IL TEMPO CHE RESTA

Non sapevamo nulla del film preso in affitto ieri Il tempo che resta, ma conoscevamo il regista, Ozon, e naturalmente Jeanne Moreau, e Valeria Bruni Tedeschi.

Il titolo però era abbastanza eloquente, e ho immaginato che in ballo ci fosse una fine imminente, una morte annunciata… Qualcosa sul genere delle Le invasioni barbariche. Era proprio così: la storia di un giovane fotografo di moda a cui viene diagnosticato un cancro molto avanzato, non operabile, e che decide di rifiutare la chemioterapia dopo un toccante e veritiero colloquio con il medico che non gli nasconde le scarse possibilità di guarigione. Tutto questo avviene all’inizio, perché il film parla, appunto, del tempo che resta a Roman e di come sceglie di viverlo. Al contrario del protagonista delle Invasioni barbariche, il fotografo sceglie di vivere in solitudine il commiato, lasciando tutti all’oscuro della sua malattia,  allontana il suo compagno, smette di lavorare, non riesce a parlare nemmeno con i genitori e peggiora il già deteriorato rapporto con sua sorella. Dopo averla insultata, a casa dei suoi, suo padre lo rimprovera, facendogli notare di come lei fosse fragile, perché in crisi con il marito. “Anch’io sono fragile” sbotta lui, e dopo, in macchina, si lascia andare a un gesto di tenerezza con il padre, il primo di altri che seguiranno per ricucire tutti gli strappi, tutte le ferite inferte alle persone amate della sua vita. L’unica a sapere e da cui congedarsi esplicitamente è la nonna paterna, (Jeanne Moreau), che racconta al nipote per quale istinto di sopravvivenza avesse abbandonato il figlio (il padre di Roman), dopo la morte del marito. Istinto di sopravvivenza che sembra mancare a Roman, rifiutando di lottare e di curarsi, impegnato invece ad attraversare quei pochi passi verso la fine come un ritorno al sé bambino, all’infanzia, ma che in un certo senso ritrova grazie all’imprevista e quasi provvidenziale occasione di lasciare di sé un frutto e un’eredità.

Non ho versato una lacrima, nemmeno al momento della fine annunciata, così composta e poetica, perché il film non vuole essere strappacuore. Commuove, sì, ma con asciuttezza, con un’intensità che fugge dal patetismo.

Mi è venuto spontaneo ripensare al racconto che avevo scritto molto prima di vivere una storia simile (non uguale, per fortuna, che altrimenti non sarei ancora qui, nonostante l’irreale ottimismo con cui avevo deciso di chiuderla), e poco prima di innamorarmi del film Le invasioni barbariche. Ci ho ripensato anche perché avevo scelto lo stesso luogo per il commiato, il mare.

Il tempo che resta da vivere, quando si sa che ne resta poco, è un tema forse abusato, che tuttavia non può non appassionare. Provare a immaginarlo però è quasi sempre un esercizio estetico, che non corrisponderà mai alla brutta realtà di esserne consapevoli. Quando per un attimo, l’anno scorso, al momento della prima diagnosi, (non mi fate perdere tempo con i link, che basta andare a novembre 2005 nell’archivio), ho creduto di essere condannata, il mio tempo era divorato dalla rabbia. Perché la rabbia, e lo sgomento, non hanno il respiro lungo, non sanno concepire il futuro, né scivolare dolcemente nel passato. La paura paralizza, e un tempo paralizzato non è più tempo, è forse solo tempo perduto. Oh, come mi sento prustiana stamattina… E anche dopo qualche settimana, per quel referto che sembrava fotografare una situazione ancora peggiore, la reazione immediata è stata implodere, mettermi sul letto in posizione fetale, al buio, e piangere. Tempo non ce n’era più. Non ce ne sarebbe stato. C’era solo un buco nero. Ecco.

Il medico dice a Roman che in una persona così giovane (trentun’anni) sperava di trovare la volontà di lottare contro la malattia. Ma riuscire ad attaccarsi a meno del cinque per cento di possibilità di guarigione sarebbe stato difficile anche per l’ottimista più incallito.

Io invece, appena ho sentito parlare di cure e possibilità di guarigione, senza chiedere percentuali e statistiche (almeno all’inizio), mi sono alzata e ho aperto le finestre, coprendo il buco nero con un tappeto che guai chi prova a spostarlo.

E il tempo ha ricominciato a fluire, inarrestabile.

