IN-SICUREZZA

Appena sentita la notizia alla radio, e riconosciuto il luogo, a poche centinaia di metri da casa, ho provato una fitta di dolore straziante, mentre immaginavano la scena, l’aggressione, la violenza, il corpo buttato nella scarpata, tra i pratoni che portano ancora i segni di un recente incendio.  Mille volte mi sono detta che peccato non poter utilizzare il treno Roma Nord per andare in centro, visto che la stazione è così vicina ma irraggiungibile, separata da un cavalcavia, una rotonda desolata, e quella stretta stradina di campagna che bisogna avere una forte dose di coraggio ad attraversare a qualunque ora del giorno e, figuriamoci, della sera.  Mio padre una volta mi raccontò di aver scritto al Comune proponendo l’istituzione di una navetta che dalla stazione Tor di Quinto attraversasse il quartiere, ma nessuno gli ha mai risposto. Una signora inglese, amica di famiglia, alla stazione ci arrivava in bicicletta, poi ha cominciato ad avere paura e ha lasciato perdere. Quando con Sten e Lula andiamo sulla ciclabile attraversiamo quel vialone schizofrenico, da un lato la caserma dei carabinieri sorta dopo le inutili battaglie degli anni ’70 per destinare l’area a verde pubblico, il mio ex asilo divenuto sede di un Gruppo della Polizia Municipale, e gli alloggi della Marina, dove viveva Giovanna Reggiani, dall’altro gli insediamenti che adesso, sull’onda dell’emozione, verranno smantellati. Ieri sera ho quasi litigato con un paio di amici che si preoccupavano più delle reazioni xenofobe e razziste e dei provvedimenti  d’espulsione che del significato di questa ondata di violenza brutale e del crescente senso d’insicurezza che vive anche chi, come me, ha sempre sbuffato di fronte ai discorsi dei vicini “borghesi e benpensanti”, che portano a spasso il cane e guardano con disgusto gli zingari che svuotano i cassonetti della spazzatura.  Però da quando c’è stata l’aggressione mortale al ciclista sulla pista che ho percorso tante volte ho iniziato a provare davvero una paura profonda, ad avvertire quel senso di pericolo che ti condiziona la vita, e che te la può togliere, come è accaduto martedì sera. Comincio a ripensare se sia il caso che Lula cominci a  fare dei  giretti da sola, andare a comprare il latte o il giornale, raggiungere la vicina casa dei nonni. Questa è l’insicurezza, la paura, la mancanza di libertà. Non posso andare da sola a fare una passeggiata in bici sulla ciclabile, non posso far crescere mia figlia come vorrei, non posso andare in centro con il treno della ferrovia Roma Nord. O magari potrò farlo tra un mese, visto che la sfortunata fatalità ha voluto che tra qualche giorno la stazione da cui è scesa la signora Reggiani chiuderà per lavori. E certamente dopo diventerà il luogo più sicuro del mondo. C’è voluta la morte di una donna. Potevo essere io, o la mia vicina, mia madre, una conoscente. Questa è la “questione sicurezza” che dalle parti della sinistra si fa tanto fatica a riconoscere e si continua a considerare un falso problema, perché i veri problemi sono ciò che origina questi fenomeni. Invece è una questione di vita o di morte. Non mi pare cosa da poco.

POST SCRIPTUM del 4 novembre: Sì, l’ondata xenofoba e razzista ovviamente c’è stata, anzi c’è. I picchiatori fascisti a caccia di rumeni, le ronde. E le ributtanti speculazioni politiche, figuriamoci. Che follia aver lasciato che si arrivasse a questo punto.

Ieri pomeriggio, tornando a casa che era già buio, abbiamo visto una donna giovane attraversare sola, a piedi, il cavalcavia della stazione Tor di Quinto. Era quasi arrivata alla fermata dell’autobus, la pensilina illuminata e una panchina già occupata da un’altra persona. E’ salva, mi è venuto spontaneo pensare.  

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7 Responses to “IN-SICUREZZA”


  1. 1 DNGDLB 2 novembre 2007 alle 13:37

    Sembra che tu sia troppo felice per non aver paura.
    Ma è proprio questo il momento per non averne, altrimenti a cosa serve?
    Tra l’incoscienza e la paura c’è un grande spazio intermedio..
    Muxu, D.

  2. 2 giorgi 2 novembre 2007 alle 19:03

    E’ vero, c’è un grande spazio intermedio, ma non capisco bene che vuoi dire rispetto all’essere felice. La mia è una felicità assolutamente privata, personale. Mi viene voglia di vivere altrove

  3. 3 DNGDLB 6 novembre 2007 alle 14:16

    Generalmente (e so di generalizzare) è quando si è felici che si ha paura di perdere la felicità, o meglio, nella fattispecie, che qualcuno ce la tolga.
    Se non si ha nientre da perdere non si rischia niente.
    Tutto qua.

    Muxu, D.
    P.S. scusa il ritardo nel controcommento…

  4. 4 Oblivious 9 novembre 2007 alle 11:36

    Eh purtroppo credo che non esista una reale sicurezza nelle città grandi ed eterogenee, sia socialmente che culturalmente. E ti dirò di più: ho l’impressione che al di là di ciò che un governo possa fare o meno il problema non farà altro che ingigantirsi. Prendi ad esempio le megalopoli americane. Negli states non ci vanno per il sottile tra sicurezza, carcere facile, poliziotti ecc eppure le grandi città vivono in condizioni di sicurezza improbabili ( vedi Los Angeles e New York ).
    Purtroppo la verità è che la città in se è un posto tanto meno sicuro quanto più è grande. Poi possiamo fare tante cose per migliorare la soglia di sicurezza. Ma secondo me i danni più grandi in questo senso li fanno i media che montano odi reciproci e paranoie eccessive nella gente. Come dire, a furia di vedere le cose in un certo modo diventano come tali no?

    Humm… si sente che io non apprezzo le grandi città vero?

  5. 5 giorgi 9 novembre 2007 alle 19:00

    Veramente mi sembra che pure nelle città piccole ci sia poco da scherzare. La differenza è tra ciò che accade in casa, dove prevenire la violenza mi sembra piuttosto difficile, e quello che accade per strada, dove invece l’intervento pubblico potrebbe limitare certi fenomeni. I media, come al solito, amplificano talmente i fenomeni da produrre reazioni sconsiderate. A me però continua a non andar giù che se quella stazione fosse stata chiusa non ora ma anni fa, e sistemata, illuminata, dotata di parcheggi e capolinea di autobus, quasi certamente Giovanna Reggiani sarebbe ancora viva.

  6. 6 DNGDLB 9 novembre 2007 alle 21:11

    Sono un po’ più d’accordo con Oblivius, non perchè non ami le grandi città; probabilmente non riuscirei a viverci, ma la questione è che credo siano meno facili da gestire.
    Comunque al di là dell’ordine pubblico o del decoro urbano io credo che l’unico modo per avere una “civiltà” diffusa sia di educare le persone. Se la famiglia non basta (e spesso non basta, in generale e comunque andando avanti con l’età) la scuola è e rimarrà il punto di riferimento, la base su cui costruire il resto. A seguire i media.
    Peccato però che i media sappiamo quali pressioni hanno e che gli insegnanti non sono valutabili, perchè ce ne sarebbero da mandare in miniera..
    Muxu, D.

  7. 7 giorgi 10 novembre 2007 alle 00:11

    Danilo, non lo so, mi sembra che molte situazioni sfuggano completamente alla possibilità di essere comprese. E i centri piccoli, ripeto, non garantiscono mi pare una felice e serena convivenza tra gli esseri umani.


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