SULLA SCRITTURA COME TERAPIA (E NUOVE NOTIZIE DAL SAN GIACOMO)

A proposito di quello che ho scritto nel post precedente, oggi aprendo Repubblica mi sono imbattuta nell’articolo di Corrado Sannucci (di cui ho parlato qui, a proposito del suo libro A parte il cancro tutto bene) che s’intitola proprio "La scrittura come arma per guarire", anche se poi, leggendolo attentamente e considerando anche l’interrogativo con cui si conclude ("ma davvero chi scrive ha voglia di un lettore?"), mi pare piuttosto scettico sul valore della scrittura di sé come atto anche terapeutico. ("E’ triste dirlo, ma le malattie sono duramente ripetitive e ripetitive sono le narrazioni che la riguardano, anche quando vogliono denunciare disservizi o mancanze dell’assistenza sanitaria […]") In fondo era la stessa cosa che mi scrisse rispondendo a una mia mail, l’inverno scorso ("ma davvero hai ancora voglia di raccontare la tua prima battaglia?") e che mi lasciò un poco perplessa, visto il libro che aveva scritto. Nell’articolo di oggi (pp. 47-48 Le guide di Repubblica, sul Festival della salute di Viareggio) Sannucci scrive: "Tanti di coloro che hanno risposto alle sollecitazioni del mio libro […] esprimevano il desiderio di voler raccontare la loro storia. A volte però sembrava una pulsione originata da quest’età nella quale ognuno si sente titolare di un blog od obbligato ad un outing." Quello che intende dire Sannucci, almeno nell’articolo, è che scrivere autobiografie sul cancro non deve diventare un luogo comune. Piuttosto la malattia deve aiutare ad "assecondare meglio la propria natura", che non sempre è quella di scrittore/scrittrice.

E’ vero, oggi si sono moltiplicati i blog di chi fa outing sul proprio stato di salute e decide di condividere con altri il percorso accidentato che si sta facendo, o che si è appena fatto per vincere una battaglia che un tempo nessuno osava raccontare. Sono blog straordinari, che hanno permesso a chi li ha aperti di scoprire di avere un talento narrativo, una capacità di autoanalisi rara e, soprattutto, di non dover affrontare in solitudine e silenzio la propria condizione.

Oggi c’è anche questa notizia, che riguarda il San Giacomo e una sua probabile riapertura. Io non mi fido più, non mi bastano gli annunci, e mi sembra tanto una sporca manovra pre elettorale.

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22 Responses to “SULLA SCRITTURA COME TERAPIA (E NUOVE NOTIZIE DAL SAN GIACOMO)”


  1. 1 camden 23 settembre 2009 alle 16:42

    Concordo con te…questa cosa del San Giacomo sembra una trovata pubblicitaria, ma pensa prima ci fanno scendere in piazza, poi in quattro e quattr’otto toh, si può riaprire…
    Per la scrittura, beh, sono convinta che scrivere, parlarne e condividere faccia bene. Poi non necessariamente tutti devono scriverne un libro (anche se il tuo lo aspetto sempre con ansia!) 🙂

  2. 2 Menzinger 23 settembre 2009 alle 21:29

    Non so se un libro sulla malattia sia proprio quello che la maggior parte dei lettori avrebbe piacere di leggere, forse per questo Sannucci ha scritto “ma davvero chi scrive ha voglia di un lettore?”

  3. 3 widepeak 24 settembre 2009 alle 15:50

    mah, se uno riesce ad evitare l’autoreferenzialità (e non dico che io ad esempio ci riesco, ma ci provo), credo che la scrittura, la messa in parole, e cioè la costruzione di una distanza da come si sta e come ci si racconta, sia altamente terapeutico, ma anche, molto banalmente, utile. E’ quello che si fa in terapia, ci si racconta. Si dice di sé come si è, e in questo modo ci si costruisce come "persona". Nel caso della malattia, queste narrazioni sono utili agli altri oltre che a se stessi. Peccato che sannucci sia così demotivato.

  4. 4 utente anonimo 25 settembre 2009 alle 13:10

    Cara Giorgia, seguo dalla Regione il tuo blog. Capisco bene tutti i dubbi e il disincanto. Attenzione però a non forzare la realtà: avete sostenuto (a torto, e con una buona dose di disinformazione sparsa ad arte dalla destra) che sul San Giacomo era in atto una grande speculazione. Si è parlato di hotel, di cemento, di accordi sottobanco con grandi costruttori e chi più ne ha più ne metta. Ti posso assicurare che non è MAI stato vero niente. Marrazzo ha sempre detto una cosa, una semplice cosa: il San Giacomo non era funzionale al sistema sanitario come ospedale generalista. E aggiungeva che l’ospedale avrebbe chiuso per riaprire come centro polifunzionale a vocazione socio-sanitaria. Poi si è lavorato sul progetto. E il progetto è stato sottoposto al Comune e al Ministero. Ora quindi, pienamente in linea con l’iter previsto, il San Giacomo dovrebbe riaprire, ma trasformato secondo quei criteri sempre comunicati. Vorrei davvero sapere dov’è lo scandalo!

  5. 5 giorgi 25 settembre 2009 alle 17:13

    Rosie: mah, come vedi dal commento precedente, dalla Regione si sentono perfettamente in buona fede.

