ANCORA SU MEDICI, MEDICINA, PSICHE E MALATTIA

Cara Giorgia,

sono d’accordo sia con Veronesi sia con te quando parli della possibilità di integrare le medicine cosiddette "alternative" con la MOS ("medicina occidentale standard": ho coniato questa definizione che mi pare la migliore, da un punto di vista epistemologico, per definire quella che alcuni chiamano "tradizionale", altri "allopatica", altri ancora  "ufficiale"). E ribadisco che per curare malattie gravi, in particolare quando il fattore tempo è decisivo, non mi sognerei mai di snobbare la MOS a favore di qualunque altra medicina.

 

Molti anni fa mi rivolsi a un luminare dell’omeopatia sperando che potesse curarmi dei fibromi evitando l’intervento chirurgico. Lui, molto onestamente, disse che poteva farlo ma, così come i fibromi avevano impiegato anni per formarsi, la cura omeopatica avrebbe impiegato anni per indurre il mio organismo a riassorbirli (cito a memoria, forse i termini erano diversi ma il concetto è questo). Iniziai la cura ma poi, dato che i disturbi provocati dai fibromi (la cui crescita in effetti era rallentata, ma nulla di più) erano diventati molto fastidiosi, mi feci operare.

 

Per me questa storia, nel suo piccolo, è illuminante anche per l’altro argomento che tratti nel tuo post: i rapporti tra corpo e psiche.

 

Tu dici, citando lo psicoterapeuta: "come si fa ad attuare la reversibilità del processo, di cui ormai siamo tutti più o meno convinti, che dallo stress psichico conduce alla malattia?" E aggiungi: "Già, come si fa a rendere reversibile un processo che si è attivato involontariamente? Che tipo di controllo dobbiamo avere sulla nostra mente per riuscire a disattivare quello che lei ha attivato?"

 

L’idea di "reversibilità del processo" mi sembra di per sé molto problematica. Semplificando un po’, possiamo dire che sì, è la psiche che ci fa ammalare; cioè che uno stress psichico particolarmente intenso o, anche, un profondo disagio che si protrae nel tempo troppo a lungo, trovano sfogo nel corpo facendolo ammalare. Ma dobbiamo stare attenti a pensare che, così come la psiche ci fa ammalare (per esempio, ci fa venire il cancro), allo stesso modo può farci guarire (ovvero, può stimolare il nostro organismo a sopprimere le cellule tumorali e a impedire loro di replicarsi). Io questo non lo credo: penso piuttosto che quando un processo psichico slitta sul piano somatico, sia su quest’ultimo che si deve intervenire – con la chirurgia o le varie terapie MOS su certe patologie, con erbe e rimedi omeopatici su altre patologie o come supporto.

 

Il che non significa affatto che non possiamo occuparci della nostra complicata psiche; anzi, personalmente direi che dobbiamo. Tu giustamente parli di "disattivare quello che lei (la psiche) ha attivato": e qui sono d’accordo, questo è un concetto ben diverso da quello di reversibilità. A costo di sembrare pignola, credo sia importante però precisare che non si tratta di capire quale tipo di "controllo" dobbiamo avere su di essa. La ragione è che, anche qui, non è del tutto esatto dire che è la "psiche" che ci fa ammalare: ci ammaliamo non perché la psiche "si comporta male" (ovvero noi pensiamo, sogniamo, fantastichiamo e desideriamo "male"), ma perché le parti in cui si articola non sono integrate tra loro. Semplificando un po’

brutalmente oltre un secolo di psicoanalisi, potremmo dire che io e inconscio sono scissi e incomunicanti. Di qui blocchi emotivi e psicologici, nevrosi e malattie, psichiche e/o somatiche.

 

Allora, più che di controllare la psiche (ovvero immaginare di poterla indirizzare verso la guarigione anziché verso la malattia), si tratta di renderla più fluida, in primo luogo cercando di portare alla luce i contenuti dell’inconscio – oscuri, inquietanti e potenzialmente patogeni finché stanno rinchiusi lì dentro, ma capaci di trasformarsi in altrettante brillanti sfaccettature del nostro "diamante psichico" se presi per mano e portati alla coscienza.

 

Questa è una possibilità aperta dalla pratica psicoanalitica, ma non solo:

gli esseri umani hanno elaborato tanti modi per mettersi in contatto con

l’inconscio: dalla meditazione all’attività (e fruizione!) artistica, dall’estasi spirituale a quella chimica… Il discorso si fa complesso e io ne so poco, ma spero di aver reso chiaro il punto.

