A CACCIA DI STORIE DA FINIRE

Niente da fare, i racconti iniziati non vanno avanti. Però ho ripescato questa cosa qui, una delle tante storie abbandonate. A rileggerla non mi sembra malaccio, potrebbe uscir fuori qualcosa di avventuroso, in luoghi esotici ma surreali.  

TANAGUA

Ho ricevuto la lettera di Teresa dopo una giornata inutile trascorsa a ciondolare per la casa senza uno scopo, incapace a mantenere un’attività, o l’inattività stessa, per più di cinque minuti. Tre pagine di un libro stucchevole che non mi decido a smettere, chissà perché, tre righe del mio romanzo, fermo a pagina due, un paio di posizioni yoga, una navigata veloce per decidere dove andare in vacanza, una telefonata, cambio di stagione limitato a due ripiani dell’armadio, mezza ceretta, un po’ di musica sbracata sul divano, zapping televisivo e così via, come una di quelle palle colorate che rimbalzano senza sosta finché non vengono costrette alla quiete da una presa sicura.

Poi, verso sera, Luca torna a casa e lancia sul tavolino del salotto quella lettera per me, insieme alle bollette e alla solita cartolina di suo padre in giro per il mondo a godersi la pensione.

Fa sempre un certo effetto ricevere una lettera per posta, di questi tempi. Sapere che c’è ancora chi resiste al mordi e fuggi della comunicazione elettronica, sceglie la carta giusta, la penna più scorrevole, cerca di mantenere una certa uniformità nella grafìa e di evitare cancellature o patologiche inclinazioni delle lettere. Ma non era una sorpresa che a scrivermi fosse proprio lei. Analfabeta informatica, trapiantata dall’altra parte del pianeta, non poteva che scegliere il vecchio mezzo per riprendere i contatti con me.

Aprii la busta col mio sistema rozzo, strappandola con le mani, e lessi quelle poche righe frettolose, concitate, con una scrittura disordinata che a stento riconoscevo. Rimasi qualche minuto con la lettera tra le mani, lo sguardo perso nel vuoto e riacchiappato dagli occhi blu di Luca che tentava di parlarmi: “Allora, è Teresa? Che dice, come sta? Ehi, Lisa, ci sei? Ma che ti prende? Guardami, Lisa!”

“Sì. E’ Teresa.”

“Non mi dire che è nei casini, non mi dire che vuole il tuo aiuto…”

Avrei voluto non dirglielo. Invece era così. Teresa era nei casini, e stavolta sembravano casini giganteschi.

 

2.

 

Attraversavo per la prima volta il cielo sull’Atlantico, per raggiungere luoghi che avevo immaginato anche con Teresa. Ma poi, la vita, le opportunità mancate, rimandavano all’infinito questo viaggio. Qualcosa che ancora non mi era chiaro mi aveva catapultata di forza su quell’ aereo, per scoprire cosa fosse capitato a Teresa, cosa volesse da me, con quella lettera disperata, ma vaghissima. Avevo contattato sua madre, per chiederle un numero di telefono e l’indirizzo, ma lei mi spiegò tra le lacrime che sua figlia la chiamava una volta al mese e si era sempre rifiutata di darle un recapito.

Non le dissi della lettera, inventai piuttosto un fantomatico viaggio a Tanagua, durante il quale speravo di poter incontrare sua figlia.  

Luca era furibondo, non voleva lasciarmi andare così, ma io non potevo aspettare. Giungemmo al compromesso che mi avrebbe raggiunto appena si fosse liberato dalle scadenze più urgenti.

L’aereo era semivuoto, nessuno volava volentieri dopo gli ultimi allarmi sul rischio di nuovi attacchi terroristici e l’11 settembre non era così lontano. Inevitabile guardarsi intorno, esaminando i compagni di viaggio  alla ricerca di un indizio positivo, che fugasse ogni dubbio. Superarono tutti il mio esame e cominciai a leggere il corposo romanzo che avevo scelto per l’occasione, l’ultima fatica della mia scrittrice preferita, uscito in libreria solo pochi giorni prima della partenza.

Divorai le prime cinquanta pagine, poi crollai addormentata e mi svegliò la hostess per propormi uno di quei terrificanti pranzetti confezionati. Mangiai per fame, immaginando il sartù di pesce che Luca preparava quando era particolarmente ispirato.

Credo di aver fatto un sorrisetto lascivo pensando alle notti di fuoco che seguivano, allo scatenamento dei sensi che quel cibo divino provocava… Ma che ci facevo su quell’aereo?

Teresa, da lei non potevo aspettarmi niente che fosse normale, ordinario. Altre volte, in passato, ero stata a un passo dal cacciarmi nei guai per rincorrerla, o per rispondere alle sue richieste irresistibili. Quando mi rendevo conto che stava per succedere qualcosa di brutto tornavo indietro e provavo a cancellarla dalla mia esistenza, non prima di esserci fatte telefonate orribili, rabbiose, che sembravano mettere una pietra tombale sulla nostra amicizia. Silenzio per mesi, talvolta anni, poi una o l’altra si faceva viva, e come se non fosse mai accaduto nulla ricominciavamo ad essere le amiche di sempre, tanto affini quanto irrimediabilmente distanti. 

La voce del comandante mi strappò a quei pensieri: stavamo per atterrare a Neaguita, capitale di Tanagua e non avevo la più pallida idea di dove andare a cercarla. Per fortuna l’isola non è grande, pensai aprendo di nuovo la guida sulla mappa della città.

In un attimo ci trovammo sulla distesa smeraldina del mare e in lontananza, oltre la pista, si riconosceva il bianco abbagliante delle case e le macchie verdi di una natura rigogliosa. Un posto così poteva nascondere insidie, pericoli?

