DI LIBRI, DI MEDICI, DI PAZIENTI

Poco fa ho finito di leggere Nessuno a cui parlare di Cecilia Deni, autrice come Capsicum di un blog dove racconta molto della sua esperienza di medico ospedaliero di base. Quando avevo cominciato a leggerlo (il blog, non il libro), qualche mese fa, ero incuriosita da questa dottoressa che scriveva nel verso opposto al mio. Lei da medico, e io da paziente. Io che facevo dettagliati resoconti delle mie visite con il dottor Zeta, dei piani di battaglia per estirpare mostri dal mio fegatuccio, di operazioni e cicatrici, di chemio, tac, ecografie, eccetera eccetera. Lei che invece raccontava la durezza, il dolore, e l’amore pure, certo, del lavoro di curare i malati. In certe sue invettive riconoscevo certi sfoghi di Zeta, comuni forse a tutti i medici che fanno quel mestiere con coscienza, e che portano il peso del dolore che devono alleviare, schiantati quasi dal contatto quotidiano con la sofferenza provocata dalle bizzarrìe crudeli del corpo, dalla frequentazione orrendamente assidua con la morte.

Il libro non si racconta, costruito tra IN e OUT, l’intimo tentativo di parlare a qualcuno della propria infelicità e il lavoro di ogni giorno per eliminare l’infelicità dagli altri. E’ un libro che si legge, e io lo farò leggere a Zeta, che tra poco tornerà dal Texas (anche l’anno scorso era andato lì, al congresso degli oncologi americani, l’Asco). Quando torna dovremo parlare, io e lui, di un progetto che gli ho accennato per raccontare meglio che tipo di rapporto dovrebbe crearsi tra il medico e il paziente. Soprattutto quando si ha a che fare con certe malattie, che non se ne vanno solo con un paio di aspirine o qualche granulo di Belladonna (per par condicio…) Perché quando il medico fa il medico freddo e distaccato e il paziente fa il paziente spaventato e catatonico ci scommetto che sia l’uno che l’altro cominciano a piegarsi sotto il peso di quel ruolo (chi sta peggio? Inutile dirlo…) e la malattia riesce a farla franca.

Ma questo è un altro discorso, e io non sono riuscita a scrivere molto del libro, perché – ma quante volte l’ho scritto? – io a fare le recensioni non sono capace.

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12 Responses to “DI LIBRI, DI MEDICI, DI PAZIENTI”


  1. 1 alice121 15 dicembre 2006 alle 08:53

    esistono due tipi di recensioni: quelle
    che sono dei saggi sintetici e quelle che raccontano un libro, ma non solo.
    La tua, per l’appunto, appartiene alla seconda categoria;-)

  2. 2 giorgi 15 dicembre 2006 alle 10:24

    Diciamo che un libro diventa l’occasione per parlare di qualcosa…

  3. 3 camden 15 dicembre 2006 alle 19:24

    Grazie per averlo segnalato, perché di sicuro non è un libro che deve passare inosservato…l’argomento è molto interessante…

  4. 4 giorgi 16 dicembre 2006 alle 10:08

    Camden: già, soprattutto a noi non dovrebbe passare inosservato. Ciao

  5. 5 Fainberg 16 dicembre 2006 alle 12:33

    Per me sono proprio queste le recensioni più belle, più calde, quelle in cui ci metti dentro qualcosa (o molto) di tuo. Ce ne fossero anche sui giornali di recensioni così, e non solo sui blog.

  6. 6 giorgi 16 dicembre 2006 alle 19:12

    Fainberg: grazie, spero che anche Capsicum la apprezzi!
    Sui giornali non penso che vedremo mai recensioni così “personali”, eh!

  7. 7 sambigliong 17 dicembre 2006 alle 13:39

    avrei tante cose da dire perché è questo l’argomento che sento di più: lo sento a tal punto – è una contraddizione, lo so – che non riesco a scriverne.
    hai scritto bene, anche se penso che il paziente, a volte, soprattutto in virtù di un rapporto nefasto con la sanità e le persone che ci lavorano, sia giustamente terrorizzato.
    comunque, due cose sole ora.
    brava, la prima.
    si fanno così le recensioni. col cuore.
    la seconda. mia figlia studia medicina. bene, alcuni, specie figli di medici, le insegnano la freddezza, il distacco. son contento che lei, invece, si stia complicando la vita. ha legato con una dottoressa (che simpatizza per Rifondazione) e un primario (di Forza Italia). li vede lavorare con coscienza. Mi ha raccontato, mia figlia, che la dottoressa quando vede dalle analisi brutte cose, certe volte bestemmia.
    Certe bestemmie son come preghiere.
    r.

  8. 8 giorgi 17 dicembre 2006 alle 19:52

    Remo: farei allo stesso modo una recensione per il tuo libro “Il quaderno delle voci rubate”… Questo, ovviamente, mi toccava più da vicino, e ho sentito l’esigenza di scriverne appena ho finito di leggerlo.
    E’ normale essere spaventati e atterriti di fronte alla malattia, ai medici, agli ospedali, agli aghi, alle flebo, ai farmaci che fanno bene ma fanno anche male, ai tagli nel corpo, ai pezzi di corpo che non hai più e che non riavrai più, alle statistiche di guarigione, e potrei non finire più l’elenco di quello che fa paura. Il problema è non lasciare che la paura diventi paralizzante. E qui entra la capacità del medico di avere una relazione col suo paziente, permettere che collabori e non subisca passivamente decisioni e cure.
    E’ bello che tua figlia impari a fare questo mestiere con passione.
    Un medico che non bestemmi e non soffra un po’ per le brutte analisi che vede non credo che possa essere un bravo medico.

  9. 9 PlacidaSignora 17 dicembre 2006 alle 20:13

    Io preferisco decisamente le recensioni come queste.
    :-*

  10. 11 utente anonimo 21 dicembre 2006 alle 21:40

    grazie, giorgi. Non ho proprio parole per risponderti e per dire come sono lieta che il librino ti sia piaciuto. Per quanto mi riguarda non riesco a scrivere in questi giorni. Un brutto momento, come ne vengono tanti, e bisogna accettarli con pazienza. Arrivo a casa che sono uno straccio e non riesco a mettermi al pc. Ma sono qui, e qualcosa sta cambiando evidentemente. Anche leggerti mi ha dato una bella spinta, quindi grazie due volte. Un abbraccio. Capsicum

  11. 12 giorgi 22 dicembre 2006 alle 09:44

    Capsicum: grazie a te, spero che il momento brutto passi in fretta e ti permetta di ricominciare a scrivere.
    Abbracci e auguri


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