La scelta di Angelina. Perché non la condivido

Ritorno sulla questione che mi sconvolse nel 2007, quando per la prima volta ho sentito parlare della mastectomia preventiva, l’asportazione di entrambi i seni (poi ovviamente ricostruiti con protesi) per prevenire il cancro al seno nelle donne portatrici di una mutazione genetica che alza notevolmente il rischio di ammalarsi nel corso della vita di questa malattia.

La questione è seria, complessa, delicatissima, e oggi è di nuovo alla ribalta delle cronache perché una delle più note e belle attrici del mondo, Angelina Jolie, ha annunciato di essersi sottoposta a questo intervento, giustificando la pubblicità della decisione presa per essere d’aiuto nei confronti di altre donne, suppongo quindi per incoraggiarle a intraprendere questo percorso: fare un test genetico e in caso di mutazione BRCA1, BRCA2 o magari altre mutazioni che nel frattempo sono state scoperte, operarsi, ricostruirsi (e poi rioperarsi perché le protesi durano 10 anni).

Io invece mi sento dire che no, questo percorso non è da incoraggiare.

Anche sei anni fa, confortata dall’opinione di Zeta, pensavo che fosse assurdo sottoporsi ad una mastectomia a scopo preventivo. Non ho fatto il test genetico e non l’ho fatto fare a Lula, anche se è probabile che nella mia famiglia le mutazioni non mancano.

Io sono un esempio vivente che la diagnosi precoce, anche di cose bruttissime come delle metastasi al fegato, permette di curare il cancro. Invece conoscevo una persona che dopo essersi ammalata di tumore al seno per evitare che il cancro le venisse anche all’altro se l’è fatto togliere, perché il suo gene era mutato. Dopo poco tempo aveva metastasi in altri organi, la mastectomia è stata inutile e lei è morta.

Non si può identificare una parte del corpo con la malattia, ci ha giustamente ricordato Anna quando poco fa se ne discuteva su Facebook, soprattutto se esistono alternative meno violente, più rispettose dell’equilibrio complessivo della mente e del corpo di una donna, che sono strettamente connessi, sembra banale dirlo ma tante volte le cose banali si dimenticano. Immagino che se mi fossi ammalata qualche anno dopo il 1999 mi sarei potuta salvare il quarto di seno che mi hanno tolto e che nessuna protesi può sostituire. Immagino che se il ginecologo a cui avevo segnalato il nodulo sospetto mi avesse immediatamente fatto fare dei controlli più specifici mi sarei risparmiata le metastasi sei anni dopo. Immagino, anzi, sono sicura, che se s’investisse in apparecchi per risonanze magnetiche e mammografie, screening a tappeto (da nord a sud) anche per le più giovani, magari limitandosi a ecografie, che già è molto sotto i trent’anni, a nessuno verrebbe in mente di farsi togliere i seni per paura del cancro.

Anche questo discorso è stato già fatto, io in particolare ho polemizzato duramente durante una trasmissione radiofonica con un oncologo che riteneva ci fosse troppo allarmismo sul cancro al seno contratto da giovani.

L’impegno dei medici, del sistema sanitario e di tutte noi che da anni raccontiamo quel che ci accade e che ci è accaduto anche perché se ne abbia meno paura, deve essere indirizzato verso il miglioramento degli stili di vita, delle capacità diagnostiche e autodiagnostiche e delle cure, mirando sempre a quella integrità dell’essere umano che se rispettata non può che migliorarne la salute. Togliere una parte, una di quelle più specificatamente femminili, senza un motivo contingente e concreto, non va in questa direzione.

Se non vi va di dare retta a me, lo posso capire. Ma credo che di Veronesi su questi argomenti ci si possa fidare.

 

 

Primo maggio fuori tema

Se questo blog non dovesse più raccogliere i miei sfoghi non avrebbe più senso.

Mettiamola così: non mi pare un bel periodo da nessun punto di vista, né personale e men che mai collettivo. Ma è soprattutto il disagio personale che in questo momento mi fa sentire come zavorrata, pesante, malinconica e non-felice. Infelice sarebbe troppo, ma non-felice rende bene l’idea. Credo.

Come se una fase della vita si fosse chiusa, e quella nuova non fosse nemmeno allo stadio embrionale. Un certo accumularsi di pesi che non ho più il fisico per sostenere, anche perché il fisico, il corpo, ha lottato come un leone in questi tredici anni e mezzo, e ti credo che non può più ruggire come un tempo. Che a questa faccenda del corpo si aggancia quella del sesso, ne parlavamo sabato scorso con Anna, Mia e Rosie, quando ci siamo incontrate da Eataly. Ci si rassegna ad una più o meno drastica pace dei sensi, che stupidaggine chiamarla così. Non credo che i sensi possano stare in pace, caso mai sono stati messi a tacere dalle terapie, dalle preoccupazioni troppo grandi, dal cancro che ci ha strappato vitalità dagli anni che potevano essere i migliori. Ho consigliato a tutte di non rassegnarci, ma tra il dire e il fare il mare non manca mai.

