IL CORTILE GIAPPONESE DEL DOTTOR ZETA

[Ecco la lettera che il dottor Zeta (qui continuerò sempre a chiamarlo così) ha scritto in risposta all’articolo di Gian Antonio Stella. (Pubblicata su l’Unità del 26 settembre 2008)].  Lettera all

 

 

 

Gentile Dottor Colombo,

desidero anzitutto ringraziarLa per il Suo impegno nella nostra vicenda, grazie anche per aver detto finalmente (morettianamente) “qualcosa di sinistra”, e, anche insieme a persone di opposta tendenza, qualcosa (finalmente) di Politico.

Come forse ricorderà, l’unica volta che le nostra “piccola” storia finì – prima del Suo intervento – su un giornale a tiratura nazionale, fu  sul grande giornale terzista e fu per un articolo (in prima pagina!) del dr. Stella; ricorda?

Sì, proprio lui! Quello della Casta!

Fu un articolo non particolarmente benevolo nei nostri confronti che si intitolava, se ben ricordo, “Campanilismo Ospedaliero”, trovandolo allora piuttosto sventurato nel suo complesso chiesi al Direttore del giornale quell’udienza che sarebbe stato cavalleresco concedere ma che – ovviamente –  non fu concessa, mi permetto quindi di disturbarLa per far conoscere anche a Lei (ma credo che già lo sappia) qualcosa di più sulla Casta degli Ospedali Campanilistici.

Qualche titolo per parlare della vicenda del S.Giacomo penso proprio di averlo: sono il medico non il più anziano, ma comunque quello che da più tempo vive là dentro (vi lavoro dall’agosto del 1974), a livello regionale sono inoltre membro della Commissione Regionale per la revisione del prontuario terapeutico (personalmente per i farmaci oncologici) il cui presidente è il Presidente-Commissario Marrazzo (un po’ come il Conte-Duca di manzoniana memoria) 

Il mio lavoro è quello dell’ Oncologo e francamente non mi riconosco proprio nell’immagine che – necessariamente – si ricava dalla lettura dell’articolo del dottor Stella.

Per portare avanti il mio lavoro evitando le liste di attesa (questa sembrava essere la priorità di cui oggi non si parla più) ho accumulato circa 1800 ore di straordinario che non mi verranno mai retribuite tra l’altro con un’attività intramoenia del tutto trascurabile (più che altro perché trovo ripugnante che esista un accesso alle cure rapido per i paganti ed uno lento per chi non paga).

Poiché però quel che conta sono i numeri, mi sono andato a riguardare la mia personale attività degli ultimi cinque anni (per la verità il 2008 non è ancora terminato): ho personalmente visitato e curato (la maggior parte dei pazienti riceve una qualche forma di trattamento) 1132 neoplasie della mammella, 478 neoplasie dell’apparato digerente, 289 neoplasie urogenitali, 87 ginecologiche, 53 del distretto cervicocefalico, 121 polmonari e 80 altre di varia istogenesi; non so se siano tante o poche (trattandosi della mia personale attività sarei portato a credere che siano molte) ma ciò che interessa e che sembra sfuggire a chi non si occupi dell’argomento è cercare di sapere tutto il lavoro che c’è dietro e che in prospettiva nasce da questi numeri.

Cercherò quindi di spiegarlo: intanto per la diagnosi istologica, stimando al ribasso un numero di cinque preparati per neoplasia fanno in relazione ai numeri su riportati più di una decina di migliaia di preparati da allestire e poi esaminare, per la stadiazione di malattia migliaia di radiografie, TC,  ecografie, endoscopie, RMN, scintigrafie, esami di laboratorio etc.

Ci si rende conto della complessità della cosa? Ci si rende conto di quante e quali competenze stiano dietro a tutto questo? Sicuramente parecchi dei 171 medici, parecchi degli infermieri, parecchi degli ausiliari che, stando a quel che l’articolo sembra suggerire, sarebbero invece intenti solo  attorno al turista che s’è incidentato per via del Corso.

