Archivio per novembre 2004



A lume di candela


Il coro si riunisce di lunedì, nella casa degli ex-suoceri di una corista. Ma stasera è mancata l’elettricità per tutta la sera, così abbiamo cantato a lume di candela, gli spartiti appena visibili, la suggestione che impastava le voci in un composto e vibrante raccoglimento.


Gli ex-suoceri intanto giocavano a carte. Anche loro a lume di candela.

Questa storia l’ho scritta un anno fa, quando non riuscivo ancora a scrivere "altro". Scrivendola però ho scoperto di non riuscire ad essere cruda e realista fino in fondo, così ho virato verso un ottimismo purtroppo del tutto surreale. Spero che lo sia ancora per poco. 

DALLA FINESTRA  

  Tra poco morirò. 

E’ questione di settimane, ormai, o forse di poche ore. Al massimo riuscirò a vedere ancora la città addobbata per le feste natalizie, altri sei mesi guadagnati in questa sfida persa in partenza. 

I medici hanno smesso di fare tentativi e le statistiche di mortalità già le conoscevo. Ho visto amici impazzire dalla disperazione per non essere riusciti a scoprire che da qualche parte, nel mondo, c’era qualcuno – scienziato o santone, non faceva differenza – che aveva trovato il rimedio per salvare il proprio caro in fin di vita. 

Ho guardato negli occhi il medico che mi aveva curato sette anni prima e gli ho detto: “Non prendiamoci in giro. Stavolta non c’è niente da fare, se non stordirmi di marijuana e andarmene in pace”. 

Ero riuscita a farlo commuovere. “Mi dispiace” riuscì a dire con gli occhi lucidi “la medicina non è una scienza esatta, te l’ho detto mille volte”.

 "Già” feci io, svuotata. 

Fabrizio era ammutolito, cacciò indietro quell’urlo di rabbia e dolore che gli stava dilaniando il cuore, la sua mano ghiacciata mi sfiorò e poi mi strinse le dita, forte, lasciandomele indolenzite.

“Dobbiamo parlare con i bambini” mormorai prima di uscire. “Dobbiamo trovare un modo per lasciarli sereni, tranquilli…” 

Abbiamo pensato che questa fosse la soluzione migliore: tutti insieme nella casa che amiamo, col mare incorniciato dalle finestre, la piccola spiaggia bianca a un passo, la veranda attraversata dalla brezza mentre il sole tramonta sulle isole lontane. Il luogo ideale nel quale dare addio alla vita.   

Quando sono stata operata per un cancro al seno Sara aveva solo due anni, non è stato difficile spiegarle che la mamma aveva la bua e che dei bravi dottori la stavano curando. E’ stato un po’ più difficile farle accettare il nuovo aspetto di sua madre, quasi calva durante la chemioterapia, avvolta da pirateschi fazzoletti o caldi cappelli di lana per proteggere il cranio nudo dal freddo pungente dell’inverno. Ma in fondo è durato poco. Poi, crescendo, non ha nascosto il suo dispiacere nel vedere un seno bello e l’altro, “insomma, così e così”, al punto che quando mi sono decisa a fargli dare una sistemata la più entusiasta era lei. 

Dopo quattro anni, mille consulti, nottate passate a navigare in rete alla ricerca di notizie confortanti, abbiamo messo in cantiere Luca, che è nato a maggio di tre anni fa e mi ha fatto credere di essere tornata una donna sana e libera. 

Sono stati tre anni meravigliosi: io ero raggiante e Sara entusiasta di questo fratellino tanto desiderato. Fabrizio diventava ogni giorno più felice e innamorato. 

Poi, tre mesi fa, quegli assurdi dolori notturni e l’agghiacciante verdetto degli esami. Nessuno poteva tentare di darmi una speranza, perché già sapevo che quando colpisce il pancreas il cancro non dà scampo. Si tratta solo di ritardare la fine il più possibile, ma la parola guarigione nessun medico onesto la può pronunciare. 

Siamo stati bravissimi, Fabrizio ed io, a tranquillizzare Sara che faceva domande insistenti e preoccupate sul mio stato di salute. Riuscivamo a ridere e a farla ridere, ironizzando sui miei dolori, mascherando a tal punto l’angoscia da non sentirla più finché  restavamo soli. Allora Fabrizio tentava di convincermi che potevo farcela, che la medicina stava facendo progressi e avrebbero trovato presto la cura giusta. “Presto?” ripetevo io, intenerita dai suoi sforzi ma arrabbiata perché mi sembrava di essere presa in giro. “Conosci qualcuno che ce l’ha fatta? Io no. E’ un miracolo se si superano sei mesi. E’ un miracolo sopravvivere, capisci? E noi non crediamo ai miracoli…”  

Adesso è giusto che almeno Sara sappia, non posso andarmene senza avvertirla, il dolore forse può essere diluito, goccia a goccia, fino a renderlo sopportabile. A Luca parlerò in modo diverso, come fosse il racconto di una favola triste, dove la morte è un viaggio misterioso o un sonno senza risveglio. 