    Menzinger: la questione posta da Sannucci è opposta a quella che ti poni tu. Certo, un libro autobiografico di “cancer survivors”, come ci chiamano gli americani, non sarà mai un best seller, figuriamoci! Però, purtroppo, c’è sempre più gente che è toccata direttamente o indirettamente dal problema, e che prova interesse nel leggere di vicende simili. Da quando ho iniziato a scrivere di cancro qui, quasi quattro anni fa, si sono moltiplicati i blog, i libri, i diari. Tutto questo secondo me è positivo. Per tornare alla domanda di Sannucci, non posso che rispondere sì. Sì, certo che voglio lettori. Altrimenti che senso avrebbe questo blog, che senso avrebbe scrivere un libro se non lo si vuole pubblicare?

    Anna: ripendandoci credo che la preoccupazione di Sannucci sia quella di far sì che ciascuno reagisca all’esperienza “malattia” nel modo più coerente alla propria natura. E l’utilità delle nostre narrazioni, innegabile, non sempre coincide con la creazione di un buon libro. Questo lo sto imparando in questi lunghi mesi di contatto con la persone che sta seguendo il mio tentativo. Ma la questione è complicata e interessante, magari organizziamo un incontro per parlarne.

    Anonimo dalla Regione Lazio: mi dispiace, marrazzo ha gestito malissimo la faccenda, e se la destra ovviamente ne ha approfittato per fare demagogia, è certo che un ospedale come il San Giacomo non si chiude tra ferragosto e il 30 ottobre senza far venire il sospetto che si volesse fare cassa senza pensare alle conseguenze gravi per cittadini e operatori. Che il San Giacomo dovesse restare struttura sanitaria è stato stabilito con una delibera regionale dopo che la protesta era montata e che un consigliere del PD come D’Amato si era reso conto dell’errore clamoroso che si stava compiendo. Il governo ha ordinato di chiudere ospedali per rientrare dal debito pauroso dovuto agli scandali (vedi lady asl), ai finanziamenti gonfiati alle strutture private, ecc. Marrazzo ha eseguito. Una giunta di centro sinistra ha chiuso un ospedale in due mesi e mezzo, lasciando per un anno una struttura in larga parte ristrutturata e attrezzata con macchinari sofisticati e costosi abbandonata a se stessa. Mi dispiace, ammettete di aver fatto un errore, ma non prendiamoci per il culo. Se il progetto di riapertura prevede la riapertura di quei reparti di eccellenza che avete fatto disperdere significherebbe che vi siete accorti che sarebbe bastato tagliare posti letto e chiudere qualche reparto. Bastava riorganizzare, non chiudere. Ma a quanto so il progetto prevede altro. Quindi per quanto mi riguarda lo scandalo rimane.

  6. 6 utente anonimo 25 settembre 2009 alle 18:19

    Intanto mi scuso per l’anonimato, ma avevo semplicemente dimenticato di mettere la firma. Mi chiamo Enrico Barbieri. Giorgia, mi dispiace, ma credo che le tue considerazioni possano essere smentite dalla semplice consultazione delle notizie puntualmente diffuse direttamente dalla Regione. Già, perché il resto sono invece ricostruzioni faziose, in molti casi (non il tuo, ne sono certo) montate ad arte. A me sembra che Marrazzo abbia comunicato da subito e con chiarezza che il San Giacomo sarebbe stato riconvertito (non chiuso) e che sarebbe rimasto con una destinazione socio-sanitaria. Questo ben prima della legge adottata in Consigio, che comunque è stata approvata dalla maggioranza che sostiene Marrazzo (e non solo da D’Amato). La protesta, mi dispiace, ma non ha avuto alcun ruolo. In quegli stessi giorni, la destra e qualche altro personaggio (tipo le mitiche “eredi” Salviati) continuavano a dare per scontato che sotto sotto c’era l’accordo con Caltagirone o chissà quale altro re del cemento. Non era così. Semplicemente non era così. E’ stato detto e ripetuto. Vedo però che neanche la smentita dei fatti serve a far cambiare opinione a chi, allora, seguiva una pista sbagliata. Anche le motivazioni per cui l’ospedale è stato chiuso sono note e sono state comunicate in ogni luogo (compreso il San Giacomo, dove Marrazzo è venuto di persona): per i disastri della Giunta Storace il Lazio sta applicando un piano di rientro stabilito già con il Governo Prodi. A questo piano è legato lo sblocco di finanziamenti che lo Stato deve alla Regione. Il problema era finanziario, ma anche strutturale. Il San Giacomo è stato chiuso come ospedale per acuti. I suoi medici e le sue strutture sono state integrate nel sistema sanitario regionale, dopo la chiusura. Ora il san Giacomo riaprirà con servizi sociosanitari più utili e più adeguati come costi. Questi i fatti. Il resto, permettimi, sono illazioni e sospetti. Forse è il caso di girare pagina.