Sento disarticolarsi la struttura del ruolo svolto, e il fatto che a Lula manchi pochissimo, poco più di due anni, a diventare maggiorenne (e quindi adulta), mi fa sentire orgogliosa di me, di noi e di lei, ma sempre meno indispensabile alla costruzione della sua vita. Solo tanto preoccupata che possa diventare come se la immagina ora o come cercherà di realizzarla in futuro. Sostenuta da una società migliore di quella che sta franando – che è franata – sotto ai nostri occhi.

Conosco bene il dolore che provoca il morso della depressione, conosco il buio e lo smarrimento di quel male. E so che per dire quel male non si trovano parole, almeno non mentre lo si vive. Quindi so che non si tratta di quello. Non sono depressa, se non vagamente. Come stato d’animo e non come stato psichico. E se il mio prezioso supporto che tanto tempo fa mi ha tirata fuori dal gorgo dovesse leggere queste mie parole capirà cosa intendo.

Tuttavia, buon primo maggio, lavoratrici, lavoratori, disoccupate e disoccupati, e perdonate la tirata che con il lavoro non c’azzecca niente. Ma oggi mi va così.

I love New York

Sì, la amo. New York è una città di cui ci s’innamora, è un microcosmo che riflette il mondo intero.

Faticosa, soprattutto la prima volta, quando avresti voglia di vedere tutto, andare ovunque, non perderti niente. Poi sali in cima a un grattacielo, e ti sembra di poterla abbracciare tutta, o almeno di abbracciarne il cuore, l’isola di Manhattan.  Central Park

Dal top

New York, New York

imagesCi siamo: giovedì parto per una settimana a New York, grazie a una cugina preziosa che rende possibile il miracolo di fare questo viaggio tutte insieme le donne di famiglia (io, Lula, mia sorella e mia madre) più cognato. Sten mi mancherà, ma non si può avere tutto dalla vita.

Erano anni che aspettavo questo momento, ho invidiato tutte le persone che ci andavano, ci tornavano, ci hanno vissuto o ci vivono. Lo so che dico una banalità straordinaria, ma New York grazie al cinema ci sembra di conoscerla e non vedo l’ora di confrontare le immagini dei tanti film visti con le strade affollate di umanità multietnica, il ponte di Brooklyn, gli spazi di Central Park, la skyline di Manhattan, i brownstone di Harlem, i negozi di Soho, il vuoto di Ground Zero e le collezioni straordinarie dei musei.

Ovviamente spero che nel frattempo non sia iniziata una guerra nucleare, ma se non ho capito male New York non è raggiungibile dai missili nordcoreani.

Torno giusto in tempo per la prima seduta del Parlamento convocata per eleggere il Presidente della Repubblica. Ma se capisco che le cose si mettono male, peggio di quello che già sono, chiamo Sten e ce ne restiamo lì, sulla panchina di Woody Allen.

Le parti sociali? C’est moi

Con tutta la buona volontà, che è tanta, adesso non è possibile continuare a cercare spiegazioni nobili all’atteggiamento dei deputati e senatori pentastellati.

Voglio vedere in diretta streaming le loro riunioni, sentire almeno una voce dissenziente se non sul merito, almeno sul linguaggio insultante del loro capo. Capo, sì, capo. Altro che “portavoce”. O forse sì. In effetti è proprio lui a dare voce al Movimento, voce unica, intollerante verso altre voci magari dissenzienti. E immagino che anche le voci ascoltate ieri in diretta streaming dai suoi pregevoli capigruppo Crimi e Lombardi fossero diretta emanazione del suo pensiero, con timide variazioni da parte del senatore. Di fronte a un Presidente del Consiglio incaricato che faticosamente vorrebbe discutere delle possibilità di dare all’Italia un governo di cambiamento la Lombardi ha detto “mi sembra di stare a Ballarò”. E in risposta agli incontri di Bersani con sindacati, imprenditori, associazioni varie, sempre la stessa Lombardi ha avuto l’arroganza di sostenere che “le parti sociali siamo noi”, in un delirio assolutista che ricorda il celebre L’Etat, c’est moi! di Luigi XIV. Forse dimentica che le parti sociali sono parti, appunto, che rappresentano le diverse istanze sociali, e nessuna, come nessun partito, può pensare di interpretarle tutte. Il Movimento Cinque stelle ha preso il 25 per cento dei voti, un ragguardevole risultato, certo, ma che in termini assoluta è pur sempre una parte non maggioritaria del Paese.

Guardate che non sono prevenuta. Il giorno prima avevo seguito con grande apprezzamento l’intervento del deputato Di Battista alla Camera, sulla vicenda dei marò e delle dimissioni di Terzi. Un ottimo intervento, evidentemente frutto di lavoro e competenza.

Sia ieri Crimi che oggi Grillo hanno insistito sulla possibilità di far funzionare il Parlamento anche senza un nuovo governo, sapendo perfettamente che invece un governo si deve formare, perché in democrazia esiste il potere legislativo, affidato al Parlamento, e quello esecutivo, affidato al governo. E non si capisce perché al momento non è stata presentata nemmeno una proposta di legge, come hanno fatto i gruppi di Sel e del PD, se proprio voglia, giustamente, di far lavorare Camera e Senato.

