BAMBINI IN FUGA

A Lula
 
 
 
Sara aveva aspettato che i suoi genitori si fossero addormentati. Silenzio assoluto, neanche lo sfogliare delle pagine dei libri, dallo spiraglio della porta non proveniva più luce, solo il respiro rumoroso del sonno di suo padre.
Di nascosto, prima di andare a letto si era mangiata quattro di quei cioccolatini al caffè che sua madre offriva agli ospiti, un trucchetto che le era venuto in mente pensando a tutte le volte che allungando la manina, le aveva detto: “no, Sara, questi non sono per i bambini. Staresti sveglia tutta la notte. Prendi gi altri.”
Bene, aveva pensato mentre mandava giù come una medicina il liquido amaro che era uscito appena aveva dato il primo morso, è proprio quello che ci vuole. Stare sveglia tutta la notte. Poi, all’alba, vestirsi, prendere lo zainetto già preparato e nascosto sotto al letto, e via, scappare per un po’ con Martina, Matteo e Leonardo.
L’idea era venuta a Matteo, il giorno dopo quella litigata furibonda tra sua madre e suo padre. Loro pensavano che lui dormisse, invece no, aveva sentito tutto, parole, insulti, porte sbattute, pianti. Aveva capito che il papà se n’era andato via. Stavolta davvero, non erano minacce. Quel “vattene!” urlato sottovoce da sua madre continuava a risuonargli nella testa. La mattina dopo lei aveva un aspetto orribile, non aveva risposto alle domande del figlio, lo aveva accompagnato a scuola, senza dire una parola, però lo aveva abbracciato forte prima di farlo scendere dalla macchina.
Matteo quella mattina aveva pianto, non era voluto andare in giardino a ricreazione, era rimasto con Leonardo, il suo compagno di banco, e con le sue amichette preferite, Sara e Martina. “Io me ne vado”, continuava a dire, tra le lacrime, “uno di questi giorni me ne vado”. Gli altri lo consolavano, “ma dove te ne vai” dicevano “stai scherzando vero?”. “Non scherzo, voglio andarmene di casa per un po’. “ Era proprio serio. “Ma sei un bambino!” esclamò giudiziosamente Martina. “E allora? I miei stanno sempre a litigare, forse mio padre se n’è andato per sempre… Chi vuole venire con me?”
Silenzio. Poi Leonardo: “mamma e papà non litigano, però sono sempre tristi, e mi rimproverano per qualunque cosa. Vengo con te” concluse dando una pacca sulla spalla del suo amico.
“Io sto bene a casa mia”, disse Sara “però una piccola fuga, tutti insieme, mi piacerebbe. Eh, Martina?”
“Non lo so… Però se tu vai con loro ci vengo anch’io. Anche se non sono molto d’accordo.”
“Brava, Martina. Vedrai che ci divertiremo.” Disse Sara abbracciandola.
 
Era pronta. Vestita, zaino in spalla, letterina per mamma e papà da lasciare sul tavolo della cucina. (“Cari mamma e papà, non ce l’ho con voi, però devo proprio andare con i miei amici. Non vi preoccupate. Stasera torno”).
Aprì piano la porta, ma richiudendola si accorse che Puzzola, la gattina, era lì, che si faceva le unghie sullo zerbino ronfando felice. Non aveva le chiavi di casa, quindi non c’era alternativa: doveva portarsi anche la micia.
C’era una luce bella, che non aveva mai visto, se non quell’estate in nave verso la Croazia. Ma era troppo piccola, se lo ricordava a malapena.
 