  7. 7 giorgi 26 settembre 2009 alle 15:56

    Enrico: ho appena finito di scartabellare la cartella dove conservo articoli di giornale, interrogazioni, visure catastali, leggi regionali, ecc. ecc. che riguardano la chiusura del San Giacomo. E sono da poco tornata dal presidio organizzato davanti all’ex-ospedale. Mi dispiace non essere riuscita a ritrovare la risposta (arrivata dopo mesi) di Marrazzo a una mia lettera. Devo averla cancellata in un momento di rabbia. Tutto quello che ho riletto, le parole che poco fa ho ascoltato dai medici, oncologi e ematologi che oggi, con grandi difficoltà, lavorano al Nuovo Regina Margherita, confermano che “l’operazione chiusura San Giacomo” è stata sbagliata, a prescindere o meno dalla buona o cattiva fede di chi l’ha disposta.
    La prova è che oggi si riparla addirittura di riaprire il Pronto Soccorso, che esattamente un anno fa veniva considerato inutile (“solo meno dell1% di codici rossi” ripeteva Marrazzo), tanto per dine una. Non è vero, ripeto non è vero, che Marrazzo ha dichiarato subito e con chiarezza che il San Giacomo sarebbe stato trasformato in una struttura socio-sanitaria. Solo dopo che è stato scoperto che la giunta Storace l’aveva cartolarizzato, e che quindi sarebbe stato impossibile distoglierlo dalla sua destinazione d’uso e venderlo fino al 2037, è stato deciso (semplicemente perché non si poteva fare altrimenti) di riconventirlo in struttura socio-sanitaria. Ripeto, basta avere la pazienza di rileggersi tutti gli articoli di giornale usciti prevalentemente sulla cronaca romana di Repubblica e dell’Unità, e i post che scrivevo sull’argomento. So bene che il San Giacomo è stato “sacrificato” per ottenere finalmente lo sblocco dei fondi statali bloccati con il commissariamento. So bene che l’attuale giunta si è trovata sul groppone il buco sanitario prodotto dalla malasanità di Storace. Dico che che si è chiuso l’ospedale sbagliato, un ospedale che aveva tutti i numeri in regola per andare avanti (certo, quello dei medici è stato gonfiato con il trasferimeno del personale dal Nuovo Regina Margherita, stessa struttura che adesso accoglie il reparto oncoematologico..), magari con una riorganizzazione che poteva prevedere senza scandalo il taglio di alcuni posti letto. Non dimentichiamoci che mentre i 170 posti letto del San Giacomo venivano cancellati, il Campus biomedico dell’Opus Dei ne guadagnava il doppio.
    Marrazzo è andato a parlare con personale e pazienti del San Giacomo di sera tardi, qualche giorno prima della chiusura. Diciamolo: tirato per i capelli.
    Sarebbe utile, oggi, a un anno dalla sua chiusura, conoscere a quanto ammonta il risparmio ottenuto, in che condizioni lavorano le professionalità disperse tra ospedali e presidi, quali vantaggi hanno ottenuto, per esempiio, i tanti pazienti oncoematlogici che si sono visti sballottati da una struttura completa come un ospedale ad un presidio ambulatoriale che un giorno si’ e un giorno no rischia la chiusura. E il discorso potrebbe continuare… Sarebbe utile organizzare un incontro serio, con tutti gli operatori dell’ex ospedale, i pazienti, i cittadini che hanno a cuore la difesa del diritto alla salute e la costruzione di una sanità pubblica efficiente e rigorosa, per fare il punto della situazione. E’ sempre un bella cosa riuscire ad ammettere i propri errori. Io sarei contenta di dover riconoscere che avevano ragione loro. Ma fino ad oggi nessuno, nemmeno te, Enrico, è riuscito a convincermi che stavo e sto dalla parte sbagliata.

  8. 8 utente anonimo 28 settembre 2009 alle 10:22

    Cara Giorgia,
    non ho certo la presunzione di convincere qualcuno. Mi limito solo a osservare i fatti. Tu dici che Marrazzo ha dovuto cambiare idea. Io dico che Marrazzo (ci sono a testimoniarlo agenzie di stampa e comunicati ufficiali) ha sempre parlato di “riconversione” del San Giacomo e non di chiusura. E ha sempre aggiunto che la destinazione sociale dell’immobile non era in dubbio. Ti cito un comunicato dell’ottobre 2008: “si potrebbe per esempio pensare a una residenza per anziani o ad abitazioni per studenti che non hanno i mezzi, seguendo l’esempio dello storico ospedale Laennec di Parigi”. Questo è quello che diceva Marrazzo. Se giornali tipo l’Unità del buon Furio Colombo raccontavano altro, forse significa che non stavano facendo buona informazione. Già, perché si dà il caso che Furio Colombo, con tutto il rispetto per la sua autorevole storia giornalistica, sul San Giacomo si sia preso molte licenze da quello che dovrebbe essere il primo dovere di ogni giornalista: la verifica delle fonti. Colombo del progetto della Regione non si è mai interessato. Non ha mai chiesto nulla. È arrivato a ironizzare sulle scelte regionali dicendo che, figuriamoci se a Parigi o a Londra farebbero mai una cosa simile. Peccato che con una semplice verifica avrebbe scoperto che la chiusura di ospedali a favore di una medicina di territorio avviene ovunque, anche a Londra e a Parigi. Giorgia, anche quella della cartolarizzazione (uno dei bei regali lasciati in eredità dalla gang Storace) è una notizia falsa: l’amministrazione conosceva fin dall’inizio la situazione dell’immobile. E comunque una proprietà cartoralizzata può essere tranquillamente venduta. Il teorema della speculazione era sbagliato. Punto. Il fatto è che la decisione di chiudere il San Giacomo nasce da un programma di riordino del sistema sanitario del Lazio. Su questo si doveva discutere: per esempio si doveva discutere se è giusto o no che il Lazio abbia il tasso di ospedalizzazione più alto del Paese. E se ciò abbia rappresentato un vantaggio per i cittadini. Giacché siamo di sinistra, bisognava discutere se sia giusto o no che nella città di Roma ci sia una determinata media di posti letto per cittadino e nelle periferie o nelle altre province bisogna fare chilometri e chilometri per trovarne uno. Bisognava discutere se sia o no il caso di destinare risorse che oggi vanno nei grandi ospedali generalisti a nuove strutture per anziani o malati terminali. Di questo però non si è discusso: meglio dire che sotto sotto c’era Caltagirone. Meglio dare credito all’erede contessa (che chissà quali competenze sanitarie potrà mai avere!) che a un’istituzione. E ora si ricomincia: leggo su un volantino diffuso durante la manifestazione di sabato che “l’intento vero di Marrazzo è quello di far decadere i vincoli riguardanti gli edifici cartolarizzati e dismessi, che decadono due anni dopo la chiusura della struttura, per poter finalmente vendere i 33mila quadrati dell’ospedale San Giacomo da trasformare in mini appartamenti, loft e centro benessere”. Due anni? Secondo quali strane norme? Loft, appartamenti, centri benessere? Ma di cosa stiamo parlando??? Siamo seri. Siamo seri, perché se si va per ipotesi e voci, il gioco è facile e pericoloso. Io – illazione per illazione – per esempio potrei dire che i facoltosi commercianti del Tridente parlano di loft e di ”lager” per il progetto della Regione, ma in realtà hanno solo paura che intorno alle loro boutique comincino a circolare vecchi e matti. C’est pas trés chic. Potrei dire che qualche politicante e qualche sindacalista ha trovato una facile tribuna, giocando sull’indignazione giusta di cittadini che hanno a che fare con la sanità. Potrei dire che magari qualche medico forse aveva paura di perdere un ricco bacino d’utenza nel cuore di Roma. Se vuoi, ti posso portare l’esempio una persona – con tanto di documentazione – a cui un medico solerte del San Giacomo, dopo aver eseguito un’operazione sbagliata nella struttura pubblica, propose di rioperarsi nella sua clinica privata. Vedi? Quello delle illazioni è un gioco al massacro che non porta a nulla. Scusa, ma io preferisco i fatti. Su un punto quindi hai davvero ragione: sarebbe utile e opportuno un incontro per fare il punto della situazione, ma anche per sgomberare una volta per tutte il campo dalle mille voci, illazioni e leggende che sulla storia del San Giacomo hanno circolato e continuano a circolare.
    Enrico