Fabrizio ha letto queste pagine, l’ho trovato con lo sguardo perso nella linea dell’orizzonte, tra cielo e mare, il volto rigato dalle lacrime. Con una mano l’ho accarezzato, con l’altra ho chiuso il file e spento il computer. “Mi fa bene scrivere, mi sento meglio. E’ per me, esorcizzo, mi libero della paura. Ma tu non devi leggere, almeno non adesso.” Lui non ha parlato, siamo rimasti a guardare Sara e Luca che giocavano in spiaggia e poi, sapendo che dalla mia stanza li tenevo d’occhio, hanno alzato lo sguardo verso la finestra e ci hanno salutato, sorridenti. 

E’ così diversa la sensazione che ho provato anni fa, quando ho saputo di aver sfiorato la morte, covando in seno, letteralmente, un piccolo mostro che avrebbe potuto divorarmi, da quella che provo adesso, con il mostro nella pancia e nessuno in grado di estirparlo. Sta lì, si riproduce, va avanti, nonostante la chirurgia, i farmaci, le preghiere che talvolta mi sfuggono dal cuore dopo aver maledetto quel dio in cui da tempo ho smesso di credere. Non ho rischiato la morte, perché è già qui, dietro l’angolo e mi sta aspettando. Inevitabile. 

Non ho paura, ma sono triste per loro, per i miei amati che restano a soffrire e a piangere la mia mancanza. Vorrei fermare il tempo adesso: io qui, a scrivere, mentre Fabrizio, Sara e Luca ridono nell’acqua, il sole che tramonta tingendo di rosa la spiaggia e di viola il mare. Vi voglio bene. 

L’erba che mi è consentito fumare provoca una pausa d’ilarità, di buon umore, oltre a calmare il dolore. La sera, quando io e Fabrizio restiamo soli a guardare le stelle e le luci lontane del porto, ci facciamo un paio di spinelli e cominciamo a ridere come due ragazzini innamorati e felici. Poi ce ne andiamo a letto, abbracciati, e per un po’ riusciamo a dormire. Quei dolori insopportabili ricominciano a notte fonda, allora fumiamo un altro po’ e Fabrizio mi parla fino all’alba, oppure mi legge qualche pagina di Proust, che dopo vent’anni ho deciso di rileggere. “Lasciamo che il nostro corpo si disgreghi, giacché ogni particella che se ne distacca, viene, luminosa questa volta e intelligibile, ad aggiungersi alla nostra opera, per completarla a prezzo di sofferenze di cui altri meglio dotati non hanno bisogno, per renderla più solida man mano che le emozioni sgretolano la nostra vita.” Mi sono ricordata che questo brano era tra quelli che avevo inserito nella tesina per l’esame di maturità. Ho ripensato alla felicità di quei giorni, alla sensazione di libertà che provavo di fronte alla possibilità di scegliere una strada piuttosto che un’altra. Il futuro era interamente nelle mie mani, il tempo un concetto filosofico su cui riflettere o un insieme di attimi da recuperare per dare un senso alla propria esistenza. 

Stamattina mi sentivo meglio e ho lasciato che Sara e Luca venissero nel lettone a farsi coccolare. Quando siamo rimaste solo noi due, Sara mi ha sussurrato nell’orecchio: 

“morirai?” 

“…”

"Rispondimi”

"Certo che morirò, tutti prima o poi muoiono.”

"Ma tu non sei vecchia.”

"No, non sono vecchia.” 

"E allora? Sei molto malata?” 

“Sì, sono molto malata e i dottori non conoscono la cura per farmi guarire.”

“Quindi morirai tra poco?”

"Temo di sì.” E due lacrime, una per occhio, sono sfuggite al mio controllo. Non ero ancora pronta, non era così che doveva andare.

Si è girata dall’altra parte, senza dire una parola, senza piangere, rannicchiata su se stessa in posizione fetale, aspettando il mio abbraccio protettivo.

Con uno sguardo ho mandato via Fabrizio che stava rientrando nella stanza, mi sono stretta a lei e ho cominciato a parlarle, ma le parole che uscivano erano diverse da quelle che tante volte avevo pensato di usare. Non riuscivo ad essere rassicurante, né ad alleggerire il peso di quella notizia.

“Non è giusto, ma purtroppo esistono ancora malattie che non si possono curare, che fanno morire troppo presto. Sarà dura per voi, per te e per Luca, per papà, però col tempo vi abituerete e la vostra vita andrà avanti, anche senza di me.” 