Per non dare troppo nell’occhio avevano deciso di aspettare che la città fosse completamente sveglia nella terrazza condominiale di Martina. C’erano i lavatoi coperti, e nessuno ci metteva mai piede.
Leonardo e Matteo aspettavano Sara davanti al portone, così avrebbero raggiunto tutti insieme il palazzo in cui abitava Martina.
“Perché ti sei portata Puzzola?” domandò scocciato Matteo appena vide Sara uscire con la micia in braccio. “Mi è venuta dietro, se la lasciavo cominciava a miagolare e avrebbe svegliato i miei” si scusò Sara.
“Va be’, sbrighiamoci” tagliò corto quello che ormai era da tutti gli altri considerato il capo spedizione.
Camminavano in silenzio, attenti ad ogni rumore, con la speranza di non incrociare nessuno. Sfrecciò una macchina, che probabilmente non li vide o non fece caso alla stranezza di quel terzetto di bambini in giro alle cinque e mezzo di mattina.
Martina li aspettava col cancello accostato.
Si salutarono come dei piccoli cospiratori e subito sgattaiolarono dentro al palazzo salendo a passi felpati i sei piani di scale fino alla porticina della terrazza.
Puzzola, come una neonata, si era addormentata in braccio a Sara, che la teneva stretta stretta, avvolta in una felpa.
Si sedettero per terra a fare una specie di colazione con quello che erano riusciti a rimediare: biscotti, avanzi di crostata, succhi di frutta.
Parlavano lo stretto indispensabile, eccitati e sgomenti allo stesso tempo. Ogni tanto guardavano l’orologio, aspettando le sette, l’ora stabilita per lasciare la terrazza e avventurarsi per la città senza destare sospetti.
Martina aveva preso qualche volta la metropolitana con la nonna per andare a Ostia, così il giorno prima si era fatta spiegare per filo e per segno da dove erano partite, qual’era la direzione giusta e a quale fermata erano scese, inventandosi che doveva scrivere un tema per la scuola.
All’ora prestabilita uscirono dal palazzo in fretta, senza incontrare nessuno. Puzzola si era svegliata, e cominciava a divincolarsi dall’abbraccio di Sara. Dovevano ripassare davanti a casa sua, così decise di buttarla dentro al giardino della signora Franca, che conosceva bene la gattina e l’avrebbe riportata dai suoi genitori.
La fermata dell’autobus era vicina, proprio di fronte al pratone dove brucavano i cavalli del maneggio che confinava con il giardino della scuola. Martina aveva cominciato a piangiucchiare un po’, lamentandosi della sciocchezza che stavano facendo, ma Leonardo la zittì: “se devi fare la lagna è meglio che te ne torni a casa.” Sara le prese una mano per tranquillizzarla mentre Matteo borbottava che sarebbe stato meglio non dire niente a quelle due femmine. Sara gli lanciò un’occhiataccia, mentre nel silenzio il suo rumore inconfondibile annunciò che l’autobus stava arrivando. Era vuoto, proveniva direttamente dal capolinea, a pochi metri dal cartello che segnava l’inizio (e la fine) della città.
Il conducente li squadrò mentre salivano silenziosi e seri. “Buongiorno, bambini. Dove ve ne andate tutti soli a quest’ora?”
“In gita.” Rispose brusco Matteo.
“Ah! E nessuno vi accompagna?” Domandò sospettoso senza decidersi a ripartire.
Sara diede una gomitata a Matteo, per fargli capire che lei aveva la risposta pronta. “I nostri genitori ci hanno accompagnati, non li ha visti? Dobbiamo scendere alla fermata della metropolitana, lì abbiamo appuntamento con le maestre…” Martina la interruppe. “Sa, è un esperimento di responsabilizzazione. E’ già la seconda volta che lo facciamo.” Gli altri la guardarono con ammirazione. Proprio lei, la piagnona giudiziosa, aveva avuto la prontezza di sbrogliare una situazione così impicciata.
“Però, che bravi!” Disse il conducente sorridendo. “Responsabilizzazione… Eh, come sono cambiati i tempi.” Finalmente spinse il pulsante per la chiusura automatica delle porte e ripartì.
Dopo qualche fermata l’autobus cominciò a riempirsi, e nessuno badò a quel gruppetto di ragazzini di quinta elementare con gli occhi lucidi per i troppi sbadigli. Solo il conducente non smetteva di controllarli attraverso lo specchietto, e quando si fermò al capolinea prima di aprire le porte mandò l’ultimo messaggio col cellulare… Rocco e Sandra, una coppia di vigili che quel giorno erano in servizio da quelle parti, lo stavano aspettando. Quando tutti furono scesi dall’autobus loro salirono per fare due chiacchiere con Sara, Martina, Matteo e Leonardo e riportarli a casa, da quei genitori disperati che alle sette avevano denunciato la fuga dei propri figli.
I bambini però non avevano retto alla stanchezza e dormivano, due a due, uno sulla spalla dell’altro. Quando li svegliarono Martina scoppiò a piangere, Matteo non disse una parola, e Leonardo trangugiò i cornetti offerti dal conducente. Sara sembrava assorta, poi disse: “anche se ci avete preso troppo presto, io mi sono divertita. Spero solo che Puzzola sia già tornata a casa.”
[Continua…]
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18 Responses to “BAMBINI IN FUGA”


  1. 1 arabella 12 novembre 2006 alle 15:41

    Quanto mi è piaciuto! Voglio la seconda puntata, voglio che la fuga duri di più, voglio qualche altra peripezia… Baci