  9. 9 giorgi 28 settembre 2009 alle 15:32

    Enrico: i medici del San Giacomo che conosco io, e che si stanno facendo un gran mazzo nel presidio del Nuovo Regina Margherita per continuare a curare con eccellenza pazienti che meriterebbero di essere seguiti in un vero ospedale, e non in un poliambulatorio…, questi medici, dicevo, aspettano da un anno di poter discutere con qualcuno quella scelta e dell’eventuale riconversione di quella scelta.
    Scusa, ma dov’è finito il progetto di spostare tutto alla Bufalotta (perché di questo di parlava nel 2006)? Ancora nessuno ha spiegato perché mai l’ordinanza di chiusura sia uscita in pieno agosto, e perché sia stata negata anche una minima proroga per organizzare un po’ meglio trasloco e distribuzione del personale nei vari ospedali. Sai cosa ho saputo, proprio oggi? Che alcuni di quei macchinari costosi appena acquistati sono stati portati in altri ospedali dove però non è stato possibile rimontarli. Così ora giacciono inutilizzati da qualche parte.
    Lasciamo stare la nobildonna Salviati, parliamo di chi avrebbe potuto e dovuto avere voce in capitolo nella questione.
    Per ora finiamola qui, e se qualcuno alla Regione avrà voglia di discutere seriamente, battesse un colpo.

  10. 10 juliaset 28 settembre 2009 alle 15:46

    Riprendo solo un attimo il discorso dell’effetto terapeutico della scrittura: come sai io ho sempre detto di scrivere il mio diario on-line per me stessa, e lo confermo anche adesso, nonostante mi stia venendo voglia di cambiare genere letterario, per così dire. Ho forse scoperto quel talento individuale nascosto di cui parla Sannucci? Chissà. In ogni caso a scrivere mi rilasso molto di più che a guardare le televendite. Un tempo non amavo leggere i libri sulle malattie, e anche adesso ammetto che non mi fanno impazzire, tranne qualche rara eccezione. Un blog è diverso, descrive l’evoluzione di una persona durante il suo percorso con o contro la malattia, non è editato o rimaneggiato a favore del pubblico pagante, ed è di grande aiuto per chi vive la stessa esperienza (il tuo lo è stato senz’altro per me, mi ha fatto affrontare la paura della recidiva, parola che prima non riuscivo neanche a pronunciare). Poi sono la prima a dire che non vorrei mai vedere gli scaffali delle librerie piene di libri sul cancro, ma che trovo che sia una vera benedizione poterne parlare e scrivere liberamente.

  11. 11 juliaset 28 settembre 2009 alle 15:47

    Ho scritto un po’ in fretta, scusa gli errori…alla faccia del talento nascosto!;-)

  12. 12 utente anonimo 28 settembre 2009 alle 17:19

    Giorgia, come vuoi: la finisco qui. Permettimi solo di ricordare che la Regione ha già incontrato i medici e i sindacati del San Giacomo. Sono certo che li incontrerà ancora. Per il resto, sono d’accordo con te: i medici continuano a curare. I medici oggi sono nelle condizioni di poter curare con eccellenza, poiché sono i medici che curano, non i posti letto o la denominazione delle strutture che li ospitano.
    Enrico

  13. 13 giorgi 28 settembre 2009 alle 19:06

    Julia: pure io ho tanta voglia di cambiare genere! Però a pensarci bene questo proliferare di libri sul tema significa che il cancro è sempre meno un tabù. se ne può parlare, scrivere, ironizzare, lo si può chiamare col suo nome. Insomma, dopo tanti anni di silenzio, mormorii imbarazzati, paure paralizzanti è normale che oggi ci sia una reazione opposta.
    E poi sì, tu hai tirato fuori un gran talento ;-))

    Enrico: non voglio chiudere la discussione, ma ripeto, mi piacerebbe vederla riprendere magari a voce. E non voglio nemmeno parlare al posto dei medici che magari, se ne avranno voglia, potranno intervenire qui con argomenti molto più consistenti e puntuali dei miei.