Ma forse quello che ha realmente in testa Grillo è proprio quella folle visione rappresentata dal socio Casaleggio nel video Gaia.

Spero di sbagliarmi. Spero davvero che almeno una parte degli eletti Cinque stelle abbiano un sussulto di dignità, e si ricordino che prima del loro Codice di comportamento devono rispettare la Costituzione, secondo cui i membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato.

 

Il secondo compleanno senza Anna Lisa e altre riflessioni

Ieri sarebbe stato il compleanno di Anna Lisa. Purtroppo non sono potuta andare dalle sue parti, dov’è stato organizzato dall’infaticabile nucleo montecatinese dell’associazione Annastaccatolisa un’iniziativa per ricordarla, raccogliere fondi e ascoltare come procede il lavoro di Cristina Raimondi, la ricercatrice che sta usufruendo della borsa di studio che abbiamo istituito per sostenere la ricerca sul cancro al seno. So che è stata una giornata bella e intensa, e so anche che in tanti ieri abbiamo rivolto un pensiero a lei, ad Anna Lisa, anche in quel modo un po’ strano che è scrivere sulla sua pagina Facebook.

Proprio in questi giorni sto scrivendo di lei, con molta fatica, aiutandomi rileggendo il blog, il libro, i commenti e le mail che ci siamo scambiate. Sto scrivendo di lei e di noi che abbiamo scelto (o c’è capitato inevitabilmente) d’infrangere il tabù del silenzio e dell’occultamento che storicamente accompagna il cancro raccontando pubblicamente in un blog proprio l’esperienza di malattia che più di ogni altra si tende a tenere nascosta, o almeno riservata.

Ieri ho avuto un’interessante suggestione da un’amica blogger dei primi anni gloriosi di scrittura in rete, mentre le parlavo del progetto prima di andare a sentire insieme il commovente omaggio a Tabucchi alla Festa del libro. Mi ha detto: “potresti parlare anche di chi, pur avendo un blog ha deciso di non utilizzarlo per raccontare questo aspetto della propria vita.”

Credo proprio che lo farò, anche perché troppo spesso ho dato per scontato che la nostra scelta fosse giusta e utile, senza confrontarmi con le altre possibilità, e le motivazioni che le sostengono.

 

 

Uscire dal gorgo, senza vincolo di mandato

Sembra di essere risucchiati in un gorgo mostruoso, quello dei processi di Berlusconi, la sua corte eversiva che marcia sul tribunale di Milano, guidata da un ex ministro della Giustizia – ussignùr! – e poi Gelmini e Prestigiacomo nei talk show televisivi a denunciare il tentativo della Magistratura di ribaltare il risultato elettorale che, secondo la ex ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca scientifica – ussignùr! Quella del tunnel per i neutrini sparati dal Cern… – ha visto Berlusconi trionfare. Trionfare? Sì, forse ha ragione, per quell’uomo lì il 22 % dei voti è stato un trionfo, anche se 6.297.343 voti in meno alla Camera e 5.682.127 al Senato per un leader di partito normale dovrebbe rappresentare una severa sconfitta.

Ma lui non è normale, ha imperversato davanti alle telecamere per tutta la campagna elettorale e adesso poverino ha l’uveite e non può andare ai processi che lo vedono imputato per svariati reati. Cerca di rimandare ancora, rinviare, sperare in tutti i modi di continuare a beneficiare del suo potere e dei suoi soldi per salvarsi da se stesso.

E intanto si perdono posti di lavoro, la povertà aumenta, la crisi è sempre più crisi, e l’unica strada possibile per tirarci fuori dal gorgo pare sbarrata dalla sconsiderata ostinazione di chi potrebbe far nascere un governo radicalmente diverso, affiancato finalmente da un’attività parlamentare seria, dopo anni di asservimento alle necessità del capo, di compravendita di voti, di risse e patetiche dichiarazioni sulla nazionalità di una minorenne, di voti di fiducia.

Oggi è saltato fuori che il Movimento 5 stelle ha uno Statuto, oltre al non-statuto/regolamento presente sul blog di Grillo, dove si dichiara esplicitamente che gli eletti del Movimento eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandato, come d’altronde prescrive la Costituzione. Spero che se lo ricorderanno.

Qualche anno fa, tentando di superare un concorso per funzionari del Senato addetti alla Biblioteca, ho studiato tomi di diritto costituzionale e parlamentare. Mi piaceva moltissimo, perché tra le maglie delle norme e dei regolamenti era possibile sentire i palpiti della democrazia, quella cosa che donne come Teresa Mattei hanno contribuito a realizzare e che magari oggi, dopo anni di sistematiche picconate, un Parlamento più giovane e con una grande prevalenza femminile, lasciato il signore con l’uveite al suo destino, potrebbe provare a ricostruire restituendogli dignità e le sue funzioni specifiche: fare le leggi e controllare il governo.


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