    In metropolitana incontravo sempre una vecchiettina, seduta su dei cartoni che infilava le collanine, con vicino un vecchio cane che a dir poco era umano, quando passavo le davo sempre qualcosa e lei mi ringraziava sorridendo dolcemente.
    Quando ritornerò dal mio fisiatra, chissà se la riincontrerò?
    Un caro saluto
    4P   

  2. 3 widepeak 14 ottobre 2009 alle 09:04

    l’oh yeah finale è fantastico! ps. io ho sabrina, la zingarella di casa, che mi risparmia l’imbarazzo dell’elemosina, qualche volta le prendo qualcosa al supermercato, qualche volta le passo qualche vestito per le sue bimbe, e parliamo sempre. così sembra più naturale dare, quel poco che si può


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