  14. 14 utente anonimo 28 settembre 2009 alle 22:34

    Mi inserisco nel dialogo, interessante ed istruttivo, fra Giorgia ed Enrico Barbieri. Sono un medico oncologo dell’ex Ospedale San Giacomo, ora in servizio nel Presidio Nuovo Regina Margherita. Per educazione e natura sono portato ad ascoltare e a rispettare le opinioni altrui, e in genere credo a quello che mi si dice. Voglio dunque provare a credere, senza pregiudizi, alle parole di Enrico Barbieri, che peraltro non conosco. In sintesi: la chiusura è avvenuta non per dietrologie politiche o affaristiche, ma – in tutta trasparenza – nell’ambito di un più generale progetto di trasformazione e modernizzazione della Sanità laziale. Bene, proviamo a crederci. Primi dubbi e prime considerazioni: ma perché il primo passo di un progetto tanto ambizioso quanto complesso è consistito in una delibera di chiusura, in due mesi e mezzo, pubblicata a ferragosto, prima ancora che venisse tracciato un organico piano di riassetto della sanità regionale? Come si è potuto pensare di chiudere in due mesi e mezzo un ospedale che serviva un vasto territorio del centro storico (abitanti, lavoratori pendolari, turisti, eventi pubblici e manifestazioni) senza aver prima provveduto a programmare, con la dovuta gradualità, tutte le operazioni di dismissione di reparti, personale e pazienti? Lei ha presente, gentile Sig. Barbieri, il significato dell’espressione “continuità terapeutica”? Provi a chiedere ai nostri pazienti oncologici più gravi come si sono sentiti quando l’oncologo che li aveva in cura da anni ha dovuto dire loro: – mi dispiace, dovrà andare a ricoverarsi in qualche altro ospedale (se troverà posto!), perché qui (nel moderno PTP Nuovo Regina Margherita) non abbiamo posti letto, né servizi all’altezza delle sue condizioni che si sono aggravate -. Provi a chiedere ad un paziente che faceva la dialisi al San Giacomo come si trova ora al S. Eugenio. Provi a chiedere, non a noi medici “viziati” che protestiamo perché ci avete allontanati dalle comodità di via del Corso, ma ai nostri tanti pazienti, se hanno ritrovato nei grandi ospedali tanto celebrati dal vostro amico (o ex amico) Sacconi – il teorico della nuova sanità – la stessa accoglienza, efficienza e umanità che trovavano al San Giacomo. Che era un piccolo ospedale, certamente pieno di rami secchi da tagliare, ma con una collaudata rete di collaborazione tra i vari reparti (frutto anche di solide amicizie fra i medici) che permetteva di offrire in poco tempo un servizio puntuale e completo a molti pazienti.
    Le considerazioni, le perplessità e i dubbi da esprimere sarebbero tanti, e forse troppi; ne avanzo solo uno. Se l’obiettivo della Regione – e naturalmente del Governo – era ed è quello di razionalizzare e risparmiare, come potete spiegarci i tanti milioni di euro spesi in ristrutturazioni al San Giacomo fino a tre mesi prima della chiusura? Ora su quei soldi, che sono anche i nostri soldi, camminano grossi topi di fogna, e si formano inquietanti ragnatele. E uno spesso strato di polvere prova a coprire e a nascondere ciò che nulla e nessuno riuscirà mai a fare. Perché le mie parole non contano niente, ma quelle dei nostri pazienti sì. Un saluto.
    Andrea Scoppola

  15. 15 giorgi 29 settembre 2009 alle 17:38

    Andrea: grazie per il tuo prezioso intervento. Sono sicura che le tue parole contano, eccome.
    Copio qui la risposta, suscitata proprio dalle tue parole, di Enrico Barbieri, arrivata via mail. Come gli ho scritto, mi fa molto piacere che il dibattito possa proseguire qui, ma allo stesso tempo spero che possa esserci un’occasione più diretta per continuare a discutere seriamente del futuro della sanità pubblica nella Regione Lazio.