  2. 2 utente anonimo 12 novembre 2006 alle 16:16

    romantico da morire….mi piace! baci cicci

  3. 3 giorgi 12 novembre 2006 alle 16:36

    Cris: tua nipote, dopo averlo letto, mi ha detto: “mamma, tu devi fare la scrittrice!” Oh, come mi piacerebbe… Sì, anche questo, come Ostaggi in Cassazione può essere ripreso, e “lavorato” di più. Lo farò.
    Cicci: mentre Lula lo leggeva ho pensato che magari le avrei dato l’idea…

  4. 4 zop 13 novembre 2006 alle 10:50

    e GRAZIE per essere una lettrice oltre che una brava brava scrittrice! un abbraccio. zop

  5. 5 giorgi 13 novembre 2006 alle 12:07

    Zop: ma grazie a te! Ero convinta di averti fatto in bocca al lupo per il libro sul tuo blog, e invece non mi sono trovata… Te lo faccio ora, eh?

  6. 6 Effe 13 novembre 2006 alle 16:36

    diamine, no, un sogno durato così poco.
    ALmeno fino a Ostia lido, ostia!

  7. 7 giorgi 13 novembre 2006 alle 17:45

    Effe: ostia! Sì, ci devono arrivare al mare. Avrò l’ansia da prestazione che faccio durare le storie così poco…?

  8. 8 arabella 14 novembre 2006 alle 00:27

    No tesoro mio, non è ansia da prestazione. E’ che sei sempre stata una ragazza impaziente. Però io ti capisco, anche a me piace vedere la conclusione delle storie che invento. Però ho imparato che più tardi la conclusione arriva e più si divertono tutti. Sarà una deformazione professionale o una specie di sindrome di Sheherazade? Comunque ti prego: seconda puntata! Ostia, oppure magari si sbagliano e vanno all’aeroporto di Fiumicino… Fai tu 🙂 Baci

  9. 9 arabella 14 novembre 2006 alle 00:30

    PS: chiedo scusa per la prosa sciatta e ripetitiva, ma è tardi e sono un po’ fusa. Ho visto “Vita da strega” su Sky e ho deciso di imparare ad arricciare il naso e a fare delle magie assolutamente disoneste! Bonne nuit

  10. 10 utente anonimo 14 novembre 2006 alle 10:23

    Bello, quel grumo di dolore che si è formato sul quel “vattene urlato sottovoce” sentito da Matteo mi ha lasciato un senso disperante di tristezza…yoyo

  11. 11 giorgi 14 novembre 2006 alle 11:00

    Cris: stamattina mi è venuta l’idea per la seconda puntata… E Lula mi ha dato il suo placet.
    yo-yo: mi dispiace averti intristita, capisco…

  12. 12 melaceleste 15 novembre 2006 alle 00:22

    Bello bello, gio, brava!
    Adesso me ne vado a dormire dopo aver sentito la favola della buonanotte, non ho idea di quanto tempo sia passato dall’ultima volta con una sensazione del genere.
    Senti, ma per Puzzola mi devo preoccupare? Mi ero già affezionata al personaggio e al nome.
    Un bacio

  13. 13 DNGDLB 15 novembre 2006 alle 08:40

    I minigoonies sono fantastici.
    Sei riuscita a far penetrare un po’ di luce in questa mia giornata che proprio non ne ha granchè da offrire.
    Grazie di cuore.
    TiVoBe
    Muxu, D.

  14. 14 giorgi 15 novembre 2006 alle 09:39

    Mela: grazie! Puzzola è tornata a casa, tranquilla!
    Danilo: su, coraggio, che tra poco arriverà la seconda puntata.
    Anch’io ;-))

  15. 15 alice121 15 novembre 2006 alle 11:10

    io ormai mi sono convinta che le storie sono come i figli. E quindi storie brevi problemi piccoli, storie lunghe problemi grandi;-)

  16. 16 giorgi 15 novembre 2006 alle 14:52

    alice: ah, non ci avevo pensato… E le storie a puntate che figli sono?
    😉

  17. 17 arabella 15 novembre 2006 alle 23:28

    Figli che crescono. E che se ne vanno in giro per il mondo a fare cose che quando sono nati non potevi neanche immaginare… E a volte, te lo giuro, fanno cose davvero turpi 🙂
    Baci

  18. 18 giorgi 16 novembre 2006 alle 19:11

    No, no. Io mi fermo a due o tre puntate. Spero che diventeranno bravi figlioli ;-))


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