DI MADRI E DI FIGLIE

Oggi avevo voglia di parlare. E il libro non l’ho tirato fuori. In questi giorni post-elettorali mi leggo il giornale dalla prima all’ultima pagina, così ho posato sulle ginocchia la Repubblica con tutti gli inserti del giovedì, e l’Espresso, che aveva uno speciale elezioni. Avevo la poltrona di fronte alla finestra, e la stanza stavolta era equamente divisa per genere, tre uomini silenziosi da un lato, cinque donne loquaci dall’altra. No, quattro donne loquaci, la quinta era una novizia, e se ne stava sulle sue. Le più chiacchierone eravamo io, l’insegnante calabrese sotto chemio per la terza volta (dopo dieci anni le è stata trovata una metastasi) e la signora che in genere dormiva per tutto il tempo, ma che oggi si era accorta di aver fatto male i conti, credeva che le mancasse solo un’altra seduta, invece ne deve fare ancora due. E c’era rimasta molto male.

Sì, oggi avevo voglia di parlare e di ascoltare le storie delle altre. Di confrontarmi con le altre sul modo di vivere la malattia e la terapia. La signora che veniva dalla Calabria si è fatta mettere un casco ghiacciato per evitare la caduta dei capelli, dice che la seconda volta ha funzionato. Le infermiere erano scettiche ma hanno accontentato lei, e la novizia. “Sai, le mie figlie non sanno niente, e vorrei continuare a non sapere.” “Quanti anni hanno?”, le ho chiesto io. “Quindici e diciassette. Dieci anni fa erano piccole, mi mettevo la parrucca, e non si sono accorte di niente. A quest’età potrebbero avere un trauma.” E così abbiamo affrontato questo tema, la signora più anziana non era d’accordo, “è importante poter condividere questi momenti con tutta la famiglia, se lo si fa nel modo giusto.” Anch’io ho raccontato la mia esperienza con Lula, sei anni fa era talmente piccola che non era necessario spiegare e potevo permettermi il lusso di non nascondere niente. Adesso è stato più difficile, ma ho capito che nei momenti di maggior reticenza aumenta anche il disagio in lei, così sensibile e recettiva. E invece torna serena quando le spiego, nei limiti accettabili per una bambina di otto anni, quello che accade e che può accadere. “Sì, ma a quest’età è ancora inconsapevole… Le mie sono grandi, soffrirebbero troppo” insisteva l’insegnante calabrese. Sì, si soffre. Anch’io ho sofferto quando mia madre è stata operata la prima volta, a cinquant’anni. Però non aveva dovuto fare la chemioterapia, e la sua reazione forte e positiva è stata contagiosa per tutti noi. Sicuramente ho sofferto molto di più quando il tumore è tornato, dodici anni dopo, quando io avevo concluso da un anno le mie cure. Il trauma le aveva riprodotto il mostro. Da madre in figlia, da figlia in madre, da madre in figlia… Ora può bastare.

Abbiamo parlato anche dell’opportunità e la voglia di continuare a lavorare. Lei finché può lo farà, io invece ho bisogno di questo tempo tutto per me, senza obblighi né orari. Lei vuole continuare la sua vita come se niente fosse accaduto. Io voglio adattarla a quello che è accaduto.

“Domenica io non ci vado in bicicletta, stai tranquilla, non m’incontrerai stavolta…” mi ha detto Zeta quando è venuto nella stanza per parlare con una paziente. “Mah, neanche io, credo. Allora, che hai fatto con lo champagne lunedì sera? L’hai aperto, l’hai richiuso, l’hai riaperto?” “Non sapevo se dovevo sbronzarmi per festeggiare o per la disperazione. Però, alla fine, evviva Tremaglia!”

   

Prima di scrivere queste parole, facendo il mio solito giretto sui blog che prediligo, ho trovato questa bellissima cosa, che invito chiunque passi da queste parti a leggere:

Le figlie degli operai di Caracaterina

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1 Response to “DI MADRI E DI FIGLIE”


  1. 1 DNGDLB 14 aprile 2006 alle 11:31

    Ciao bella, ti mando un abbraccio fortissimo.
    Muxu, D. : )
    P.S. Se riesco ad organizzarmi mi faccio un weekend romano a maggio..


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