    “Innanzitutto vorrei ringraziare il dott. Scoppola: il suo è uno dei primi
    interventi che leggo sull’argomento che pone questioni vere, senza spargere
    veleni e sospetti. Bene, io non sostengo affatto che il processo di chiusura
    del San Giacomo sia stato indolore e che si potesse fare meglio. So, perché l’
    ho seguito passo dopo passo, che la Regione ha comunque fatto molto: so
    benissimo cosa significa “continuità assistenziale” e, come lei mi conferma,
    tutti i pazienti sono stati accompagnati nel processo di riconversione. Nessuno
    è stato lasciato solo. Neanche i dializzati, che sono stati spostati tenendo
    conto della loro residenza. A tutti i pazienti del San Giacomo sono state
    garantite le prestazioni che avevano prima e, nella maggior parte dei casi,
    mantenendoli in cura dalle stesse equipe. Dunque la continuità assistenziale è
    stata garantita, anche in quei casi – certamente dolorosi per i pazienti – in
    cui non è stato possibile garantire l’assistenza di uno stesso medico e di una
    stessa equipe. Ma questo vuol dire forse aver abbandonato quei malati? Io dico
    di no: la continuità assistenziale significa la garanzia delle cure. E tutti
    sono stati curati. E arrivo ai lavori di ristrutturazione. Per me non c’è
    spreco. I lavori fatti nessuno li ha portati via: sono lì e torneranno utili
    per il progetto di riconversione, che costerà molto meno visto che tanti
    interventi di ammodernamento sono già stati fatti.
    Ma il discorso per me è ancora un altro. Siamo o no d’accordo che la sanità
    del Lazio avesse urgente bisogno di essere rifondata? Siamo d’accordo che, come
    succede in tutti i sistemi sanitari più avanzati – dalla Francia all’
    Inghilterra – è il momento di investire più sulla medicina di territorio, sui
    servizi sociosanitari, su luoghi per lungodegenti e meno sui grandi ospedali
    generalisti notoriamente – come ammette anche lei – pieni di rami secchi, di
    sprechi, di primariati inutili, di piccole e grandi sacche di potere, di veri e
    propri abusi?
    Tutto il discorso che stiamo facendo non può prescindere da questi fatti. Da
    un’esigenza di rifondazione che esiste nel Lazio da almeno 20 anni, che ci ha
    portato tutti a un passo dal baratro e che ora, con tutti i tentennamenti e gli
    errori possibili, è finalmente iniziata. Non possiamo inoltre prescindere dalla
    situazione emergenziale che la Regione si è trovata ad affrontare: so che è
    difficile da accettare, per chi sta sul campo. Ma questa amministrazione,
    quella che gestisce i nostri soldi, rischiava il default finanziario, grazie
    alle scellerate politiche fatte in passato. Noi non eravamo più in grado di
    pagare i fornitori, di trasferire risorse agli enti locali, di assicurare
    servizi sociali al territorio. Detta così forse appare cinica: ma come, si
    potrebbe dire, contano più le finanze che la vita e la malattia di una singola
    persona? No. Però le une sono intimamente legate all’altra. Se non si
    ristrutturava la sanità del Lazio era addirittura impossibile pensare a dare
    cure adeguate ai cittadini. Ebbene, la ristrutturazione della sanità del Lazio
    – almeno questo lo si riconosca a Marrazzo – è iniziata. In questi cinque anni
    i disavanzi accumulati sono stati tutti coperti. Non è stato prodotto neanche
    un euro di debito, si è affrontato il problema enorme del debito della sanità
    parlando con i Governi. Prima con quello Prodi e poi, ahimé, con quello
    Berlusconi. C’era solo un’altra strada possibile: quella della polvere sotto i
    tappeti. Quella di lasciare tutto com’era, magari nascondendo i bilanci delle
    Asl come facevano ai tempi di Storace. Io sono contento che Marrazzo abbia
    scelto la prima strada, che comprende anche la riconversione di 22 strutture
    private accreditate, la centralizzazione degli acquisti e i pagamenti regolari
    ai fornitori, la ristrutturazione del debito di 10 miliardi.
    Il San Giacomo fa parte di questo processo. Quando saranno finiti i lavori e
    aprirà la nuova struttura, i cittadini di Roma avranno nuovi servizi di cui
    avevano drammaticamente bisogno e assoluto diritto. E i diritti di un malato di
    Alzheimer o di un anziano per me valgono quanto quello di qualunque altro
    cittadino. Ecco perché – da cittadino – difendo la scelta fatta.
    Enrico Barbieri”