"…” 

“Stai piangendo?” 

“No. Non mi viene da piangere, adesso.”

"Bene, allora ci alziamo e andiamo a fare colazione.” 

Si è girata e mi ha guardata con quegli occhi incredibili, azzurro grigi, mi ha sorriso e io le ho sorriso. Siamo state così per un po’, mentre le accarezzavo la testa.

"Va bene, andiamo a fare colazione”, mi ha detto sottraendosi alle mie carezze. In un attimo era uscita dalla stanza. 

Sara adesso non mi molla un attimo. Sembra che stia combattendo lei, al mio posto, contro la malattia, per trattenermi alla vita, per fermare il tempo con i suoi teneri abbracci e le parole da bambina. 

Quando riesco a convincerla corre da Luca e gioca con lui in modo molto protettivo, lo coccola, poi corre dal padre, gli dice qualcosa all’orecchio e tutti e due si girano a guardarmi facendo ciao con la mano. 

 Elsa rilegge per l’ennesima volta quelle pagine. Non ha mai avuto il coraggio di buttarle. E’ come se stessero lì a testimoniare il miracolo che poi, alla fine, è avvenuto. 

Mentre scriveva aveva ricevuto una telefonata. Era il dottor Martini, di ritorno da un congresso dove erano stati presentati i risultati della sperimentazione di un nuovo farmaco, il farmaco che si aspettava da anni per sconfiggere quel tipo di tumore. Ed erano risultati strepitosi: pochissimi effetti collaterali, regressione completa della massa tumorale e delle eventuali metastasi. 

“In Italia sarà in commercio tra qualche mese, ma ho parlato con dei colleghi di Parigi che possono già somministrare il farmaco. Devi andare lì la prossima settimana” 

".…” 

"Elsa, hai capito? Ce la farai!” 

Mentre Martini parlava, Elsa aveva continuato a guardare il mare, la spiaggia, Fabrizio con lo sguardo perso nel vuoto, Sara che scavava buche con rabbia e Luca, inconsapevole, a mollo nell’acqua chiara. 

"Sì, ho capito. Domani sarò da te in ospedale e mi spiegherai bene tutto. Non me l’aspettavo proprio…” 

“Anche per me è stata una sorpresa. Non ti ho mai dato speranze perché credevo davvero che la strada fosse ancora molto lunga. Dobbiamo ringraziare quei giovani ricercatori che non si sono dati per vinti.” 

Rimase così, Elsa, incredula e sconvolta, come il condannato a morte che riceve la grazia pochi minuti prima di ricevere l’iniezione letale. Voleva urlare, saltare, correre in spiaggia e abbracciarli tutti e poi raccontare quella telefonata, rassicurare Sara, vedere finalmente una luce illuminare il volto amatissimo di suo marito. Rimase invece immobile a guardarli, ripetendo, come fosse un mantra, “non morirò, hanno trovato la cura, non morirò hanno trovato la cura, non morirò hanno trovato la cura”. 

Poi aprì la finestra e gridò al vento “sto arrivando” e i suoi tre amori percepirono dei suoni indistinti, confusi dal rumore del mare e dal motore di una barchetta in lontananza. 

Fabrizio la vide arrivare in spiaggia barcollando, stremata e felice. Le corse incontro senza capire, anche se il primo pensiero fu che fosse in preda a una sorta di delirio finale e per un attimo il dolore gli annebbiò la vista. 

Ma il sorriso di Elsa non era un sorriso folle e quando lo abbracciò gli disse tutto d’un fiato: “Ha telefonato Martini, dobbiamo tornare a Roma, e poi andare a Parigi, dove mi daranno un farmaco nuovo, che fa miracoli… Martini dice che ce la farò!” 

Fabrizio s’illuminò, come lei aveva immaginato, poi scoppiò a piangere, e intanto piangeva e la baciava, la toccava, ricominciando a prendere contatto con quella donna che fino a un attimo prima aveva creduto di dover perdere, con quel corpo di cui ogni notte sognava il disfacimento, la fine prematura, svegliandosi con un’ansia che gli stritolava il petto. Adesso piangeva, e tutta quell’ansia, quell’angoscia opprimente, cominciò finalmente a sciogliersi. 

I bambini non capivano cosa stesse accadendo. Sara soprattutto, li guardava disorientata e spaventata. Elsa colse quello sguardo smarrito e corse da lei sorridendo: “va tutto bene, tesoro” le sussurrò all’orecchio “andremo a Parigi a prendere delle buone medicine.” 

“Guarirai?” 

“Guarirò.” 

“Prometti.” 

“Te lo prometto.” 

