UNA PIZZA PER ZETA

La visita con Zeta è stata la più rilassata da un anno a questa parte. “Se sapessi quanto non ho voglia di visitarti…” ha esordito appena io e Sten siamo entrati nella sua stanza dove aveva appena iniziato il turno di guardia notturno.

Fuori dall’ospedale Lula aspettava con loro, per andare poi a mangiarci una pizza.

Era stanco, Zeta e insofferente al caldo estivo. A me invece non dispiace aver rimesso i sandali, le gonne senza calze, e dipinto le unghie dei piedi di rosso.

“Tanto gli esami vanno bene, facciamo presto” ho detto io.

La cartella clinica stavolta l’ha trovata subito, e mentre l’aggiornava commentando con soddisfazione le mie perfette analisi del sangue, mi ha detto che ha ricominciato a leggere il blog, ma è rimasto indietro, ad agosto. Quando ha finito di trascrivere tutti quei confortanti “negativo” e valori perfettamente nella norma, abbiamo deciso che il prossimo controllo epatico sarà tra quattro mesi. Sten: “non sarebbe meglio prima?” Zeta: “non mi sembra il caso di farla stressare così presto. L’importante è che si faccia sempre, ma un follow up tanto ravvicinato non cambia niente, se non, appunto, mettere troppa agitazione. Ora cominciamo con quattro mesi, poi magari allentiamo a sei.”

Ci ha raccontato che l’ospedale verrà sfrattato per mettere su un grande albergo (“saremo i primi medici cassintegrati”, ha scherzato) e tutta la struttura si sposterà in periferia, vicino alla nuova IKEA, nell’area dove è prevista anche Auchan, Decathlon e Zara.

Prima che mi visitasse gli ho fatto la domanda fatidica, “quante probabilità ci sono che il mostro ritorni?”

“No”, ha risposto lui, “questo proprio non lo so…”

“Nemmeno la statistica dice qualcosa?”

“No, nemmeno la statistica.” E ci ha spiegato che bisognerebbe studiare molte donne che abbiano avuto le mie stesse disavventure a distanza di anni e che siano state curate allo stesso modo. E poi altre che invece non siano state curate. Insomma, non c’è una sufficiente casistica.

“L’importante è che ora tu stai bene.”

“Sì, sto bene.”

“Lo vedo.”

A quel punto la conversazione ha virato sul cinema. Lui l’indomani sarebbe andato a vedere The Departed al Barberini, noi gli abbiamo raccontato le nostre perplessità su The black Dahlia.

“Ma non avete letto il libro?”

“No”

“Eh, forse avendo letto il libro il film si capisce meglio. Dovete leggerlo, è alta letteratura.”

La chiacchierata si faceva interessante, Ellroy (l’autore del romanzo), le foto della Dahlia originali, la bellezza di andare al cinema di mattina. Ma noi dovevamo andare.

“Ti va se ti portiamo una pizza, dopo?”

“Ma no…”

“Andiamo qua vicino, non ci costa niente ripassare.”

“Beh, allora va bene una Napoli. Grazie mille.”

Mi ha accompagnata su Alessandra, più tardi, mentre scaricava articoli da Internet. Gli abbiamo lasciato la pizza, non abbiamo potuto accettare il suo invito a sederci, che figli e mariti ci aspettavano per un gelato e le nostre chiacchiere interrotte a metà agosto da riprendere per quel poco di tempo che ancora avevamo.

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7 Responses to “UNA PIZZA PER ZETA”


  1. 1 alice121 30 ottobre 2006 alle 09:08

    chiuso in quella stanzetta a leggersi quei cento articoli di medicina. Zeta corrisponde in pieno alla descrizione che ne avevi fatto;-)

  2. 2 giorgi 30 ottobre 2006 alle 11:15

    Meno male che lo abbiamo rifocillato…
    Tutto bene il rientro?

  3. 3 utente anonimo 30 ottobre 2006 alle 11:55

    …a giudicare dal suo post direi alquanto “turbolento”! :))

    OrsaLè

  4. 4 Effe 30 ottobre 2006 alle 12:31

    l’importante è divorare il tempo che abbiamo, con morsi di soddisfazione (per me con mozzarella di bufala, grazie)

  5. 5 giorgi 30 ottobre 2006 alle 13:05

    Orsa: ho letto, ho letto…
    Effe: quando si deciderà a scendere nella capitale avrà pizza, ricchi premi e cotillons

  6. 6 donnavidens 30 ottobre 2006 alle 18:00

    Evviava la pizza, evviva Zeta, evviva Giorgi.


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