  16. 16 utente anonimo 30 settembre 2009 alle 17:21

    Ringrazio il Sig. Barbieri per la lunga lettera e per le parole di apprezzamento. Credo anch’io che un grande, nobile e difficilissimo progetto come quello di risanare e rifondare la Sanità laziale richieda uno spirito costruttivo e collaborativo. Purché però ci sia da parte delle istituzioni la volontà e la disponibilità a confrontarsi in modo aperto e intelligente con tutte le principali parti in gioco.
    Non si vede perché accanto ad esperti di economia e programmazione, accanto ai sindacati e ai rappresentanti delle ASL e delle strutture private accreditate, non debbano esserci anche coloro che, tutti i giorni e in prima linea, questa Sanità la vivono e la rappresentano. Perché non coinvolgere in questo complesso progetto di ricostruzione di una Sanità meno sprecona, più efficiente ed efficace, ma soprattutto più etica, figure come i medici, gli infermieri professionali, i rappresentanti delle associazioni dei malati? Vi assicuro che qualche buon consiglio ve lo potremmo dare anche noi, senza presunzioni, ma con quella piccola o grande “sapienza” che deriva dall’esperienza di anni sul campo. Il rischio, altrimenti, è quello di restare prigionieri di teoremi e modelli astratti, frutto di dotti studi di economia sanitaria e management, ma poco applicabili alle variegate realtà locali.
    Per evitare di essere accusato di qualunquismo, vorrei fare alcuni esempi concreti.
    Prendiamo il teorema secondo cui la Sanità dovrebbe essere meno “ospedaliera” e più “territoriale”: principio un tempo patrimonio della cultura di sinistra (un’offerta di salute democraticamente diffusa sul territorio contrapposta ai privilegi e alle baronie ospedaliere) ed ora, curiosamente, fatto proprio anche dal centro-destra. Secondo questo principio è meglio un ospedale in meno e più medicina di base, assistenza domiciliare e servizi socio-sanitari per anziani malati. In questo modo si risparmiano quattrini e si porta la salute direttamente a casa delle persone senza farle scomodare, ottenendo così un duplice vantaggio.
    Bene; il modello sembra non fare una piega. Ma siamo sicuri che funziona proprio cosi? Immaginiamo un vecchietto di 80 anni pieno di acciacchi: cardiopatico, bronchitico cronico, diabetico, iperteso. Di pazienti così a Roma ce ne sono a decine di migliaia. Quel vecchietto un giorno si sveglia con qualche strano doloretto al petto, ha un po’ più di affanno del solito e la pressione insolitamente bassa. Non c’è nessun ospedale nelle vicinanze, ma un bel PTP (Presidio Territoriale di Prossimità, il fiore all’occhiello della nuova Sanità) nuovo di zecca.
    Il vecchietto chiama il medico curante, che per telefono lo rassicura e gli dà qualche consiglio di buon senso. Trascorre il tempo, ma lui continua a non star bene. Viene quindi accompagnato dal figlio al posto di Guardia Medica del PTP (si chiama Servizio di “Continuità Assistenziale”). Lì viene visitato da un medico generico, il quale fa alcune ipotesi diagnostiche, ma non ha – al di fuori di un vecchio elettrocardiografo – strumenti per verificarle. Passa altro tempo; il vecchietto sta peggio, la pressione è in lieve discesa. Viene finalmente trasportato nel Pronto Soccorso dell’ospedale meno lontano; c’è molto traffico e l’ambulanza procede lentamente. “Codice giallo”, insieme ad una moltitudine di altri codici gialli. Attesa, prelievo, visita del cardiologo. Alla fine la diagnosi: esteso infarto del miocardio con insufficienza cardiaca (il dolore era moderato perché il paziente è diabetico). Forse sopravviverà. Se il nostro vecchietto si fosse recato subito in Pronto Soccorso il danno sarebbe stato più limitato.
    Morale: è giusto curare a casa o sul territorio, ma, specie negli anziani, il confine tra il “disagio sociale” e la malattia vera e propria è spesso sottile. Cosa offre l’ospedale in più? L’esperienza e la prontezza di medici più abituati a fronteggiare i casi gravi, ma soprattutto più addestrati a riconoscerli; la disponibilità, immediata, di strumenti diagnostici e terapeutici; la rete di specialisti in grado di sciogliere in poco tempo il nodo – spesso assai impegnativo – di una delicata diagnosi differenziale (è un infarto o un’embolia polmonare; un ictus ischemico o un’emorragia cerebrale?). In ospedale si impara la medicina e ci si mentiene allenati. Fuori no. Credetemi.
    Allora – ad esempio – siamo sicuri che sia una buona idea quella di chiudere il piccolo ospedale di Amatrice (paesino sperduto ai confini del Lazio, in mezzo alle montagne) e costringere un infartuato a chilometri di Salaria in ambulanza per essere trasportato a Rieti? L’eliambulanza? Splendido; ma di notte non funziona.
    O ancora, tanto per rigirare il coltello nella ferita: siamo sicuri che sia stata una buona idea quella di chiudere un Pronto Soccorso nel centro storico (San Giacomo) e aprire lì davanti un posto di Guardia Medica (via Canova) dove non va nessuno perché – detto un po’ brutalmente – non serve a niente?
    Conclusione: bando alle dietrologie e alle insinuazioni distruttive – siamo d’accordo – ma anche voi della Regione (e del nostro, un tempo caro, Partito Democratico) non trascurate di confrontarvi con chi nella Sanità laziale vive e lavora, ed ha, forse più ancora di voi, interesse a farla funzionare meglio.
    Un saluto cordiale.
    Andrea Scoppola

  17. 17 utente anonimo 1 ottobre 2009 alle 11:28

    Gentile Dott. Scoppola, approfitto ancora dello spazio di questo blog per alcune considerazioni. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che da parte della Regione vi siano state difficoltà nel dialogo e che un maggiore coinvolgimento dei medici fosse necessario, anzi lo sia ancora. Diciamo pure che dialogare con chi sostiene che si fanno accordi sottobanco con i costruttori non è semplicissimo… Ma sono d’accordo: non è stato questo l’unico problema e la Regione è sicuramente in difetto.
    Vengo quindi al suo esempio. Lei descrive un caso limite, e tuttavia verosimile, possibile. A fronte di questo caso, però dobbiamo mettere sulla bilancia tutti quei codici gialli, verdi e bianchi che arrivano nei pronto soccorso intasandoli e, nei casi più gravi, impedendo che lì vengano prestate cure a chi ne ha realmente bisogno. Parlo di tutti quei casi che potrebbero essere intercettati direttamente sul territorio. È vero, e torno al suo esempio, i medici dei pronto soccorso hanno più strumenti professionali per individuare i problemi e intervenire. È vero, anzi verissimo. Credo però che anche i medici di medicina generale potrebbero fare un salto di qualità nel loro operato quotidiano e diventare un referente più credibile per i cittadini. L’idea che solo il pronto soccorso sia il terminale dei malati non funziona, e mi pare che proprio a Roma lo si veda benissimo. Un sistema sanitario organico dovrebbe essere in grado di far muovere tutti i suoi attori e non uno solo: il presupposto della cosiddetta medicina di territorio è che ciascuno faccia la propria parte per definire una sanità più equilibrata, meno sprecona, addirittura più efficiente. Secondo me, è su questo punto che bisogna lavorare, perché questa è la sfida. Senza alcun preconcetto nei confronti delle strutture ospedaliere, che servono, anzi sono indispensabili. Ma devono essere l’ultimo approdo per il paziente, non il primo. Per quanto riguarda Amatrice, anche la Regione ha dubbi sulla sua chiusura: e infatti il Consiglio regionale ha approvato una legge sugli “ospedali montani” per dare loro un nuovo futuro e non chiuderli. La legge c’è ma la sua promulgazione è stata bloccata dal Governo poiché ritenuta in contrasto con il piano di rientro, e con la minaccia che qualora la legge fosse stata pubblicata sul Burl, il tavolo tecnico non avrebbe sborsato i soldi previsti. Dunque la legge è sospesa, ma esiste e riguarda anche gli ospedali di Subiaco e Acquapendente. Ultima considerazione, di nuovo sul San Giacomo: lì non c’è più il pronto soccorso, ma a poche centinaia di metri c’è il pronto soccorso del S. Spirito. Ci sono stati alcuni problemi, è vero, ma rispetto agli scenari drammatici che erano stati prospettati, mi sembra che sia andata bene: nessuno è stato lasciato per strada nel centro storico di Roma.
    Resta il fatto che occorre maggior dialogo e un confronto più forte e continuo. Forse quanto fatto non è abbastanza, sicuramente occorre fare di più, ma come lei sa quando si tratta di riformare, cambiare, il mondo tende a tirarsi indietro a chiudersi. Infine il Partito Democratico: è un punto dolente. Ma c’è di meglio?
    Saluti
    Enrico Barbieri

