USCIRE DAL PANTANO

Qualcuno di cui stimo il giudizio ha letto quel poco che ho cominciato a scrivere della storia di cui avevo abbozzato l’idea portante forse un anno fa. Sono stata incoraggiata a continuare, “perché la storia è bella, sempre che tu ne abbia ancora voglia”. Ne ho voglia sì, ma per molto tempo l’ho lasciata decantare, nella speranza che dopo l’idea forte me ne venissero in mente altre per uscire dal pantano. E mi sono beccata il solito rimprovero di Sten sulla mia modalità di scrittura: “hai fatto la scaletta?” “beh, proprio una scaletta no… Ho buttato giù il soggetto, in realtà senza concluderlo, ma poi lo sai, io non resisto e comincio a scrivere…” “E lo vedi che adesso giri a vuoto? Ma quante volte te l’ho detto che devi scriverla una scaletta!” si è spazientito. “Ma non è obbligatorio farla” ho provato a replicare, “tu hai la formazione da sceneggiatore, ma per un racconto o un romanzo è diverso, no?” “Io veramente ho imparato a fare le scalette a scuola, per scrivere i temi. Basta, non chiedermi più niente, tanto poi fai sempre come ti pare.”

Avrà ragione lui?

Ho provato a scrivere la scaletta, ma arrivata al punto 4 mi sono fermata. E mi domando se non debba riprendere l’idea e farne un racconto breve, di quelli che si scrivono in una botta: “I racconti si scrivono meglio in una o tre botte, secondo la lunghezza. Il racconto da tre botte dovrebbe essere steso in tre giorni consecutivi, poi un giorno circa per rivederlo, ed eccolo pronto: Questa, naturalmente, è l’ipotesi ideale: in molte storie ti puoi trovare in un intoppo da cui, in qualche modo, devi saltare fuori.” [Francis Scott Fitzgerald] 

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10 Responses to “USCIRE DAL PANTANO”


  1. 1 upa 21 settembre 2006 alle 20:16

    la scaletta, come dice tuo marito, è necessaria a volte la scaletta è chiara nella mente. e può bastare, a volte no. e in effetti può essere necessario abbozzarla. .credo sia importante avere l’idea sulla struttura, poi aggiungere intorno.un pò come un canovaccio? poi io non sono una esperta.. anche io ho alcune idee. e da un pò provo a dipanare la matassa delle mie idee per dargli una forma che possa assomigliare a un libro..
    non è facile ma entusiamante.sopratutto catartico

  2. 2 alice121 21 settembre 2006 alle 23:02

    io sono come Francis allora. Racconti di due, tre pagine in una botta, di dieci, dodici in tre botte. Le scale già le faccio dentro casa mille volte al giorno, se l’avessi dovuta fare anche nel romanzo mi sarei innervosita. No, no, io devo essere libera di fare come mi pare,
    altrimenti non mi diverto. Certo se scrivi un romanzo di mille pagine, allora, forse…

  3. 3 camden 22 settembre 2006 alle 07:39

    A dir la verità, quando scrivo le mie storie io alla scaletta non ci penso proprio…le idee mi vengono man mano che scrivo, man mano che le frasi si incatenano a formare situazioni che poi ne portano altre: non riuscirei proprio ad avere una scaletta…secondo me ognuno deve scrivere come si sente. Se tu pensi che la storia possa avere la forma di un romanzo, prova a proseguire e vedi come va. (E quando sarà finita la tua opera, la voglio leggere! 🙂

  4. 4 licenziamentodelpoeta 22 settembre 2006 alle 12:20

    Io delle scalette ho bisogno. Ma le mie storie sono tutta struttura, e non sopporto le storie con poca struttura: sono un flaubertiano di quelli abbastanza fanatici, perciò non faccio testo.

  5. 5 giorgi 22 settembre 2006 alle 18:02

    Mi pare di capire che la necessità della scaletta dipende dal grado di complessità che avrà la storia, e che comunque ognuno fa un po’ come diavolo gli pare, com’è giusto.
    Camden, temo che dovrai aspettare a lungo. Magari prima arriva qualche raccontino da una botta.
    Alice, forse facendo le scale pensavi al romanzo, quindi hai scalettato anche tu…
    Davide: ero certe che tu avresti appogiato il partito degli scalettatori (o scalettisti?) Insomma, struttura e organizzazione.

  6. 6 utente anonimo 22 settembre 2006 alle 19:55

    i racconti da una botta, di cui non conoscevo l’esistenza fin ora sono una figata!!
    io non avevo mai scritto un racconto fin ora, altre cose sì.
    ma la dimensione del ‘racconto’ mi era aliena.
    poi mi succede una cosa, la mastico dentro, il giorno dopo mi siedo al computer e di getto, in un giorno, scrivo un racconto, il primo della mia vita.
    si chiama d’astrologia e d’intorni e poi, alla fine è finito nel blog (dov’altro?).
    alla fine ero estenuata e felice di aver dato forma e struttura, a caldo, a quel che si agitava e muoveva e ancora non sapevo.
    è un battesimo recente per cui ti scrivo:
    no. per i racconti da una botta, nessuna scaletta. c’era piuttosto come un refrain nella testa che metteva urgenza;
    per quelli da tre, ancora non so;
    per i romanzi, poi, finora ho solo collezionato appunti sparsi. refrattaria alla struttura che uso abbondantemente altrove.
    🙂

    solotu

  7. 7 giorgi 24 settembre 2006 alle 16:53

    Solotu: il tuo primo racconto da una botta è proprio bello. L’urgenza trapela. E’ decisamente uno di quei racconti che si può scrivere solo così, d’impeto.

  8. 8 utente anonimo 24 settembre 2006 alle 18:33

    grazie, giorgi.
    grazie di essere passata da me, di aver letto, e di aver apprezzato.
    :))
    a.

  9. 9 Flounder 26 settembre 2006 alle 21:22

    ultimamente provo l’esigenza di lasciar dormire le storie. cominciarle e scriverle d’un fiato, stopparmi quando non vanno avanti, dimenticarle e ritrovarle a distanza di un mese.
    trovo che il blog un po’ ci rovini la capacità di scrivere veramente, come se ci avesse abituato a una scrittura con il fiato sospeso.

  10. 10 giorgi 27 settembre 2006 alle 14:38

    Flo, non so se il blog ci rovini la capacità di scrivere veramente, sicuramente ci obbliga a una scrittura differente. Troppo poco meditata? Sì, forse è come dici tu, con il fiato sospeso.
    Però, prima del blog, quasi tutto quello che iniziavo a scrivere poi lo mettevo a dormire…


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