 

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10 Responses to “IL TEMPO CHE RESTA”


  1. 1 camden 20 gennaio 2007 alle 11:03

    Brava, hai reagito davvero nella maniera migliore…e quando si riprende a stare bene si acquisisce ancora maggiore forza, maggiore volontà di esserci ancora per tanto tempo. Lo so bene…

  2. 2 farolit 20 gennaio 2007 alle 17:56

    Giorgi cara quando ti leggo che parli del Tempo mi paralizzo, mi emoziono e vorrei poterti abbracciare o soltanto sorrideri con gli occhi.
    Mi è capitato, anzi no l’ho scelto, di stare accanto ad una persona che aveva una malattia insidiosa, brutta. Ma non per questo “era” malata. La sua malattia era una parte del suo essere, il modo in cui lei l’ha vissuta ha potenziato il me il concetto di Tempo che vorrei tratterere sempre.
    Lei, come te, copriva il buco nero, e con ogni gesto di volontà ricordava a se stessa e a tutti
    che il tempo paralizzato non è più tempo, che il tempo che resta da vivere è sempre qui e ora, per tutti, è nel meglio delle risorse che sai tirare fuori. Tenere il tempo della propria vita, è sentire il fluire, inarrestabile, superiore al pensiero. Questo modo di vivere la malattia, questa etica è una droga contagiosa. C’era la fila a strare con Pieranna, a volte ferma nel suo letto come per una banale coincidenza, c’era la fila perchè lei restituiva a tutti il senso del Tempo, la sua pienezza, la sua verità. Proprio come fai tu.
    🙂

  3. 3 giorgi 21 gennaio 2007 alle 10:02

    Camden, si diventa leonesse vero? Basta coprire subito il buco nero 😉
    Farolit, i tui abbraccio e i tuoi sorrisi li sento e li vedo… Io sono sempre stata una patita del tempo, anzi Tempo, come scrivi tu, e al liceo mi ero innamorata dei frammenti di Eraclito di Efeso. Odiavo tutto ciò che è immobile, bloccato. Potrei restare ore a fissare incantata il dipinto della Cattedrale di Rouen dipinto da Monet (vi prego, insegnatemi a inserire i link nei commenti!!), perché si muove, c’è lo scorrere del tempo. Sto divagando un po’ troppo… Volevo dire che se il mio Tempo si dovesse ghiacciare, io lo metterò al sole, di fronte al mare, e via! Acqua, vita, movimento, calore…

  4. 4 zop 22 gennaio 2007 alle 10:58

    un bacio! che stamattina mi sento proustiano anche io!

  5. 5 giorgi 22 gennaio 2007 alle 11:11

    Zop: hai mangiato madeleine a colazione? 😉

  6. 6 sambigliong 23 gennaio 2007 alle 03:11

    una morte stupida, per un gioco. era il 18 agosto del 2005. aveva trent’anni…
    pensai, e non l’avevo mai pensato fino ad allora, che sarebbe stato meglio, sì meglio, se avesse avuto un po’ di tempo, almeno per salutare.
    5 giorni, 50, o anni, il Tempo.
    io non ebbi nemmeno il tempo per domandargli scusa, per dirgli guarda che ti voglio bene, guarda che…

    e forse ti ricorderai di una mia mail.
    la mia migliore amica, tempi dell’università, aveva 20 anni. disse al medico Questa estate vorrei andare a Parigi, e il medico le disse Ma lei è sicura di arrivare a questa estate?
    andò a parigi, più di vent’anni fa. mi telefona, ogni tanto, e mi dice dei suoi viaggi.
    eppure lei era nel cinque per cento, o giù di lì.

    la prossima volta che vengo dalle tue parti – spero presto – prendiamo un caffè insieme. sono migliori rispetto a qua.
    r.

  7. 7 Effe 23 gennaio 2007 alle 11:17

    è una situazione a cui pensiamo tutti, guardando i nostri figli.
    E se non ci fosse più tempo?
    E’ questa, la domanda.
    Tu sei una risposta

  8. 8 giorgi 23 gennaio 2007 alle 14:16

    Remo, medici come quelli della tua amica sarebbero da mandare a fare un altro mestiere, non credi?
    Ne avremo di cose da raccontarci, davanti a un buon caffè romano…
    Effe, grazie, ma essere io “la risposta” forse è un po’ troppo… Una di tante possibili risposte, forse. Che ognuno ha la sua. E sono anche riuscita a farti abbandonare per un attimo il lei, caspita!

  9. 9 Banniboiler 24 gennaio 2007 alle 14:29

    Ciao Giorgi girls,
    anche se non ci frequantiamo, c’è sempre stato un filo di amicizia.
    L’ultima frase sulle cure e il tappeto che copre il buco, è proprio come ti penso.
    baci aci Chips

  10. 10 giorgi 24 gennaio 2007 alle 19:31

    Vedi che hai imparato a lasciare commenti..?
    Scusa se ho raccontato troppo, baci


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