  18. 18 giorgi 2 ottobre 2009 alle 18:00

    Solo un paio di notazioni: ho notato che sul sito della ASL RMA, nello spazio dedicato al Presidio Territoriale di Prossimità Nuovo Regina Margherita non c’è traccia del day hospital oncoematologico, già reparto del San Giacomo. Cosa significa? Forse è anche questa una spia che anche da lì i valorosi medici e i pazientissimi pazienti che li hanno seguiti dovranno sloggiare? E per andare dove?
    Enrico Barbieri sostiene che i soldi spesi per il San Giacomo non saranno soldi buttati. Non mi risulta che nel progetto di riconversione sia prevista la Rianimazione, per esempio, i cui strumenti non è stato possibile rimontare altrove…
    Se la Regione Lazio vorrà organizzare un incontro credo che ce ne saranno ancora molte di questioni importanti da affrontare. Per fare, si spera, qualche passo avanti.

  19. 19 utente anonimo 4 ottobre 2009 alle 10:07

    E’ vero: sul sito della ASL RM A – che sembra aggiornato – non compare il nostro Day Hospital di Oncologia ed Ematologia. Eppure posso garantire che esiste, è pieno di pazienti, e svolge un’attività anche piuttosto delicata e complessa. Cosa dobbiamo persare? Ad una dimenticanza? Oppure il nostro Day Hospital, struttura prettamente ospedaliera, viene considerato una sorta di temporaneo “corpo estraneo” all’interno di un PTP che non lo prevede? Il fatto paradossale è che invece viene citata la Medicina Interna (con tanto di video con l’intervista al primario Bruzzese) quando tutti sanno che si tratta di un ex-reparto ormai morto dopo la chiusura dei posti letto nel 2007, ridotto – suo malgrado – a svolgere soltanto una modesta attività ambulatoriale. Dobbiamo preoccuparci, noi medici insieme ai nostri tanti pazienti? Direi di sì.
    Vorrei approfittare, a questo proposito, della disponibilità del Sig. Enrico Barbieri per chiedergli – dal momento che ci ha assicurato che la Regione non abbandona nessuno – quali sono i progetti sulla nostra piccola ma efficiente struttura Oncoematologica. Noi medici vorremmo contuinuare a poter lavorare, magari inseriti in un vero contesto ospedaliero che ci consenta anche di ridurre i rischi per i nostri pazienti legati all’impropria collocazione.
    Saluti e grazie.
    Andrea Scoppola

  20. 20 utente anonimo 5 ottobre 2009 alle 16:49

    Allora, pur non occupandomi direttamente di sanità (il mio lavoro infatti è preparare documentazione per la Presidenza, così almeno ho anche per voi un’identità professionale!), ho provato a verificare le cose che mi avete chiesto. Dalla Asl ci dicono che il sito va aggiornato e quindi presto darà conto anche dell’unità oncologica, che fa a tutti gli effetti parte della struttura. Per quanto riguarda le attrezzatutre del San Giacomo, si tratta ancora una volta di voci infondate, poiché mi confermano che tutte le attrezzature sono state riutilizzate e che quelle rimaste dentro l’ex ospedale faranno parte della dotazione del nuovo centro polifunzionale. Spero di essere stato utile. saluti.
    Enrico Barbieri

  21. 21 utente anonimo 5 ottobre 2009 alle 17:53

    Voglio ringraziare il Sig. Barbieri per la cortesia e la prontezza delle risposte. Al di là dei dettagli, sui quali non è necessario essere a tutti i costi d’accordo, credo sia di buon auspicio questo piccolo ma significativo esempio di comunicazione tra chi lavora alla Regione e chi – come un medico dipendente pubblico – costituisce una sorta di “interfaccia” tra il cittadino (l’utente finale) e le istituzioni. Spero che ci sia la possibilità di sviluppare in qualche modo questa utile collaborazione, nel rispetto delle diverse funzioni.
    Un saluto.
    Andrea Scoppola

  22. 22 giorgi 5 ottobre 2009 alle 19:15

    Mi associo al dottor Scoppola. Grazie ad Andrea Barbieri per aver avviato questo dialogo con noi, e speriamo di poterci incontrare personalmente al più presto.


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