 

Per tornare alla questione psiche e soma, malattia e guarigione, la mia opinione è questa: può succedere che quel che avviene nella nostra psiche contribuisca a farci ammalare. In questo caso, non possiamo capovolgere il processo e indurre la psiche a farci guarire; possiamo però scavare nel profondo, portare in superficie contenuti inconsci, e così facendo disattivare la dinamica psichica che ha contribuito a farci ammalare. Ma, nel caso che la malattia sia slittata sul piano somatico, per guarire abbiamo bisogno di agire sul corpo e, a seconda della patologia, dobbiamo rivolgerci alla medicina che più fa al caso nostro.

 

Ho fatto tutto questo ragionamento e solo ora mi rendo conto di una cosa piuttosto grave: benché sia convinta di ciò che ho scritto, perché è né più né meno che il modo in cui ho elaborato la mia esperienza (e la tua, e quella di mamma), devo constatare che questo approccio sottintende un/una paziente estremamente attiva, consapevole e capace di scegliere. Come dire che, per come è messa la medicina attuale, per guarire bisogna essere non solo combattivi ma anche colti e abbastanza ricchi. E non va bene.

 

Avevo iniziato a scrivere pensando a un commento sul tuo blog, ma è venuta fuori una cosa così lunga che mi pare fuori luogo. Di questi argomenti abbiamo parlato tante volte, quindi probabilmente per te non dico niente di nuovo… Magari potrei tagliare e ridurre il tutto al formato di un commento, che ne dici?

 

 

Baci

 

Cris

 

 

Le vent se lève, il faut tenter de vivre (Paul Valéry)

 

Mi sembra che queste riflessioni di mia sorella si meritino un post dedicato.

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8 Responses to “ANCORA SU MEDICI, MEDICINA, PSICHE E MALATTIA”


  1. 1 juliaset 23 maggio 2008 alle 16:49

    Innanzi tutto complimenti per la lucidità e la capacità di analisi con cui, in famiglia, riuscite ad affrontare questo genere di discorsi. Condivido praticamente tutto quello che scrive tua sorella, ma sono leggermente più ottimista sul fatto che possano guarire bene anche le persone non particolarmente ricche o colte, nonostante le attuali difficoltà della sanità. Conosco infatti molte persone semplici che si sono fidate di buoni dottori, e grazie ad un forte attaccamento alla vita hanno intrapreso spontaneamente quel percorso psicologico di cui parlate. Essere ricchi serve soprattutto ad accorciare le attese, a ridurre la scomodità, ad avere sostegni esterni di ogni tipo, e questo purtroppo è sotto gli occhi di tutti. Ti auguro buon weekend. J

  2. 2 giorgi 23 maggio 2008 alle 18:18

    Julia, grazie (il fatto che in famiglia abbiamo imparato ad affrontare questo genere di discorsi però significa che le varie calamità sanitarie ci hanno costretto a farlo 😦
    Sono d’accordo con te, anch’io non penso che i fattori cultura e ricchezza siano così determinanti. E’ fondamentale invece il fattore combattività, voglia di guarire, unito a una certa dose di fortuna nell’incontrare i medici giusti, o di avere disponibile una struttura sanitaria pubblica che funzioni e che magari organizzi corsi di Qi Gong per pazienti oncologici (come accade all’Istituto dei tumori di Genova). Insomma le strade sono tante e diverse. L’approccio psicanalitico è uno dei possibili approcci, che però, certo, richiede soldi e cultura.
    Poi un giorno scriverò qualcosa sulla medicina cinese, che invece affronta il problema della malattia come blocco del flusso energetico (il chi) e della cura come ristabilimento del corretto fluire del chi nelle varie parti del corpo. Non è stregoneria…

  3. 3 cestodiciliegie 23 maggio 2008 alle 19:52

    Anche io concordo con tua sorella, soprattutto sull’analisi che fa della fiducia da riporre nelle medicine alternative rispetto alla medicina cosiddetta ufficiale. E sul fatto che non si può cadere nell’errore di rifiutarne completamente una a netto favore dell’altra. Riguardo all’influenza della psiche sulla guarigione da una malattia grave, come appunto il cancro, nemmeno io credo che la proporzionalità sia diretta. Credo piuttosto che un atteggiamento combattivo, in contrapposizione ad uno passivo, serva a far uscire le nostre infinite risorse, fra le quali anche le difese immunitarie, in favore di una guarigione. Ecco, sull’aspetto culturale ed economico sono meno d’accordo: ho visto donne estremamente determinate anche se non acculturate o ricche, che hanno davvero combattuto e vinto la malattia. Certo, magari non si sono informate su internet, non sono state determinanti nella scelta della terapie alle quali si sono sottoposte, ma hanno riposto fiducia in un medico o, meglio, in una equipe di medici. Per fortuna oggi, anche e soprattutto nelle strutture pubbliche, ci sono medici che lavorano con competenza, scrupolo e umanità.

