CAOS CALMO

E’ andata. Ho fatto un’altra gita al Cnr di Pisa, anche stavolta uno dei due macchinari si è rotto, ma io avevo la precedenza, ho pure ottenuto che non mi facessero aspettare le tre ore annunciate all’inizio, perché ormai ho imparato che certe volte basta dirle le cose, con una certa determinazione, per ottenere qualche risultato. Così mi sono ritrovata dopo pochi minuti con il liquido radioattivo iniettato, nella stanzetta con altri sventurati in attesa di essere chiamati. Un anziano scultore carrarese declamava l’Amleto in inglese e raccontava i suoi dieci anni a New York con un’enfasi eccessiva, poi è arrivato il grossetano con linfoma che aveva parlato con mia sorella giovedì scorso, e appena mi ha vista ha detto: “e la tu’ sorella? Oggi sei venuta col marito, l’ho visto. Devi dì alla tu’ sorella di andare al porto a controllare l’ormeggio della su’ barca, che è arrivato il grecale forte!” Sì, ora la chiamo. E l’ho proprio chiamata, la sorellina, e a controllare la barca c’era già andata, sabato. Allora è intervenuta un’altra grossetana, una signora bionda che dopo aver parlato di barche e del porto maremmano, ci ha messo subito al corrente dei suoi guai, utero e cervello, caspita! Il vecchio con bastoni si lamentava dell’attesa e ci chiedeva chiarimenti su quello che avremmo dovuto fare, perché “nun l’ho miha capito.” Io ho provato a finire Caos calmo di Sandro Veronesi, ma le ultime pagine me le sono tenute per il treno. Dovrò parlarne un po’ di questo libro da cui poi mi sono distaccata a fatica, che parla di come si può vivere un dolore, magari trascorrendo le giornate davanti a una scuola elementare, in attesa che esca la propria figlia, in attesa che arrivi la botta di sofferenza che invece non arriva, o arriva senza darlo a vedere. In attesa che tutti gli altri ti scarichino addosso le proprie, di sofferenze. In mezzo ad un rassicurante caos calmo. Di Sandro Veronesi non avevo mai letto niente, però lo avevo ascoltato leggere non ricordo cosa durante una puntata di Babele, il programma di Augias sui libri a cui avevo partecipato (in qualità di “giovane” lettrice che insieme ad altri giovani lettori avrebbe fatto domande ai protagonisti delle puntate), e ricordo che mi aveva colpito, non solo quello che aveva letto, ma anche lui (basta guardare la foto in quarta di copertina, per capire…). Ecco, adesso vorrei proprio incontrarlo, parlarci, e leggere tutti i suoi libri.

Pensavo a queste cose, e mi hanno chiamata, e mi hanno accompagnata fuori, passando per la sala d’attesa dov’era Sten, trepidante e pronto ad abbracciarmi, pensando che avessi già finito. La macchina funzionante era quella mobile, collocata dentro ad un grosso furgone parcheggiato sul retro dell’istituto. Lettino, cinghia per tenere ferme le braccia, che sembrava una camicia di forza, e poi su e giù attraverso il tubo, per tre quarti d’ora. Occhi chiusi, i pensieri sospesi, il respiro tranquillo come insegna il Pranayama, un gran freddo che mi stava intirizzendo le mani. La luce più forte, la porta che si apre, la voce del tecnico che finalmente dice, “finito.” “Che mi dite?” “Non possiamo dire niente, siamo tecnici.” Insisto, ma la donna mi guarda, e dopo avermi salutato aggiunge “Le posso solo dire di andare a casa…” Ma non l’ha detto quell’aggettivo. Tranquilla. Sembrava che lo stesse per dire, e invece non l’ha detto. Già, comunque non è che c’è da stare troppo tranquilli, forse le è sembrato ridicolo dirmi una cosa del genere.

Poi mi sono lasciata avvolgere da Sten, dalle ultime pagine di Caos calmo, dal viaggio, dalla gatta che ci ha accolti ronfando sulla porta.

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4 Responses to “CAOS CALMO”


  1. 1 utente anonimo 23 novembre 2005 alle 15:06

    Vedrai andrà bene…lo sento.tvb Cicci

  2. 2 DNGDLB 24 novembre 2005 alle 08:34

    Ronronronronronronronronronronronronronronronronronron…
    (non il cantante!)
    Muxu, D. ; )

  3. 4 giorgi 24 novembre 2005 alle 15:53

    Cicci: pure io, però le abbreviazioni giovanilistiche no, eh?
    D.: sì, fa così la mia miciona
    Zop: non mi manca…


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