Ma questo è solo l’inizio, perché – dopo la diagnosi – spesso viene la terapia, avete l’idea della complessità della cosa? Sapete che ogni chemioterapia per la sicurezza dei pazienti e degli operatori deve esser preparata in ambiente sterile? Qui per tale preparazione altre competenze vengono sottratte all’australiano di passaggio (farmacisti esperti nella preparazione e infermieri altrettanto sperimentati).

Come è noto, la chemioterapia viene somministarta per periodi più o meno lunghi, per cui ciascuno di quei più di 2000 pazienti in questi anni ha gravitato sul nostro ospedale per le cure e dopo le cure per il follow-up, i meno fortunati – poi – per ulteriori cure a seguito di recidiva.

I nostri accessi di Day Hospital per chemioterapia sono migliaia per ogni anno

Lo sapete che il nostro servizio di Oncologia – ora che siamo in tempi di vacche grasse – va avanti con tre persone?

Con l’Ematologia arriviamo a cinque medici strutturati più un contrattista e questa Casta nel 2007 ha prodotto più di 5000 accessi di Day Hospital (cioè chemioterapie) e più di 9000 visite a pazienti oncologici o affeti da patologia ematologica.

 Qualche tempo fa eravamo in due in Oncologia e due in Ematologia; eppure a suon di straordinari non pagati mandiamo avanti un’attività senza lista di attesa per i trattamenti e senza lucro personale.

Avete la minima idea di cosa significhino le liste di attesa per un paziente di questo tipo  e per i suoi familiari?

Io non sono particolarmente preoccupato tanto per la chiusura del San Giacomo, anche se mi pare che i suoi anni – per esclusivo merito del personale medico e paramedico – se li porti benissimo, sono preoccupato per il vuoto di idee: qualcuno sa come collocare tutti questi pazienti?

La chiusura dovrebbe essere per Ottobre, abbiamo visite e trattamenti prenotati sino all’anno prossimo, qualcuno si prenderà la pena di dire a noi e ai pazienti cosa si debba fare?

Ho garanzia che i trattamenti da noi intrapresi e pattuiti personalmente con i malati dopo il loro consenso verranno portati a termine come deciso?

Un’ultima piccola riflessione circa i costi delle cure negli ambienti pubblici e in quelli accreditati: qualche anno fa, per conto della mia ASL svolsi un’ attività di controllo e verifica delle prestazioni oncologiche erogate da una struttura accreditata presso di noi, secondo le valutazioni della commissione di cui ero parte la differenza tra quanto preteso dalla clinica e quanto secondo noi dovuto dalla ASL era di circa tre miliardi della vecchia moneta; per tale vicenda siamo ancora in causa.

Facile morale: se diminuisce l’offerta pubblica la gente non è che rinuncerà a curarsi, ma piuttosto si rivolgerà a strutture come quella con maggior spesa per tutti.

A proposito, per quella mia attività di controllo (durata tre anni, una diffida dell’avvocato della clinica e una testimonianza in tribunale) non mi venne pagato neppure lo straordinario: se mi preoccupo del mio cortile è perché l’ho curato come un giapponese e mi secca un poco vederlo svenduto.

Un ultima cosa, nel caso le mie parole dovessero aver bisogno di una qualsiasi verifica, invito chiunque a chiedere presso le strutture Oncologiche ed Ematologiche della città e della regione informazioni sul nostro operato e sul nostro nome, non è difficile.

Con viva cordialità

Germano Zampa 

 

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3 Responses to “IL CORTILE GIAPPONESE DEL DOTTOR ZETA”


  1. 1 zop 29 settembre 2008 alle 09:39

    io abito a milano accanto al famigerato santa rita (clinica degli orrori) esempio di mostruosa commistione di pubblico e privato. si vuol trattare l’Italia come un’azienda e la sanità come un’impresa. ma il fine di un’impresa è il profitto, quello dello stato, della scuola e degli ospedali no. o almeno non ancora. e speriamo mai.

  2. 2 ziacris 29 settembre 2008 alle 14:25

    Chi ha voluto intendere in-tenda…tutti gli altri nel sacco a pelo!!!

  3. 3 giorgi 29 settembre 2008 alle 17:50

    Zop, speriamo mai, però comincio ad essere molto pessimista…

    Zia Cris, non intendono 😦


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