  4. 4 ziacris 23 maggio 2008 alle 21:47

    Condivido le parole di tua sorella quando parla di psiche e di curare la psiche. Io, forse non in maniera pesante, sono stata curata nell’ultimo anno nella psiche da una persona che mi ha fatto capire tutto quello che mi stava dentro e che mi stava distruggendo fisicamente. questa persona mi è costata tanto in termini economici, ma per risolvere la mia situazione ho rinunciato a tante cose, alle cene al ristorante un paio di volte alla settimana e allo shopping cosiddetto terapeutico, quei soldi li ho spesi per curarmi e aiutarmi e aiutarechi mi circonda. Mi ha aiutata a tornare quella che ero 10 anni fa, però spero di non dover più passare quello passato negli ultimi 10/15 anni

  5. 5 camden 26 maggio 2008 alle 15:22

    Molto interessante questa lettera, hai fatto bene a dedicarle un post vero e proprio. Nella mia esperienza personale io posso dire di essermi ammalata dopo i due anni peggiori della mia vita dal punto di vista emotivo, in cui ho provato sofferenze intensissime e molto profonde, e soprattutto apparentemente senza fine. Altresì posso dire di aver poi ritrovato una nuova vita in seguito, cambiando alcune situazioni ed andando verso una felicità che non avevo mai sperimentato in vita mia. La malattia è stato il punto topico per cambiare, per dare il via ad una nuova esistenza.
    Quindi ritengo per mia esperienza che il potere della psiche sia molto grande in situazioni come queste. E secondo me è un concetto cui è giusto dedicare del tempo per rifletterci.

  6. 6 giorgi 26 maggio 2008 alle 18:24

    Grazie a tutte voi. Mi pare che ognuna di noi, per esperienza diretta, ha molto da dire su questo argomento. Segno che attraverso percorsi diversi siamo tutte arrivate a certe conclusioni. Quello che mi piacerebbe è che in ogni reparto di oncologia ci fosse uno spazio per queste riflessioni.

  7. 7 utente anonimo 27 maggio 2008 alle 11:22

    Per Camden, (e non solo)
    non ci conosciamo, ma ho sentito il bisogno di scriverti, spinta da alcune delle tue frasi che ho sentito così mie.
    Come mi ci sono riconosciuta…. in modo completo direi; sarei tentata di chiederti qualcosa di te, non prima di essermi almeno presentata.
    Ho 47 anni, sposata da 23, con una figlia di 18 anni. Oggi vado a dare le dimissioni (senza la certezza di un altro posto), dopo 5 mesi pesantissimi di vero e proprio mobbing.
    Mi sono ammalata nel 2005 (DCIS – in situ -), quadrantectomia + RT, terminata il 30 settembre. Il 19 Ottobre successivo distacco di retina, due interventi in sei mesi e in tutto un anno di ospedali, test, accertamenti, diagnosi. La mia fortuna ? che fosse in situ, certo; ma anche aver incontrato persone capaci (il chirurgo retinico), e empatiche (il senologo). E la mia forza, che non sapevo nemmeno di avere, io che vado in tilt se si rompe la lavastoviglie…..
    E poi anche per me dopo il punto topico, il cambiamento epocale: una nuova esistenza, una nuova felicità, nuovi interessi, frequentazioni, esperienze (importantissima quella del volontariato in una Comunità di recupero tossicodipendenti).
    E ora una domanda, anzi la Domanda, quelle con la “D” maiuscola: come si collocano alcune situazioni pregresse, nella nuova esistenza di persone come noi ? Non deve essere facile per chi ci vive accanto, trovarsi di fronte un’altra persona, che vive un percorso di vita completamente diverso da prima.
    E’ un argomento complicato, ma se vorrai scambiare opinioni con me, sarà un piacere.
    Spero di leggerti.
    Un abbraccio
    Sandra

  8. 8 utente anonimo 20 novembre 2009 alle 12:39

    Ciao!
    ho  letto adesso questo post e mi ritrovo non solo nel post ma in alcuni dei commenti, specialmente quelli di Sandra, Camden e Juliaset. Ringrazio Cris principalmente, ma anche le commentariste, che avete preso il tempo per mettere le parole sui fatti e sensazioni.
    Sandra, spero che intanto hai delle risposte alle tue domande. Anch’io ho avuto un percorso simile, e mi sono ritrovata benissimo in questa nuova coscienza che ho di me e degli altri. Ed é qui che penso la mia esperienza ti possa dare risposta: é che il fatto di essere "nuova" mi fa guardare con occhi nuovi gli altri, percui non ho difficoltà di spiegarmi, ma principalmente di prenderli come sono e questo tutti quanti gradiscono; e facilmente dimenticano quello che eravamo anteriormente.
    Un abbraccio
    Maria


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