 

Ero l’unica passeggera del volo a non avere un alloggio prenotato, così venni circondata da ragazzini che mi offrivano stanze, pensioni, servigi di ogni genere. Mi affidai all’istinto e scelsi Pedro, che aveva uno sguardo intelligente e il sorriso gentile. Insistette per portare il mio zaino sulle sue spalle gracili, sembrava entusiasta e camminava a passo spedito. Io lo seguivo a fatica, già provata dal gran caldo. Fuori dell’aeroporto ci aspettava un furgoncino a tre ruote, tipo Ape, guidato da un uomo piuttosto anziano che doveva essere il nonno di Pedro. Mi salutò calorosamente, ma cominciò a tempestarmi di domande che capivo a stento quando si rese conto che viaggiavo da sola. Tentai di spiegargli che ero alla ricerca di un’amica, e che forse mi avrebbero potuto aiutare a trovarla, ma non capiva o faceva finta di non capire.

Dopo aver attraversato la città semideserta, forse perché era l’ora della siesta, ci fermammo in una piazzetta, davanti a una casa bianca con l’insegna “Pensiòn” dipinta a mano. Una bella signora con un neonato in braccio ci accolse sul portone, mi diede il benvenuto e mi fece accomodare nel patio che affacciava sul cortile interno, con il pozzo, alberi di arance, panche e tavolini maiolicati dove veniva servito il caffè. Mi sembrava il posto più bello del mondo.

 

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14 Responses to “A CACCIA DI STORIE DA FINIRE”


  1. 1 farolit 6 novembre 2007 alle 21:31

    sembra vero…. e non è affatto malaccio!

  2. 2 arabella 7 novembre 2007 alle 00:29

    Mi piace… Vai avanti! Baci

  3. 3 giorgi 7 novembre 2007 alle 09:29

    Grazie, sì sì, penso proprio che andrò avanti, anche se non ho la più pallida idea di che cosa sia sccesso a Teresa ;-))

  4. 4 Effe 7 novembre 2007 alle 09:40

    (bene, ci regali ancora un po’ di sole, per l’inverno che viene. E non è detto che si debba infine sapere, cosa è successo a Teresa)

  5. 5 DNGDLB 7 novembre 2007 alle 10:05

    ..ma, veramente io vorrei sapere cos ale è successo..

    Bell’inizio, avanti savoia! ; )

    Muxu, D.

  6. 6 giorgi 7 novembre 2007 alle 15:20

    Effe: eh, avevo pensato anch’io a questa comoda soluzione, però come a Danilo, un po’ di curiosità è venuta anche a me.
    Si accettano indizi e suggestioni…

  7. 7 arabella 7 novembre 2007 alle 15:45

    Io veramente sono curiosa di sapere cosa succederà a Lisa una volta che si è messa sulle tracce di Teresa…

  8. 8 giorgi 7 novembre 2007 alle 15:51

    Già, ora vado a prendere Lula e mentre lei danza io ci penso ;-))

  9. 9 DNGDLB 7 novembre 2007 alle 15:57

    Gradirei un lieto fine, alieni, scene orgiastiche tra gli avocado, un buon libro, un bambino islandese, luce e l’odore di tabacco da pipa.. ; )

  10. 10 giorgi 7 novembre 2007 alle 19:03

    Per ora posso garantirti solo un lieto fine. Di tragedie ne abbiamo troppe nella realtà, no?

  11. 11 Effe 8 novembre 2007 alle 10:28

    perché un lieto fine?
    Uno sospseo, invece.
    E non sapere che fine ha fatto Teresa non è affatto comodo, cosa credi. Dovresti costruire tutta la storia intorno a qualcosa che non c’è. Una bella sfida.
    Ma ha ragione Arabella: in realtà, per quanto tu giochi a spostare l’attenzione, quel che conta è ciò che succede a Lisa.
    Pensavo, per assimilazione esotica, a Notturno Indiano di Tabucchi (bellissimo)

  12. 12 giorgi 8 novembre 2007 alle 12:50

    Effe, hai ragione, non è una soluzione facile, semmai ancora più impegnativa. Intanto, come giustamente mi ha fatto notare Arabella (alias mia sorella), ho cercato di dare omogeneità ai tempi, che erano un po’ confusi tra presenti, passati remoti e imperfetti.
    A me oltre a Lisa interessa anche Luca, che magari potrebbe piombare sull’isola e cucinare un ottimo sartù per tutti gli ospiti della Pensiòn…
    (Notturno indiano non l’ho letto, anche se Tabucchi lo amo moltissimo.)

  13. 13 riccionascosto 8 novembre 2007 alle 16:33

    A me interessa di Lisa (anche di Luca e di Teresa, veramente) ma, soprattutto, della ricetta del sartù di pesce.
    Devo dire che Lisa ne ha fatto un’ottima pubblicità… 😉

  14. 14 giorgi 8 novembre 2007 alle 20:48

    Riccio, cara, il sartù di pesce l’ho mangiato una volta nella mia vita, preparato da una coppia di napoletani invitati da un amico a cucinare il pesce fresco appena comprato. Ci hanno fatto tirare il collo per ore. Quando finalmente quel meraviglioso timballo di riso e svariate varietà di pesce è arrivato a tavola e l’ho assaggiato pensavo di svenire dal piacere… Davvero non avevo mai mangiato una cosa così buona, i due napoletani non li ho mai più visti e il sartù di pesce è diventato per me e Sten un cibo mitico. Ho anche il sospetto che Lula sia stata concepita dopo quella cena 😉


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