Elsa mantenne l’assurda promessa: mentre rileggeva quel testamento spirituale mancato guardò la spiaggia e sulla spiaggia un gruppo di ragazzi che aspettavano il tramonto stesi sulla battigia. Sara sollevò lo sguardo verso  casa e vedendo sua madre affacciata la salutò con la mano e le indicò due puntini lontani nel mare: Luca e Fabrizio che tornavano dalla lunga nuotata che ogni giorno facevano insieme. 

“Domani vado anch’io” pensò Elsa ricambiando il saluto a sua figlia, che aveva diciotto anni e un amore sbocciato all’inizio dell’estate. 

 

 

 

 

 

Bloccate per circa mezz’ora da un’auto in doppia fila, dopo essermi attaccata al clacson (orrore!) e aver battuto tutti i negozi della strada, Lula per mano stanca della giornata di scuola. Ho composto il numero magico 060606 (per i romani una vera salvezza!) e mi ha risposto una gentilissima operatrice che mi ha immediatamente messa in contatto con i vigili urbani. Nell’attesa si era formato un gruppetto di solidarietà antimacchinaindoppiafilasoprattuttoquandosparisconoetilascianolìcomeunafessa. Prima dell’arrivo dei vigili (ovviamente), appare la bionda appena uscita dal primo negozio a cui mi ero rivolta.

io: "ma si rende conto che mi ha bloccata per mezzora?" Lei: "mmbe’, qui è sempre pieno di macchine in doppia fila" io: "e allora?" lei: "perchè lei non l’ha mai fatto? Lo fanno tutti" Io, urlando sempre di più: "no, io no. Io non faccio quello che fanno sempre tutti". E’ scappata via senza scusarsi mentre il gruppetto di solidarietà si riprendeva dallo choc. "A signò, lei è stata tropppo bbona, io a quella sa ‘ndo l’avrei mannata!" "Sa, c’è la bambina…" Lula, in macchina, era più arrabbiata di me. Sembrava un fiume in piena. Quando l’ho sentita usare l’aggettivo arrogante mi sono voltata a guardarla. "Brava, sì, arrogante. E’ proprio l’aggettivo giusto."

Noi non facciamo quello che fanno sempre tutti

Wedding

Lo dicevo che novembre è nel mio karma.

Il primo piccolo passo è stato fatto oggi, nell’ufficio matrimoni del nostro municipio. Dopo 11 anni e una figlia…

Anche il nostro primo “incontro” è stato a novembre. Una fredda serata di novembre.

Ce n’è voluto per sghiacciarti il cuore.

Un passo ponderatissimo.

Non ci ripensare, eh?

Mi ricordo di Arafat, quando venne a Roma nel giugno dell’84, in via delle Botteghe Oscure, per rendere omaggio a Enrico Berlinguer. S’intravedeva la kefiah, poi partì un applauso scrosciante a cui rispose con un sorriso. Era commosso. Eravamo tutti commossi, per quel leader che se n’era andato troppo presto e per quel popolo senza terra che Arafat rappresentava.

Sono passati ventanni, il PCI di Berlinguer non c’è più, Arafat è morto e la Palestina continua a non esistere.

Un diluvio si sta abbattendo su Roma da stanotte. La mia gatta ha miagolato disperatamente sperando di poter fare comunque i suoi giretti quotidiani nei giardini della strada. E’ riuscita a trovare una via d’uscita, ma il muro di pioggia l’ha convinta a tornare.
Ieri ho tirato un sospiro di sollievo festeggiando il compleanno del mio oncologo zen e i miei cinque anni esente da recidive con una visita piuttosto rassicurante.
Ha smesso di piovere e il sole si è affacciato, timido ma tenace.

Ieri è arrivato il freddo e con il freddo si è abbassata anche la temperatura del mio umore. Pessimo. Esattamente cinque anni fa a quest’ora ero sotto i ferri, mi sarei risvegliata con uno spicchio di tetta di meno perché il bozzetto sospetto che vi si era annidato risultò essere un tumore maligno, altro modo un po’ meno brutale di dire cancro.
C’ho messo un po’ di tempo a realizzare cosa significasse esattamente, a fare i conti con una malattia mortale, il "male" per eccellenza, che mi covava dentro. Avevo già visto una persona cara uscirne bene. Anch’io ne sarei uscita bene, dopo bombardamenti di chemioterapia, radioterapia, ormoni.

Ma non sei più la persona che eri prima. Cambia la prospettiva delle cose, diventi intollerante nei confronti delle cazzate per cui normalmente si affliggono gli altri e sviluppi una certa dose di sano egoismo, meglio dire "cura di sé", concentrazione sul tuo benessere, sul tuo corpo che deve guarire, la tua anima che deve rafforzarsi per non crollare.


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